India: la protesta degli “Scarafaggi” che ha messo in difficoltà il primo ministro Modi

Negli ultimi mesi l’India ha vissuto una delle più ampie mobilitazioni giovanili degli ultimi anni, nota come il movimento del Cockroach Janta Party (Cjp), letteralmente il “Partito popolare degli scarafaggi”. Un nome tanto insolito quanto carico di significato: nasce infatti come risposta satirica a un episodio giudiziario. Alcuni mesi fa il presidente dell’Alta Corte indiana, durante un’udienza che nulla aveva a che vedere con la questione, aveva paragonato alcuni giovani disoccupati a “scarafaggi”, sostenendo poi di essere stato frainteso e di riferirsi solo a chi possedeva diplomi falsi. La frase, però, ha colpito nel segno la sensibilità di una generazione già esasperata, e da quel momento migliaia di giovani hanno iniziato a definirsi orgogliosamente “scarafaggi”, trasformando un insulto in un simbolo di rivendicazione collettiva.

Il detonatore concreto della mobilitazione è arrivato a maggio, quando una serie di fughe di notizie relative agli esami di ammissione alle facoltà di medicina e ai concorsi pubblici ha scatenato l’indignazione dell’opinione pubblica. Al centro delle accuse è finito il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan, considerato responsabile di non aver garantito la correttezza delle prove d’ingresso, in particolare quelle per la facoltà di medicina. Da qui è nato un movimento che, partito dal web, si è rapidamente trasformato in una protesta di piazza capace di attrarre milioni di sostenitori: nel giro di poche settimane il Cjp ha raggiunto circa 22 milioni di follower su Instagram.

Il cuore del movimento è composto dagli studenti e dai giovanissimi della cosiddetta Generazione Z, i nati tra il 1997 e il 2012, spesso organizzati attraverso realtà come la All India Students’ Association. Tra i volti più noti della leadership figurano Abhijeet Dipke, Saurav Das e Ashutosh Ranka, che hanno guidato le manifestazioni nella capitale. A dare ulteriore risalto alla causa è stato l’ingresso in scena, alla fine di giugno, del celebre attivista ambientalista Sonam Wangchuk, ingegnere e innovatore originario del Ladakh, già noto a livello internazionale per il suo impegno ecologista. Wangchuk ha avviato uno sciopero della fame a Jantar Mantar, lo spiazzo storico di Nuova Delhi simbolo delle proteste della società civile indiana, diventando in breve tempo una delle figure di riferimento del movimento tanto da essere prelevato con la forza dalla polizia in borghese e trasferito in ospedale per essere sottoposto ad alimentazione forzata.

Se si guarda alle origini del movimento, esso è nato a Nuova Delhi, ma si è rapidamente diffuso in tutto il Paese. Cortei e manifestazioni di solidarietà si sono svolti anche a Mumbai, Hyderabad, Calcutta, Goa e Dharamsala, coinvolgendo migliaia di persone, soprattutto giovani provenienti da diversi Stati federati che hanno raggiunto la capitale per partecipare alle marce dirette verso il Parlamento. Il punto di riferimento simbolico è rimasto Jantar Mantar, l’antico osservatorio astronomico che da decenni ospita le proteste della società civile indiana.

Le tensioni sono salite quando le forze dell’ordine hanno risposto ai cortei con gas lacrimogeni e manganelli, arrivando secondo fonti come la Bbc a bloccare temporaneamente l’accesso a internet nelle zone interessate. Il bilancio ufficiale ha parlato di 178 feriti, di cui 118 tra le forze dell’ordine, anche se gli organizzatori del Cjp sostengono che il numero reale dei manifestanti feriti sia stato ben più alto.

Dopo circa 50 giorni di mobilitazione che hanno paralizzato diverse città indiane, il 25 luglio 2026 il ministro Pradhan si è dimesso, riconoscendo di fatto una vittoria del movimento. Il Cjp ha accolto le dimissioni come un successo storico e ha annunciato la sospensione delle manifestazioni di piazza, pur mantenendo l’intenzione di continuare con forme di protesta statica nei pressi di Jantar Mantar.

A seguito di questa dimissione, una domanda che alcuni si sono posti riguarda la possibilità di questo movimento di indebolire il governo Modi. È difficile rispondere con certezza, ma diversi elementi suggeriscono che il movimento abbia già inciso, almeno in parte, sull’immagine del governo. Per la prima volta in dodici anni di guida nazionalista indù, Narendra Modi si è trovato di fronte a una contestazione capace di costringere un suo ministro fedelissimo alle dimissioni, senza che a guidarla fosse un partito d’opposizione organizzato o un sindacato, ma un movimento nato spontaneamente sui social e privo di una struttura politica tradizionale. Questo aspetto è significativo perché scardina proprio la narrazione dell’”uomo forte” su cui Modi ha costruito gran parte del proprio consenso. Inoltre, ci sono almeno tre ragioni per cui queste proteste potrebbero avere un impatto duraturo sul gradimento del governo: la prima riguarda la dimensione generazionale: il malcontento infatti riguarda direttamente il futuro economico e professionale dei giovani indiani, un elettorato numericamente enorme e sempre più connesso, difficile da ignorare nel lungo periodo.

La seconda questione riguarda la gestione della repressione: l’uso di gas lacrimogeni, manganelli e il presunto blackout di internet, insieme al trattamento riservato a una figura popolare e rispettata come Sonam Wangchuk, hanno alimentato ulteriore indignazione e attirato l’attenzione dei media internazionali. Infine, il movimento si inserisce in un’ondata più ampia di proteste guidate dalla Gen Z che negli ultimi tempi ha coinvolto altri Paesi, dal Madagascar al Kenya, dal Nepal al Perù, alimentando la percezione che si tratti di un fenomeno globale di sfiducia verso le classi dirigenti, non solo di una vicenda locale legata a un singolo scandalo.

D’altro canto, gli stessi organizzatori del Cjp hanno più volte ribadito la natura satirica e non partitica del movimento, dichiarando di voler restare estranei ai giochi della politica tradizionale e ai partiti d’opposizione che pure hanno cercato di avvicinarsi alla causa. Questo potrebbe limitarne la capacità di tradursi in un reale cambiamento del consenso elettorale nei confronti di Modi, che resta comunque una figura con un forte radicamento tra ampie fasce della popolazione. 

Le dimissioni di Pradhan rappresentano dunque un successo simbolico e politico non trascurabile, ma è ancora presto per dire se si tratti dell’inizio di un’erosione più ampia della popolarità del governo o di un episodio isolato, per quanto clamoroso.

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