Dall’Ucraina al Medio Oriente: le nuove lezioni strategico-Militari

di Pasquale Preziosa e Robbin Laird

La guerra sta attraversando una trasformazione che non è soltanto tecnologica, ma strategica, organizzativa e sistemica. Il confronto non avviene più esclusivamente tra forze armate contrapposte: coinvolge l’intera capacità delle nazioni di mobilitare, integrare e proteggere le proprie risorse militari, industriali, tecnologiche, economiche, informative e sociali. La competizione si sta quindi spostando dal confronto tra singoli strumenti militari a quello tra sistemi nazionali complessi.

Viviamo in un ambiente internazionale assai meno stabile e prevedibile rispetto al passato. La competizione tra grandi potenze, il ritorno della guerra convenzionale su vasta scala, l’espansione dei conflitti regionali e la crescente interdipendenza tra le dimensioni militare, economica, industriale, tecnologica e informativa stanno ridisegnando il panorama della sicurezza globale. Nessun conflitto contemporaneo rimane circoscritto al teatro nel quale viene combattuto: i suoi effetti si propagano attraverso le reti energetiche, finanziarie, produttive e digitali, coinvolgendo Paesi e società geograficamente lontani.

Le tecnologie emergenti accelerano questa trasformazione. Sistemi autonomi, droni, intelligenza artificiale, capacità spaziali, operazioni cyber e reti digitali non stanno modificando soltanto gli strumenti disponibili, ma anche il modo in cui il poteregeopolitico viene esercitato e la guerra condotta. La crescente accessibilità di tali tecnologie consente inoltre ad attori statali relativamente deboli, e persino a organizzazioni non statali, di produrre effetti strategici che in passato erano prerogativa quasi esclusiva delle grandi potenze.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente dimostrano, al tempo stesso, che la superiorità tecnologica e la potenza militare tradizionale non garantiscono automaticamente il raggiungimento degli obiettivi politici. Il successo tattico non coincide necessariamente con quello strategico e la capacità di colpire l’avversario non assicura, da sola, la possibilità di imporgli la propria volontà.

Per questa ragione, Stati Uniti, Cina, Russia e le altre maggiori potenze militari osservano attentamente questi teatri. L’Ucraina e il Medio Oriente sono diventati, quindi, laboratori operativi nei quali vengono sperimentati nuovi modi di combattere, nuove architetture decisionali e nuovi modelli d’integrazione tra sensori, reti informative e sistemi d’arma. Le lezioni che ne emergono non riguardano soltanto i conflitti in corso: stanno già influenzando le dottrine, gli investimenti industriali e la progettazione degli strumenti militari del futuro.

 

Dalla kill chain alla kill web

 

Al centro di questa trasformazione vi è il passaggio dalla tradizionale kill chain alla kill web.

La kill chain seguiva una sequenza prevalentemente lineare: individuare l’obiettivo, identificarlo, assegnarlo al sistema d’arma più idoneo, colpirlo e valutarne gli effetti. Era un modello sviluppato soprattutto all’interno delle singole Forze armate e fondato su collegamenti relativamente rigidi tra sensori, centri decisionali e sistemi d’arma.

La kill web introduce una logica profondamente diversa. Sensori, nodi decisionali e sistemi d’arma appartenenti a Forze armate e domini differenti sono integrati in una rete dinamica e ridondante. Le informazioni raccolte da qualsiasi sensore possono essere condivise con il decisore competente e indirizzate verso il sistema d’arma più adatto a produrre l’effetto richiesto, indipendentemente dalla Forza armata o dal dominio di appartenenza.

La rete non dipende più da un’unica successione di collegamenti. Se un nodo viene neutralizzato, un sensore reso indisponibile o una comunicazione interrotta, l’architettura può individuare percorsi alternativi, riconfigurarsi e continuare a operare, sebbene con capacità eventualmente ridotte. La resilienza non deriva quindi soltanto dalla protezione delle singole piattaforme, ma dalla capacità dell’intero sistema di assorbire le perdite, adattarsi e continuare a produrre gli effetti operativi desiderati.

Programmi statunitensi come l’Integrated Battle Command System dell’Esercito e la più ampia iniziativa Golden Domemostrano come questa logica stia progressivamente entrando nelle architetture operative, dalla protezione delle forze schierate alla difesa stratificata del territorio nazionale. Molti Paesi occidentali dispongono di singole capacità avanzate, ma incontrano ancora difficoltà nell’integrarle in architetture comuni, multidominio e pienamente interoperabili. Il problema, infatti, non consiste semplicemente nel possedere sensori e sistemi d’arma moderni, ma nel farli operare come componenti di un’unica rete.

Questa trasformazione si sviluppa in un contesto strategico nel quale anche la deterrenza nucleare mostra limiti sempre più evidenti. Durante la Guerra fredda essa ha rappresentato il principale fondamento della stabilità strategica e continua a svolgere un ruolo essenziale nel prevenire lo scontro diretto tra potenze nucleari. Non è stata tuttavia sufficiente a impedire guerre convenzionali, conflitti per procura, operazioni cyber, campagne di disinformazione e forme di competizione permanente condotte al di sotto della soglia nucleare.

