Digital News Report 2026, social e intelligenza artificiale cambiano l’accesso alle notizie

Per la prima volta le piattaforme superano televisioni e siti delle testate. Cresce l’uso dei chatbot, mentre la fiducia nell’informazione scende al minimo storico. Il rapporto tra cittadini e informazione sta cambiando più rapidamente della capacità degli editori di adattare i propri modelli produttivi ed economici. Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism descrive un ecosistema dominato dalle piattaforme, dai video e dai primi utilizzi dell’intelligenza artificiale come strumento di accesso alle notizie.

La quindicesima edizione del rapporto si basa su un’indagine condotta in 48 mercati e fotografa un pubblico disorientato dalla successione di crisi politiche, economiche e tecnologiche. Ansia, disimpegno e crescente diffidenza convivono con la ricerca di nuovi formati e modalità più immediate per comprendere gli avvenimenti.

Il dato centrale riguarda la “piattaformizzazione” dell’informazione. Per la prima volta, social media e reti video rappresentano complessivamente il canale settimanale più utilizzato per accedere alle notizie: raggiungono il 54% degli intervistati, superando i siti e le applicazioni delle testate, fermi al 51%, e la televisione, al 52%.

Non si tratta di un cambiamento improvviso. Dal 2020 l’impiego della televisione come fonte d’informazione è diminuito di 13 punti percentuali, mentre quello dei siti e delle app giornalistiche è arretrato di 12 punti. Le piattaforme non crescono soltanto per la loro capacità di attrarre pubblico: avanzano anche perché si indeboliscono i canali tradizionali.

Il video conquista l’informazione

Il video online è ormai un formato dominante. Il 77% degli intervistati dichiara di guardare ogni settimana contenuti giornalistici audiovisivi. In 45 dei 48 mercati analizzati, la fruizione dei video informativi online ha raggiunto o superato quella dei telegiornali tradizionali.

La crescita si concentra soprattutto sulle piattaforme esterne agli editori. YouTube viene utilizzato per le notizie dal 34% del pubblico, Instagram dal 26% e TikTok dal 20%. I consumi video sui siti e sulle applicazioni delle testate registrano invece una flessione di cinque punti.

Una parte del pubblico sta trasferendo questa nuova abitudine anche sul televisore di casa. Il 27% utilizza applicazioni come YouTube per guardare contenuti informativi on demand attraverso una smart TV. Lo schermo resta lo stesso, ma cambiano il canale di distribuzione, il linguaggio e il soggetto che controlla la relazione con lo spettatore.

In questo spazio acquistano rilevanza creator e influencer. Il 27% degli intervistati incontra ogni settimana notizie prodotte da singoli autori specializzati, mentre il 46% consulta contenuti realizzati da creator di qualsiasi genere. Il pubblico li considera più comprensibili, coinvolgenti e vicini alla propria esperienza, ma meno affidabili e imparziali rispetto alle testate tradizionali.

Per la maggioranza, i creator non hanno ancora sostituito il giornalismo professionale. Vengono utilizzati come fonti complementari. Soltanto il 3% dichiara di dipendere esclusivamente da loro per informarsi. Il fenomeno segnala comunque una trasformazione del linguaggio giornalistico: riconoscibilità personale, capacità narrativa e relazione diretta con il pubblico diventano fattori sempre più importanti.

I chatbot diventano fonti d’informazione

L’intelligenza artificiale rappresenta la novità più significativa del rapporto. Il 10% del pubblico utilizza ogni settimana chatbot come ChatGPT, Gemini o Perplexity per cercare notizie, contro il 7% registrato l’anno precedente. La percentuale sale al 16% tra gli under 35.

La crescita è rapida, ma non uniforme. In Corea del Sud, Grecia e Spagna l’utilizzo dei chatbot per le notizie è raddoppiato. Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania non hanno invece registrato incrementi significativi.

Gli utenti apprezzano soprattutto la possibilità di porre domande successive e ottenere ulteriori spiegazioni, indicata dal 42% di chi consulta l’IA per informarsi. I chatbot consentono di sintetizzare vicende complesse, confrontare fonti, tradurre articoli e costruire percorsi personalizzati di approfondimento. Non si limitano a indicare dove trovare una notizia: ne restituiscono una propria rappresentazione.

