Il Fondo Scaleup Europe è pronto a effettuare i primi investimenti

Il 10 settembre del 2025, a Strasburgo, in occasione del discorso annuale sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha espresso la necessità dell’Europa di rafforzare la propria competitività e autonomia, riconoscendo l’importanza di investire per garantire una sovranità tecnologica all’Unione: “Abbiamo molte startup ad alto potenziale in tecnologie chiave […]. Man mano che crescono, la limitata disponibilità di capitale di rischio le costringe a rivolgersi a investitori stranieri. Questo significa ricchezza e posti di lavoro che vanno altrove”.

A partire da questo quadro, von der Leyen ha quindi annunciato la decisione della Commissione di collaborare con investitori privati nel cosiddetto “Scaleup Europe Fund”, un fondo destinato alle scaleup più promettenti dell’Unione: “Perché vogliamo che il meglio d’Europa scelga l’Europa”, afferma. 

Circa un anno dopo, il 4 agosto 2026, la Commissione europea ha ufficialmente concluso le pratiche legali necessarie a rendere operativo il fondo che sosterrà la crescita delle più promettenti imprese europee operanti nei settori tecnologici strategici, come quelli di intelligenza artificiale, calcolo quantistico, energie pulite, tecnologia spaziale, biotecnologie e innovazione medica.

Come si legge sul sito ufficiale dell’Unione, l’iniziativa risponde all’urgente necessità di colmare il divario con i leader globali, permettendo a queste aziende di rivolgersi a una fonte di capitale alternativa a quella proveniente dai paesi esteri e di mantenere il controllo sulla ricerca e la proprietà. 

La spinta cruciale per la realizzazione del progetto deriva dal Rapporto Draghi, rilasciato nel settembre del 2024, che ha individuato, tra le principali debolezze dell’economia europea, la difficoltà a orientare gli investimenti verso tecnologie e imprese ad alto potenziale di crescita. Nel documento si legge infatti che mentre “l’economia statunitense ha coltivato nuove tecnologie innovative e gli investimenti sono seguiti, reindirizzando le risorse verso settori con alto potenziale di crescita della produttività, in Europa gli investimenti sono rimasti concentrati su tecnologie mature e in settori in cui i tassi di crescita della produttività delle aziende di frontiera stanno rallentando”.

È in tale Rapporto che si è quindi raccomandata l’elaborazione di soluzioni volte ad affrontare le sfide competitive di mercato: una raccomandazione che è stata accolta dalla Commissione europea.  Ad oggi, il fondo punta a raggiungere una dotazione pari a 5 miliardi di euro, di cui 1 miliardo proverrebbe proprio da quest’ultima.

Per il momento, tra gli investitori coinvolti figurano Novo Holdings, Allianz, EIFO, Criteria Caixa, Santander/Mouro Capital, APG Asset Management (per conto del fondo pensione olandese ABP), Fondazione Compagnia di San Paolo, Wallenberg Investments, Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo, ma si prevede che, dopo la prima chiusura del fondo, verrà organizzata una seconda raccolta per diversificare ed espandere la base degli investitori.

La gestione e l’allocazione del fondo sono responsabilità di EQT, una società globale di investimento nei mercati privati, selezionata come gestore indipendente del fondo che ha effettuato i primi investimenti il 5 agosto, prendendo decisioni in maniera indipendente, sulla base degli andamenti di mercato. 

A poter presentare domanda per attingervi saranno le aziende aventi sede (o intenzionate a insediarsi) in uno degli Stati membri dell’Unione europea o nei Paesi associati al terzo pilastro di Horizon Europe, e operanti nei settori delle tecnologie strategiche: saranno quindi coinvolte le scaleup incentrate sulle deep tech, le scienze della vita, le tecnologie pulite, la produzione avanzata e le tecnologie digitali. Queste avranno accesso a capitali significativi nell’ordine di 100 milioni di euro e oltre.

Alla base del progetto, vi è soprattutto il divario europeo nell’accesso al capitale nelle fasi più avanzate della crescita, che si riflette anche nel più ampio gap di venture capital rispetto agli Stati Uniti. 

Come riportato dalla Banca Centrale Europea, sulla base dei dati PitchBook, il divario tra UE e Stati Uniti è considerevole: il patrimonio complessivo statunitense ammonta a circa 930 miliardi di euro, superando di quasi sei volte i circa 150 miliardi europei. 

Dai dati emerge che negli USA la quota di investimenti di venture capital è maggiormente destinata al settore IT, mentre nell’UE la riallocazione degli investimenti è risultata molto più contenuta, definendo così un divario di produttività significativo. 

Ciò significa che le imprese statunitensi, specialmente nelle fasi di crescita più avanzate e, quindi, nei momenti di maggior esigenza di capitale, beneficiano di una più elevata partecipazione di fondi, mentre quelle europee, vedendo limitati gli investimenti interni all’Unione, si trovano a dover ricercare finanziamenti all’estero.

Sebbene l’accesso a tali forme di capitale sia in grado di agevolare lo sviluppo e la ricerca di queste scaleup, la dipendenza economica dagli investitori stranieri può influenzare le strategie imprenditoriali e spingere i soggetti più promettenti a trasferirsi, depotenziando di fatto la capacità produttiva europea e costringendoci a rimanere un passo indietro nella corsa al primato tecnologico. 

L’obiettivo del fondo è dunque quello di contrastare questo fenomeno, e il successo non dipenderà tanto dalla sua dotazione iniziale, limitata rispetto alla dimensione complessiva del problema, bensì dalla sua capacità di mobilitarla in modo da attrarre ulteriore capitale e colmare queste lacune, consentendo l’espansione delle imprese ad alto potenziale e rafforzando l’autonomia strategica europea, dimostrando come l’Unione sia pronta a competere a livello globale. 

A sollevare interrogativi circa l’efficacia del provvedimento, però, è la tensione che lo caratterizza: la scelta di affidare a un gestore privato le decisioni di investimento di uno strumento indirizzato ad un obiettivo pubblico, sottraendole a criteri puramente politici e basandole su quelli commerciali e meritocratici, sarà in grado di sostenere anche quelle imprese che, pur presentando un elevato potenziale di crescita, mantengono un profilo di rischio significativo? Oppure, ancora una volta, il privilegio sarà solo di quelle già sufficientemente affermate?

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