La natura profonda della guerra — intesa come confronto tra volontà politiche contrapposte — non è cambiata ma sta cambiando radicalmente il suo carattere. La velocità delle operazioni, la diffusione delle tecnologie e la possibilità, per un numero crescente di attori, di produrre effetti strategici su scala regionale e globale stanno modificando il modo in cui i conflitti iniziano, si sviluppano e si protraggono. Sempre più spesso essi attraversano fasi successive di escalation e de-escalation senza giungere né a una vittoria decisiva né a una conclusione politica stabile.

 

Dalla gestione delle crisi alla gestione del caos

 

Questa trasformazione può essere interpretata come il passaggio dalla gestione delle crisi, fondata prevalentemente sulla valutazione del rischio, alla gestione del caos, dominata dall’incertezza.

Il rischio riguarda eventi identificabili, ai quali è possibile attribuire una probabilità e rispetto ai quali possono essere predisposte risposte pianificate. L’incertezza, invece, nasce dall’interazione tra variabili numerose, mutevoli e interdipendenti, i cui effetti non possono essere pienamente previsti. Nel primo caso si tenta di calcolare ciò che potrebbe accadere, nel secondo occorre prepararsi anche a ciò che non si è stati in grado di anticipare.

La gestione delle crisi presupponeva una sequenza relativamente lineare: un evento circoscritto, una fase di valutazione, l’assunzione di una decisione e infine una soluzione capace di ristabilire l’equilibrio. Questo modello ha orientato la pianificazione strategica durante la Guerra fredda e ha continuato a influenzare gran parte delle dottrine elaborate nel periodo successivo.

La gestione del caos muove da un presupposto differente. Le perturbazioni non si presentano più necessariamente come eventi isolati e consecutivi, ma come fenomeni continui, sovrapposti e interdipendenti. Possono manifestarsi simultaneamente nelle dimensioni militare, economica, energetica, industriale, cyber, spaziale e cognitiva, propagandosi attraverso le reti che connettono gli Stati, producendo conseguenze non lineari e difficilmente prevedibili.

In un ambiente di questo tipo, l’obiettivo non può consistere semplicemente nel ripristinare l’equilibrio precedente, perché quell’equilibrio potrebbe essere stato definitivamente superato. Diventa invece essenziale conservare la capacità di operare, decidere e adattarsi mentre il contesto continua a mutare. Gestire il caos non significa dominarlo né eliminare l’incertezza, ma impedire che essa paralizzi il processo decisionale e disarticoli il sistema.

Le forze armate, le istituzioni e le società capaci di organizzarsi secondo questa logica saranno meglio preparate ad affrontare il nuovo ambiente strategico. La superiorità dipenderà sempre meno dalla capacità di applicare un piano immutabile e sempre più dalla rapidità con cui sarà possibile apprendere dall’esperienza, riconfigurare le risorse e continuare ad agire sotto pressione.

Non è casuale che molti conflitti contemporanei attraversino successive fasi di escalation, contenimento e apparente stabilizzazione senza produrre una vittoria chiaramente riconoscibile o una soluzione politica duratura. La domanda «chi ha realmente vinto?» rimane spesso senza risposta. Questa ambiguità non riflette soltanto la complessità della politica: indica una trasformazione più profonda del concetto di vittoria e del rapporto tra successo tattico, risultato militare e conseguimento degli obiettivi strategici.

L’Ucraina e il Medio Oriente costituiscono oggi i due principali laboratori di questa trasformazione. Dalla loro osservazione emergono almeno cinque lezioni strategico-militari destinate a influenzare la preparazione degli strumenti di difesa e le scelte di sicurezza dei prossimi anni.

 

Il ritorno della potenza di fuoco

 

La prima lezione riguarda il ritorno della potenza di fuoco quale fattore dominante sul campo di battaglia. Missili balistici, missili da crociera, droni, munizioni circuitanti e sistemi d’attacco a lungo raggio hanno esteso la minaccia ben oltre la linea del fronte. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, non soltanto le forze schierate, ma anche le infrastrutture critiche, le reti energetiche, i centri industriali e le grandi aree urbane sono esposti in modo continuativo agli effetti diretti delle operazioni militari. Il campo di battaglia non coincide più con uno spazio geograficamente delimitato. Si estende in profondità all’interno dei sistemi nazionali, fino a coinvolgere la produzione industriale, la disponibilità di energia, le comunicazioni, i trasporti e la vita quotidiana della popolazione. La potenza di fuoco deve quindi essere valutata non soltanto in relazione alla capacità di distruggere obiettivi militari, ma anche alla possibilità di disarticolare il funzionamento complessivo di una società.

 

Il valore strategico della quantità

 

La seconda lezione è il ritorno della quantità come fattore strategico autonomo.

Per decenni, le forze armate occidentali hanno privilegiato piattaforme sempre più sofisticate, performanti e costose, confidando nella possibilità che la superiorità qualitativa compensasse la riduzione quantitativa. I conflitti recenti dimostrano invece che grandi numeri di sistemi relativamente economici, se coordinati e collegati in rete, possono produrre effetti operativi e strategici rilevanti. La massa, quindi, è tornata a essere decisiva. La quantità, quando viene organizzata attraverso reti informative, automazione e capacità di coordinamento, può trasformarsi essa stessa in qualità. Non si tratta di abbandonare i sistemi avanzati, ma di superare una struttura fondata esclusivamente su un numero ristretto di piattaforme sofisticate, costose e difficilmente sostituibili. La perdita di una singola piattaforma di grande valore può infatti produrre conseguenze operative sproporzionate, soprattutto quando i tempi e i costi di sostituzione sono molto elevati.