Il passaggio dai motori di ricerca ai “motori di risposta” apre un problema per gli editori. Se il sistema produce una sintesi ritenuta sufficiente, l’utente può non avere più motivo di visitare il sito che ha pubblicato l’articolo originario. I dati riportati dal Reuters Institute mostrano che il traffico organico proveniente da Google verso oltre 2.500 siti è diminuito del 33% a livello globale tra novembre 2024 e novembre 2025. Negli Stati Uniti la contrazione ha raggiunto il 38%.

Il timore del cosiddetto “Google Zero” non riguarda quindi uno scenario lontano. Indica il rischio che motori di ricerca e chatbot trattengano l’utente, utilizzando i contenuti giornalistici per costruire risposte senza trasferire traffico e ricavi agli editori.

Il 42% di chi consulta chatbot per le notizie afferma di cliccare sempre o spesso sulle fonti originali. La propensione al clic resta però inferiore a quella rilevata nei motori di ricerca tradizionali. Quando visita il sito di provenienza, l’utente dell’IA lo fa con maggiore frequenza per verificare l’esattezza della risposta o controllare l’affidabilità della fonte.

La fiducia scende al minimo storico

La comodità non coincide con la fiducia. Soltanto il 20% degli intervistati considera affidabili le risposte informative dei chatbot. La fiducia generale nelle notizie è scesa al 37%, il livello più basso registrato dal Reuters Institute dall’inizio della rilevazione nel 2015.

Il calo interessa 29 dei 48 mercati esaminati. In 19 Paesi la perdita raggiunge almeno cinque punti percentuali. Negli Stati Uniti appena un quarto del pubblico dichiara di fidarsi delle notizie per la maggior parte del tempo.

Aumentano anche le preoccupazioni per la disinformazione: il 62% teme di non riuscire a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso online. Il comportamento degli utenti contiene un paradosso. Social network, video e sistemi artificiali vengono considerati meno affidabili dei media tradizionali, ma sono scelti con frequenza crescente perché più comodi, veloci e coerenti con le abitudini digitali.

Parallelamente diminuisce l’interesse per l’informazione. Dal 2021 la quota di chi si dichiara molto o estremamente interessato alle notizie è scesa mediamente di 13 punti percentuali. I consumatori occasionali o passivi sono passati dal 16 al 25%.

Resta tuttavia un nucleo più ristretto e fedele di lettori forti, disposto a cercare fonti autorevoli e, in alcuni casi, a pagare. Gli abbonamenti alle notizie online rimangono fermi al 17% nei venti mercati monitorati nel tempo. Quasi la metà degli abbonati dichiara di sostenere economicamente una testata anche per il valore sociale del giornalismo.

La risposta degli editori

Il rapporto non descrive la fine del giornalismo tradizionale, ma la perdita del controllo sulla distribuzione. Le testate continuano a produrre gran parte delle informazioni utilizzate da piattaforme, creator e sistemi artificiali, ma faticano a mantenere una relazione diretta con il pubblico.

Per gli editori la risposta non può limitarsi alla rincorsa degli algoritmi. Servono prodotti riconoscibili, firme credibili, newsletter, podcast e comunità capaci di trasformare una platea occasionale in un pubblico fedele. I creator mostrano che esiste ancora una domanda di informazione, purché venga presentata con un linguaggio comprensibile e una voce identificabile.

L’intelligenza artificiale rende urgente anche il confronto sulla remunerazione dei contenuti. Se le risposte sintetiche sostituiscono la consultazione delle fonti, gli accordi di licenza e i sistemi di equo compenso diventano centrali per la sostenibilità economica dell’informazione.

Il Digital News Report 2026 consegna agli editori un avvertimento netto. Il pubblico non ha smesso di cercare notizie, ma le incontra in luoghi controllati da altri. La sfida consiste nel presidiare questi spazi senza perdere identità, autorevolezza e rapporto diretto con i lettori. In gioco non c’è soltanto il futuro delle imprese editoriali. C’è la qualità dell’informazione sulla quale cittadini e sistemi artificiali costruiranno la propria conoscenza della realtà.

Fonte: Reuters Institute, Digital News Report 2026

giornalista, direttore ed editore delle testate European Affairs Magazine e Bookreporter. Si occupa di geopolitica, difesa e relazioni internazionali, ambiti nei quali ha maturato una lunga esperienza seguendo le missioni della Difesa italiana in Afghanistan, Libano, Kosovo e Iraq, realizzando reportage e documentari dalle principali aree di crisi. Appassionato di innovazione tecnologica ed esperto del settore delle telecomunicazioni, approfondisce i processi di trasformazione digitale e l’evoluzione tecnologica nei settori strategici della difesa, della sicurezza e della comunicazione.

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