Wang Yi a Seul, la Corea del Sud cerca spazio tra Cina, Stati Uniti e dialogo con Pyongyang

Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung incontrerà giovedì a Seul il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Al centro dei colloqui ci saranno il futuro delle relazioni bilaterali e la sicurezza nella penisola coreana, in una fase segnata dalle nuove aperture degli Stati Uniti verso Pyongyang e dal rafforzamento dei rapporti tra Corea del Nord, Russia e Cina.

La visita del capo della diplomazia cinese, prevista tra il 19 e il 20 agosto, sarà la prima in Corea del Sud dopo cinque anni. Wang sarà ricevuto alla Casa Blu dal presidente Lee, al quale porterà un messaggio del leader cinese Xi Jinping. Il programma comprende anche un incontro con il ministro degli Esteri Cho Hyun e un colloquio seguito da un pranzo con il consigliere per la Sicurezza nazionale Wi Sung-lac.

Secondo la presidenza sudcoreana, Wang e Wi discuteranno delle relazioni tra Seul e Pechino, degli sviluppi nella penisola coreana e delle principali questioni regionali e internazionali. Una formula diplomatica che comprende dossier particolarmente delicati: il programma nucleare nordcoreano, la cooperazione militare tra Mosca e Pyongyang e il futuro della presenza strategica statunitense nell’Asia nordorientale.

La mossa di Trump sulle esercitazioni

L’incontro arriva pochi giorni dopo la decisione del presidente americano Donald Trump di ordinare al Pentagono una «sostanziale riduzione» delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. Trump ha definito le manovre troppo costose e portatrici di un segnale «inappropriato e ostile» nei confronti della Corea del Nord.

La scelta ha sollevato interrogativi a Seul e tra gli alleati asiatici degli Stati Uniti. Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield, iniziate lunedì e programmate fino al 27 agosto, rappresentano uno degli strumenti principali per verificare la capacità delle forze americane e sudcoreane di reagire a un’eventuale crisi militare.

Lee ha ribadito che le manovre hanno carattere difensivo e non sono dirette a provocare Pyongyang. Allo stesso tempo, il presidente sostiene la necessità di rafforzare le capacità autonome della Corea del Sud, senza mettere in discussione l’alleanza con Washington. Seul cerca così di evitare che le aperture di Trump verso Kim Jong Un producano decisioni unilaterali capaci di ridimensionare la deterrenza senza ottenere contropartite concrete dalla Corea del Nord.

La precedente amministrazione Trump aveva già utilizzato le esercitazioni congiunte come leva negoziale nei rapporti con Kim. La nuova riduzione potrebbe favorire la ripresa del dialogo, ma rischia anche di essere interpretata da Pyongyang come un successo ottenuto senza rinunciare al proprio arsenale nucleare.

Pechino torna al centro della partita coreana

La Cina conserva un ruolo essenziale negli equilibri della penisola. È il principale partner commerciale della Corea del Nord e il suo più importante interlocutore diplomatico, ma rappresenta anche il primo mercato per molte imprese sudcoreane. Seul non può quindi permettersi una rottura con Pechino, nonostante la propria alleanza militare con gli Stati Uniti.

Il dialogo tra Lee e Wang servirà a verificare se la Cina intenda utilizzare la propria influenza per contenere l’espansione del programma nucleare nordcoreano. I segnali provenienti da Pechino restano tuttavia ambigui. Nei recenti incontri tra Xi Jinping e Kim Jong Un, le dichiarazioni ufficiali non hanno richiamato esplicitamente la denuclearizzazione della Corea del Nord. Alcuni osservatori interpretano questa omissione come il riconoscimento implicito di una realtà ormai consolidata: Pyongyang non intende rinunciare alle proprie armi atomiche.

A complicare il quadro è intervenuto il rapporto con Mosca. Kim ha fornito truppe e munizioni alla Russia per sostenere la guerra contro l’Ucraina, ottenendo in cambio risorse economiche, tecnologie e una maggiore protezione diplomatica. La cooperazione russo-nordcoreana ha ridotto il peso relativo della Cina su Pyongyang, consentendo al regime di disporre di un secondo interlocutore strategico.

Pechino continua ad avere interesse alla stabilità della Corea del Nord. Teme un collasso del regime, una possibile ondata di profughi e l’eventuale estensione dell’influenza americana fino al proprio confine. Non vuole però che le provocazioni di Kim giustifichino un ulteriore rafforzamento militare degli Stati Uniti, della Corea del Sud e del Giappone nella regione.

Seul modifica la strategia sul nucleare

Lee Jae Myung ha proposto nel fine settimana l’apertura di colloqui con Pyongyang per arrivare alla conclusione formale della guerra di Corea. Il conflitto del 1950-1953 terminò infatti con un armistizio, senza la firma di un trattato di pace.

La proposta conferma il tentativo della nuova amministrazione sudcoreana di riaprire un canale politico con il Nord. A luglio il ministro dell’Unificazione aveva inoltre indicato un cambiamento significativo: la priorità immediata di Seul non sarebbe più la completa denuclearizzazione, considerata sempre meno realistica, ma l’arresto dell’espansione quantitativa e qualitativa dell’arsenale nordcoreano.

È un approccio più pragmatico, ma politicamente rischioso. Accettare una trattativa sul congelamento del programma potrebbe essere interpretato come un riconoscimento di fatto della Corea del Nord quale potenza nucleare. Insistere sulla denuclearizzazione completa, però, rischia di mantenere bloccato qualsiasi negoziato mentre Pyongyang continua a produrre materiale fissile e a sviluppare nuovi vettori.

La visita di Wang Yi offrirà a Lee l’occasione per capire quale contributo Pechino sia disposta a fornire. La Corea del Sud tenta di ritagliarsi un margine di autonomia tra la garanzia militare statunitense, la dipendenza economica dalla Cina e la necessità di gestire una Corea del Nord sempre più armata e sostenuta dalla Russia.

Il vertice di Seul non produrrà probabilmente una svolta immediata. Potrebbe però chiarire se le aperture di Washington e del governo sudcoreano siano l’inizio di un nuovo percorso diplomatico oppure soltanto un’altra pausa tattica nella lunga crisi della penisola coreana.

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