Sta emergendo, per contro, il concetto di intelligent mass ossiauna “massa intelligente” costituita da numerosi sistemi autonomi o semi-autonomi, dotati di capacità individuali anche limitate, ma in grado di operare congiuntamente attraverso la rete.

I sistemi autonomi marittimi ne offrono un esempio concreto. Mezzi di superficie senza equipaggio come il MARTAC T38 Devil Ray, il Bluebottle di Ocius e altri sistemi navali e subacquei che stanno entrando nelle Marine alleate possono garantire presenza persistente, sorveglianza distribuita e raccolta delle informazioni con costi e livelli di rischio incomparabilmente inferiori rispetto a quelli delle grandi piattaforme tradizionali. La “massa intelligente” non sostituisce le capacità di fascia alta. Cambia, però, il calcolo operativo: consente di ridurre il numero e il valore delle risorse che devono essere impiegate per conseguire un determinato effetto. Il futuro apparterrà pertanto alle forze armate capaci di trovare il giusto equilibrio tra eccellenza tecnologica e disponibilità quantitativa, evitando sia la vulnerabilità derivante da poche piattaforme insostituibili sia l’inefficacia di una massa di sistemi priva “d’intelligenza”, coordinamento e integrazione.

 

La trasparenza del campo di battaglia e la minaccia sferica

 

La terza lezione riguarda la crescente difficoltà della manovra e, più in generale, la vulnerabilità di qualsiasi concentrazione di forze e risorse. La diffusione di sensori, droni, satelliti commerciali, sistemi ISR — Intelligence, Surveillance and Reconnaissance — e capacità d’attacco a lungo raggio ha reso il campo di battaglia sempre più trasparente. Ciò che un tempo poteva essere protetto dalla distanza, dall’occultamento o dalla sorpresa può oggi essere individuato, identificato, seguito e colpito con una rapidità senza precedenti. Si è così drasticamente ridotto il tempo che separa la scoperta di un obiettivo dal suo ingaggio. Concentrare grandi formazioni, costituire depositi logistici, spostare riserve, allestire posti di comando o preparare una manovra complessa comporta rischi crescenti. La dispersione delle forze diventa necessaria per garantirne la sopravvivenza, ma rende più difficili il coordinamento, il sostegno logistico e la concentrazione degli effetti nel momento decisivo. La trasparenza del campo di battaglia non elimina la manovra, ma ne modifica profondamente le condizioni. Occultamento, inganno, mobilità, dispersione, protezione elettronica e capacità di riconfigurazione diventano elementi essenziali. La superiorità dipenderà sempre più dalla capacità di essere distribuiti nello spazio, ma concentrati negli effetti. Da questa trasformazione deriva una conseguenza ancora più ampia: la minaccia non è più soltanto frontale, né semplicemente multidirezionale. È diventata sferica. Può provenire simultaneamente dalla terra, dal mare, dall’aria, dallo spazio, dal cyberspazio e dallo spettro elettromagnetico. Può inoltre manifestarsi all’interno dello stesso territorio nazionale attraverso sistemi preposizionati, droni dormienti, infiltrazioni, sabotaggi, operazioni clandestine, azioni cyber, omicidi mirati o attacchi contro le infrastrutture civili. La tradizionale distinzione tra fronte e retrovia perde così gran parte del proprio significato. Basi, centri logistici, reti energetiche, nodi di comunicazione e infrastrutture industriali, anche quando situati a grande distanza dall’area delle operazioni, fanno ormai parte di un unico spazio strategico contestato. Questa trasformazione non riguarda soltanto l’Ucraina e il Medio Oriente. Le forze alleate nell’Indo-Pacifico stanno già adattando strutture, dottrine e concetti operativi a un ambiente nel quale l’osservazione è persistente, le distanze non garantiscono più sicurezza e le reti logistiche possono essere colpite lungo tutta la loro estensione.

I seminari organizzati nel 2026 dalla Sir Richard Williams Foundation sullo sfruttamento del vantaggio strategico hanno mostrato come l’ISR distribuita, le reti stratificate di sensori e i nuovi modelli di logistica autonoma — tra i quali il programma Camel Train dell’Esercito australiano — siano concepiti proprio per operare in condizioni nelle quali l’occultamento non può più essere dato per scontato. La lezione emersa con particolare evidenza in Ucraina e in Medio Oriente sta dunque influenzando la preparazione militare ben oltre questi due teatri: nel campo di battaglia trasparente, sopravvivere significa disperdersi, ingannare e riconfigurarsi e prevalere significa riuscire a concentrare gli effetti senza dover concentrare fisicamente le forze.

 

Difendersi senza dissanguarsi

 

La quarta lezione riguarda la difesa aerea e missilistica.

I conflitti recenti hanno dimostrato che nessun sistema difensivo può garantire una protezione assoluta. La proliferazione di droni, missili e munizioni circuitanti, unita al crescente ricorso ad attacchi di saturazione, pone problemi operativi, industriali ed economici di enorme portata.

La questione non consiste più soltanto nell’intercettare una minaccia, ma nel farlo in modo sostenibile. Impiegare sistematicamente intercettori sofisticati e costosi contro droni o munizioni di valore molto inferiore può consentire di vincere il singolo confronto tattico e, nello stesso tempo, perdere la competizione strategica di lungo periodo.

Il problema fondamentale diventa quindi il rapporto di costo tra attacco e difesa: quanto costa produrre, lanciare e sostituire la minaccia e quanto costa individuarla, seguirla e neutralizzarla? A questo calcolo economico si aggiunge quello industriale: quanto tempo occorre all’attaccante per ricostituire i propri sistemi e quanto ne serve al difensore per rimpiazzare gli intercettori consumati?

Programmi come l’Integrated Battle Command Systemdell’Esercito statunitense cercano di rispondere proprio a questa esigenza. L’obiettivo è costruire un’architettura reticolare di difesa aerea e missilistica capace d’integrare sensori e sistemi d’arma differenti e di selezionare, per ogni minaccia, la risposta più appropriata sotto il profilo operativo ed economicamente più sostenibile. Non tutte le minacce, infatti, richiedono lo stesso tipo di intercettore. Contro un attacco di saturazione non è possibile affidarsi a un unico livello difensivo, né accettare che ogni intercettazione si trasformi in uno scambio individuale tra una minaccia economica e un intercettore molto costoso. Occorrono difese stratificate nelle quali guerra elettronica, capacità cyber, armi a energia diretta, artiglieria contraerea, intercettori tradizionali e capacità offensive concorrano all’interno di un’unica architettura. La difesa deve poter disturbare, ingannare, deviare, neutralizzare e, soltanto quando necessario, distruggere la minaccia.

La risposta non può inoltre limitarsi all’intercettazione dei vettori in arrivo. Deve comprendere anche la possibilità di agire contro i sensori, i sistemi di comando e le basi di lancio, nonché contro le catene logistiche e le capacità produttive che alimentano e rigenerano l’offensiva avversaria. La difesa stratificata deve quindi essere integrata con adeguate capacità offensive: contrastare esclusivamente le frecce senza poter intervenire, quando necessario, contro l’arciere e la sua faretra rischia, nel lungo periodo, di diventare insostenibile. Le difese del futuro non potranno essere valutate soltanto in base alla percentuale delle minacce intercettate. Dovranno essere giudicate anche per la capacità di continuare a operare durante campagne prolungate, adattare la risposta alla natura dell’attacco e mantenere nel tempo la sostenibilità economica e industriale dello sforzo difensivo. La vera misura dell’efficacia non sarà dunque l’impenetrabilità — obiettivo ormai irrealistico — ma la capacità di limitare i danni, preservare le funzioni vitali e impedire che l’avversario riesca a esaurire la difesa prima di esaurire la propria capacità d’attacco.

 

Il ritorno delle guerre lunghe

 

La quinta lezione riguarda la durata dei conflitti.

L’assenza di vittorie decisive, la resilienza delle società, il sostegno esterno ai belligeranti e la crescente capacità di assorbire le perdite stanno trasformando molte guerre in prolungate competizioni di logoramento. I conflitti moderni tendono a durare più a lungo del previsto, a consumare quantità crescenti di risorse militari, economiche, industriali e politiche e a produrre conseguenze geopolitiche che si estendono ben oltre il teatro nel quale vengono combattuti.

Non basta, pertanto, possedere forze capaci di prevalere nelle fasi iniziali. È necessario sostenere lo sforzo nel tempo, rimpiazzare le perdite, ricostituire le scorte, adeguare la capacità produttiva, adattare rapidamente dottrine e organizzazioni e, nello stesso tempo, preservare il consenso politico e la coesione sociale. La durata torna così a essere una dimensione fondamentale della strategia. Essa mette alla prova non soltanto le forze armate, ma l’intero sistema nazionale e la sua capacità di continuare a funzionare sotto pressione. Nei sistemi complessi, tuttavia, il trascorrere del tempo non produce soltanto un progressivo consumo delle risorse. Il protrarsi del conflitto può condurre il sistema verso un tipping point, una soglia critica oltre la quale gli effetti cumulativi della guerra provocano un cambiamento qualitativo e potenzialmente irreversibile. Una volta superata quella soglia, il sistema non ritorna necessariamente alla condizione iniziale, ma si riorganizza intorno a nuovi equilibri politici, economici, sociali e strategici. La guerra prolungata, dunque, non si limita a logorare i belligeranti: li trasforma. Modifica le istituzioni, riconfigura le economie, altera le alleanze, cambia le priorità industriali e incide sulle aspettative delle popolazioni. Per questa ragione, anche la cessazione dei combattimenti non coincide necessariamente con il ripristino dello status quo ante. La pace che segue una guerra lunga appartiene spesso a un sistema diverso da quello nel quale il conflitto aveva avuto origine. Considerate nel loro insieme, queste cinque lezioni indicano che non stiamo assistendo alla semplice evoluzione delle tecnologie militari. Sta emergendo un nuovo modo di condurre la guerra, nel quale massa, reti, precisione, resilienza e capacità industriale possono risultare più determinanti della superiorità tecnologica considerata isolatamente. Ciò che abbiamo osservato finora, tuttavia, potrebbe rappresentare soltanto la fase iniziale di una trasformazione assai più profonda. Le lezioni ricavate dai conflitti presenti non descrivono soltanto ciò che la guerra è già diventata: anticipano alcune delle forme che potrebbe assumere nel prossimo futuro.

 

La saturazione multidominio

 

La prima tendenza destinata a caratterizzare i conflitti futuri sarà l’evoluzione degli attacchi di saturazione multidominio. Le guerre recenti hanno già mostrato l’impiego simultaneo di centinaia di droni e missili contro obiettivi militari e infrastrutture critiche. Nei prossimi anni, tuttavia, la combinazione tra produzione di massa, riduzione dei costi, intelligenza artificiale e sistemi autonomi potrebbe consentire di coordinare attacchi composti da migliaia e, in prospettiva, decine di migliaia di vettori. La saturazione non sarà soltanto quantitativa, determinata dal numero delle minacce, ma anche qualitativa. Sistemi differenti per velocità, quota, traiettoria, autonomia, firma e capacità distruttiva potranno essere impiegati simultaneamente o secondo sequenze accuratamente pianificate, costringendo la difesa ad affrontare problemi diversi nello stesso momento e a consumare rapidamente le proprie risorse. La saturazione, inoltre, non riguarderà soltanto il dominio aereo. Potrà svilupparsi contemporaneamente nello spazio, nel cyberspazio, sul mare, sotto la superficie marina, sulla terra e nello spettro elettromagnetico. Un’unica campagna potrebbe combinare droni e missili, disturbi elettronici, operazioni cyber, sabotaggi, attacchi contro i sistemi satellitari, manipolazione dell’informazione e azioni clandestine condotte all’interno del territorio avversario. L’obiettivo non sarà necessariamente distruggere ogni componente della difesa. Potrebbe essere sufficiente sovraccaricarne i sensori, interromperne le comunicazioni e disarticolarne i processi decisionali, fino a impedirle di distinguere le minacce reali dalle esche, stabilire correttamente le priorità e assegnare in tempo utile le risorse disponibili. Alla saturazione fisica dei sistemi si aggiungerà così quella cognitiva. L’enorme quantità di dati, allarmi e segnali, alcuni autentici e altri deliberatamente manipolati, potrà superare la capacità dei decisori di comprendere ciò che sta accadendo e reagire con la necessaria tempestività. Il bersaglio ultimo dell’attacco non sarà quindi soltanto l’architettura tecnica della difesa, ma la capacità umana e istituzionale di governarla. La sfida non consisterà più semplicemente nell’intercettare singoli vettori, ma nel preservare la funzionalità dell’intero sistema sotto una pressione multidominio persistente. La difesa dovrà continuare a osservare, interpretare, decidere e reagire anche quando sensori, comunicazioni, reti logistiche e processi cognitivi saranno attaccati simultaneamente.

La saturazione del futuro mirerà dunque meno all’annientamento fisico della difesa che alla sua paralisi sistemica: non necessariamente distruggerla, ma renderla incapace di comprendere, scegliere e agire.

 

La guerra tra intelligenze artificiali

 

La seconda tendenza riguarda il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nella competizione militare.

Oggi l’IA viene impiegata prevalentemente per sostenere l’analisi delle informazioni, l’identificazione degli obiettivi, la manutenzione predittiva, la logistica e la pianificazione operativa. Nei conflitti futuri assisteremo probabilmente a un passaggio ulteriore: dalla funzione di supporto alla decisione alla competizione diretta tra sistemi autonomi e semi-autonomi inseriti nelle architetture di comando e combattimento. A questa evoluzione contribuirà l’IA agentica, capace non soltanto di analizzare dati e proporre soluzioni, ma anche di pianificare e svolgere sequenze di azioni per conseguire gli obiettivi assegnati dall’autorità umana, entro limiti prestabiliti. Ciò non comporta necessariamente l’esclusione dell’uomo dal processo decisionale, ma ne modifica profondamente il ruolo: dall’esecuzione dei singoli passaggi al governo di processi condotti, almeno in parte, a velocità algoritmica. All’essere umano dovranno comunque rimanere l’indirizzo, la definizione dei limiti, la facoltà d’intervento e la responsabilità finale delle decisioni. I decisori umani condivideranno quindi lo spazio operativo con architetture capaci di osservare l’ambiente, interpretare grandi quantità di dati, apprendere dall’esperienza e adattare il proprio comportamento con una rapidità di gran lunga superiore a quella dei tradizionali cicli decisionali.

Potrebbe così emergere la prima vera forma di guerra tra sistemi d’intelligenza artificiale. La competizione non riguarderà soltanto il controllo dei sistemi d’arma, ma anche quello delle informazioni, delle reti, dei dati e dello spettro elettromagnetico. Ciascuna parte cercherà di comprendere il comportamento delle architetture avversarie, ingannarne i modelli, contaminarne i dati, anticiparne le risposte e indurle a classificare erroneamente minacce, obiettivi e priorità.

Il confronto non avverrà quindi soltanto tra algoritmi, ma tra interi ecosistemi cognitivi composti da dati, capacità di calcolo, software, sensori, reti, procedure di comando e operatori umani. L’affidabilità dell’IA dipenderà dalla qualità e dall’integrità di tutti questi elementi. Comprometterne anche uno solo potrà alterare il funzionamento dell’intera architettura decisionale.

La velocità, tuttavia, non coinciderà automaticamente con la superiorità. Un sistema molto rapido, ma alimentato da informazioni incomplete, manipolate o decontestualizzate, potrà moltiplicare l’errore con la stessa velocità con cui prende le decisioni. L’automazione rischierà così di trasformare un errore locale in un fallimento sistemico e di comprimere pericolosamente i tempi disponibili per riconoscerlo e correggerlo. La competizione tenderà inoltre a spostarsi dalla semplice accelerazione dei processi alla capacità di governarne il ritmo. La vera superiorità potrebbe appartenere non a chi decide sempre più rapidamente, ma a chi sa distinguere quando accelerare, quando rallentare e quando restituire pienamente la decisione all’essere umano.

La questione centrale diventerà pertanto il rapporto tra velocità algoritmica, comprensione del contesto, responsabilità e controllo umano. La superiorità non dipenderà dal possesso del singolo algoritmo più avanzato, ma dalla qualità dell’architettura cognitiva complessiva nella quale esseri umani e macchine saranno chiamati a cooperare. La guerra tra intelligenze artificiali non eliminerà dunque l’essere umano dal processo decisionale. Renderà invece ancora più importante la sua capacità di comprendere il contesto, riconoscere l’inganno, valutare le conseguenze e assumersi la responsabilità di decisioni che le macchine potranno accelerare, ma non legittimare.

 

Lo spettro elettromagnetico come campo di battaglia

 

La terza tendenza riguarda la crescente centralità dello spettro elettromagnetico.

Lo spettro è da tempo una dimensione essenziale delle operazioni militari. La novità non consiste quindi nella sua militarizzazione, ma nella profondità con cui esso condiziona ormai il funzionamento delle forze armate e delle società contemporanee. Da risorsa prevalentemente specialistica della guerra elettronica, è divenuto un’infrastruttura invisibile e sistemica del potere.

Comunicazioni radio e satellitari, collegamenti dati, radar, reti cellulari, sistemi di navigazione e segnali di posizionamento e sincronizzazione dipendono tutti, in misura diversa, dalla disponibilità e dall’affidabilità dello spettro elettromagnetico. Da essi dipendono non soltanto i sistemi d’arma e le reti di comando e controllo, ma anche la logistica, l’energia, i mercati finanziari, i trasporti, le telecomunicazioni e gran parte dei servizi digitali. In un conflitto ad alta intensità, queste capacità potranno essere disturbate, ingannate, degradate o temporaneamente negate. L’avversario potrà interferire con le comunicazioni, alterare i segnali di navigazione e sincronizzazione, accecare i sensori o produrre rappresentazioni ingannevoli dell’ambiente operativo. La competizione nello spettro potrà quindi compromettere simultaneamente l’efficacia militare, il funzionamento delle infrastrutture critiche e la continuità delle attività economiche. Il controllo dello spettro, tuttavia, difficilmente sarà assoluto o permanente. Sarà piuttosto locale, temporaneo e continuamente conteso. La superiorità dipenderà dalla capacità di creare finestre di vantaggio sufficienti per osservare, comunicare e agire, impedendo nello stesso tempo all’avversario di fare altrettanto.

Le forze armate dovranno pertanto prepararsi a operare in condizioni di comunicazioni intermittenti, segnali satellitari degradati, sensori disturbati e navigazione contestata. Dovranno saper combattere non soltanto attraverso la rete, ma anche quando essa sarà frammentata, ingannata o temporaneamente indisponibile. Ciò richiederà architetture ridondanti, modalità alternative di comunicazione e navigazione, capacità decisionali distribuite e livelli di autonomia adeguati ai diversi comandi. Un’organizzazione totalmente dipendente da una connettività continua rischia infatti di perdere la propria efficacia nel momento stesso in cui la rete viene compromessa.

La connettività rimarrà uno dei principali moltiplicatori della potenza militare, ma potrà trasformarsi in una vulnerabilità sistemica se non sarà accompagnata dalla capacità di operare anche in condizioni degradate. La vera resilienza non consisterà quindi nel presumere che la rete rimanga sempre disponibile, ma nel continuare a decidere e combattere anche quando essa non lo sarà.

 

Le armi a energia diretta

 

La quarta tendenza è rappresentata dal progressivo passaggio delle armi a energia diretta dalla sperimentazione all’impiego operativo.

Laser ad alta energia, sistemi a microonde ad alta potenza e tecnologie analoghe potrebbero modificare profondamente l’equilibrio tra offesa e difesa. Offrono prospettive particolarmente interessanti contro droni, sciami autonomi, munizioni circuitanti e altre minacce prodotte in grandi quantità e a costi relativamente contenuti. I laser ad alta energia consentono di concentrare con precisione l’energia su un singolo bersaglio, danneggiandone sensori, superfici o componenti essenziali. I sistemi a microonde ad alta potenza possono invece interferire con i circuiti elettronici e, in determinate condizioni, produrre effetti su più sistemi presenti nella stessa area. Questa differenza potrebbe rendere le microonde particolarmente rilevanti contro sciami numerosi e coordinati. Il vantaggio delle armi a energia diretta non consiste soltanto nella rapidità dell’ingaggio, ma anche nel costo relativamente basso di ogni singola azione difensiva. A differenza dei sistemi missilistici tradizionali, esse non richiedono necessariamente il consumo di un intercettore per ogni bersaglio e possono continuare a operare finché dispongono di energia sufficiente e riescono a gestire il calore prodotto. Queste caratteristiche potrebbero contribuire a modificare il rapporto di costo tra attacco e difesa. Se integrate con sensori, sistemi cinetici e capacità di guerra elettronica, le armi a energia diretta potrebbero offrire una risposta più sostenibile alla proliferazione delle minacce economiche impiegate in massa. Il basso costo del singolo ingaggio, tuttavia, non deve essere confuso con un basso costo complessivo del sistema. Produzione e accumulo dell’energia, raffreddamento, stabilità del fascio, precisione del puntamento, manutenzione e protezione delle piattaforme costituiscono ancora vincoli tecnologici e logistici rilevanti. Nel caso dei laser, anche le condizioni atmosferiche, la presenza di polvere, fumo, pioggia o umidità possono ridurne sensibilmente l’efficacia. Almeno nel prossimo futuro, le armi a energia diretta non rappresenteranno quindi una soluzione unica né sostituiranno completamente missili, cannoni o guerra elettronica. Entreranno verosimilmente a far parte di architetture difensive stratificate, nelle quali ciascun sistema sarà impiegato contro le minacce per le quali risulta più efficace e sostenibile. La loro diffusione produrrà conseguenze anche al di fuori del campo strettamente militare. In particolare, i sistemi a microonde ad alta potenza potrebbero minacciare infrastrutture civili sempre più dipendenti dall’elettronica, dalle comunicazioni e dai sistemi digitali di controllo. Proteggere reti energetiche, trasporti, telecomunicazioni e servizi essenziali diventerà pertanto parte integrante della difesa nazionale. Anche in questo settore la distinzione tra sicurezza militare e sicurezza civile tenderà ad attenuarsi: quanto rende più efficienti e connesse le società contemporanee può trasformarsi, in condizioni di conflitto, in una fonte di vulnerabilità sistemica.

 

La compressione del tempo decisionale

 

La quinta tendenza riguarda la progressiva compressione del tempo disponibile per comprendere, decidere e agire.

L’intelligenza artificiale, l’automazione e l’integrazione delle reti stanno riducendo l’intervallo tra osservazione, interpretazione, decisione e azione. Sensori sempre più diffusi raccolgono enormi quantità di dati, gli algoritmi li elaborano in tempo reale e i sistemi d’arma possono intervenire con rapidità crescente. In alcune situazioni, il tempo necessario per individuare e colpire un obiettivo potrebbe diventare incompatibile con i tradizionali processi decisionali umani, militari e istituzionali. Il tempo diventa così una dimensione della competizione strategica. Non sarà avvantaggiato soltanto chi possiederà le tecnologie più avanzate, ma chi saprà trasformare più rapidamente le informazioni in conoscenza, la conoscenza in decisione e la decisione in azione. La velocità cognitiva diventerà uno dei principali moltiplicatori della potenza strategica.

Occorre tuttavia distinguere la velocità tecnica dalla velocità cognitiva. Elaborare una maggiore quantità di dati in un tempo più breve non significa necessariamente comprendere meglio il contesto. Un sistema può essere estremamente rapido nel riconoscere una configurazione e, allo stesso tempo, non coglierne il significato politico, strategico o umano. La rapidità senza comprensione rischia di accelerare l’errore anziché correggerlo.La compressione del tempo decisionale comporta quindi nuovi pericoli. Riduce lo spazio disponibile per verificare le informazioni, confrontare interpretazioni alternative e valutare le conseguenze di una scelta. Può aumentare il rischio di errori di classificazione, reazioni sproporzionate ed escalation involontarie, soprattutto quando sistemi autonomi contrapposti interagiscono a velocità che superano la capacità umana d’intervento. Potrebbeinoltre svilupparsi una pressione crescente a delegare alle macchine decisioni sempre più rilevanti, non perché esse siano necessariamente più sagge, ma perché risultano più veloci. Il rischio è che la necessità di non perdere il vantaggio temporale conduca progressivamente all’automazione di scelte dalle conseguenze strategiche e politiche difficilmente reversibili. La vera superiorità non consisterà, pertanto, nel decidere sempre alla massima velocità, ma nel saper governare il tempo della decisione: accelerare quando la situazione lo richiede, rallentare quando è necessario comprendere meglio e preservare sempre la possibilità dell’intervento umano. La sfida non sarà sostituire il giudizio umano con la velocità algoritmica, ma costruire architetture nelle quali l’intelligenza artificiale ampli la capacità di comprensione, senza sottrarre all’autorità politica e militare il controllo, la responsabilità e la valutazione delle conseguenze. Nel conflitto futuro, il vantaggio apparterrà quindi non semplicemente a chi agirà per primo, ma a chi saprà comprendere prima, decidere meglio e adattarsi più rapidamente agli effetti delle proprie decisioni.

 

La difesa come condizione della potenza offensiva

Tutto questo impone un profondo cambiamento di mentalità.

Le soluzioni e i risultati operativi osservati in Ucraina e in Medio Oriente non devono generare un’eccessiva fiducia. Abbiamo probabilmente assistito soltanto alle prime manifestazioni di una trasformazione molto più ampia. La storia militare insegna che le rivoluzioni nel modo di combattere raramente seguono traiettorie lineari: procedono attraverso discontinuità, accelerazioni e salti tecnologici e organizzativi che modificano rapidamente il carattere della guerra.

La sicurezza futura dipenderà non soltanto dalla capacità di colpire l’avversario, ma anche da quella di proteggere le reti nazionali, le infrastrutture critiche e la società nel suo complesso. Energia, comunicazioni, trasporti, logistica, servizi digitali e continuità della vita quotidiana sono ormai componenti della potenza strategica nazionale. La loro vulnerabilità può compromettere la capacità militare di un Paese prima ancora che le sue forze vengano sconfitte sul campo di battaglia.

Una delle lezioni più importanti dei conflitti contemporanei riguarda quindi il rapporto tra capacità offensive e difensive. Per decenni, i sistemi difensivi sono stati considerati prevalentemente strumenti di protezione e supporto delle operazioni offensive. Oggi questa relazione si sta modificando radicalmente. In un ambiente caratterizzato da attacchi di saturazione, minacce multidominio e crescente vulnerabilità delle infrastrutture, la difesa diventa il presupposto necessario per generare, conservare e rigenerare la potenza offensiva. Senza difese robuste, resilienti e stratificate, le capacità offensive possono essere degradate o neutralizzate prima ancora di essere impiegate. Basi, depositi, reti di comando, sistemi energetici, infrastrutture industriali e catene logistiche devono continuare a funzionare sotto attacco affinché la forza militare possa produrre effetti e sostenere una campagna prolungata. La difesa, pertanto, non rappresenta il contrario dell’offesa né una sua componente subordinata, ma ne costituisce sempre più la condizione di possibilità. Una forza incapace di proteggere i propri sensori, le comunicazioni, la logistica e la capacità industriale può disporre di sistemi offensivi avanzati, ma non essere in grado di impiegarli con continuità. Questa realtà richiede un riequilibrio strategico degli investimenti. I tradizionali sistemi cinetici rimarranno indispensabili, ma non saranno sufficienti. Le future architetture difensive dovranno integrare difesa aerea e missilistica, guerra elettronica, sicurezza cyber, armi a energia diretta, protezione dello spettro elettromagnetico, dispersione, mobilità, occultamento, inganno e capacità di rapido ripristino. La protezione non potrà inoltre essere concepita come unicamente militare. Dovrà coinvolgere istituzioni, industria, operatori delle infrastrutture critiche e società civile. In un conflitto che investe l’intero sistema nazionale, la continuità delle funzioni essenziali diventa parte integrante della capacità di combattimento.

Il nuovo equilibrio tra offesa e difesa non implica dunque una rinuncia all’iniziativa. Al contrario, significa riconoscere che soltanto un sistema capace di assorbire gli attacchi, limitare i danni, ripristinare rapidamente le proprie funzioni e rigenerare le risorse può conservare nel tempo la libertà di agire offensivamente.

 

La capacità industriale è capacità militare

 

Le Forze armate del futuro avranno bisogno di un portafoglio di capacità più ampio e diversificato.

La qualità rimane essenziale, ma non è più sufficiente. Occorrerà combinare sistemi altamente sofisticati con capacità più semplici, economiche e numerose, in grado di assicurare massa, persistenza e sostenibilità. Non tutte le missioni richiedono la piattaforma più avanzata e non tutte le minacce devono essere contrastate con il sistema più costoso.

Torna così al centro una lezione fondamentale: le scorte contano.

Munizioni, missili, componenti elettronici, parti di ricambio e capacità di sostituire rapidamente quanto viene consumato, danneggiato o distrutto sono risorse strategiche importanti quanto le piattaforme operative. Le guerre contemporanee si stanno dimostrando più lunghe, intense e onerose di quanto molti sistemi di pianificazione avessero previsto.

Non è quindi sufficiente disporre, all’inizio del conflitto, di una dotazione tecnologicamente avanzata. Occorre possedere la capacità industriale necessaria per sostenerla, ripararla, aggiornarla e rigenerarla durante una campagna prolungata. Un sistema d’arma che non può essere rifornito, manutenuto o sostituito perde progressivamente il proprio valore operativo, per quanto sofisticato possa essere. La capacità produttiva è tornata a essere capacità militare. Non conta soltanto quanto un Paese è in grado di produrre in condizioni ordinarie, ma anche la rapidità con cui può aumentare i volumi, riconvertire le linee, modificare i prodotti e incorporare le lezioni provenienti dal campo di battaglia. La competizione industriale del futuro sarà quindi anche una competizione di adattamento. Prevarrà non necessariamente chi avrà progettato inizialmente il sistema più avanzato, ma chi saprà correggerlo, semplificarlo, produrlo e aggiornarlo più rapidamente sulla base dell’esperienza operativa. Catene di approvvigionamento resilienti, accesso alle materie prime, disponibilità di semiconduttori, sicurezza energetica, capacità produttiva e presenza di competenze tecniche costituiscono ormai componenti essenziali della deterrenza. Un potenziale avversario deve sapere non soltanto che una nazione possiede forze efficaci, ma anche che è in grado di sostenerle e rigenerarle durante una guerra lunga. La nuova realtà strategica rappresenta pertanto, nello stesso tempo, un imperativo per la sicurezza nazionale e una grande opportunità industriale. La trasformazione della guerra coinvolge un ecosistema assai più ampio delle sole Forze armate: ricerca, università, industria, finanza, startup, investitori privati e capitale di rischio concorrono alla capacità d’innovazione e di adattamento di una nazione. In questo ecosistema, il rapporto tra utilizzatore e produttore dovrà diventare più diretto e continuo. Le lezioni operative dovranno essere trasferite rapidamente all’industria, tradotte in modifiche progettuali e riportate sul campo in cicli di innovazione molto più brevi rispetto a quelli tradizionali. La velocità con cui un sistema apprende diventerà importante quanto la qualità iniziale delle tecnologie che possiede.

La crescita dell’ecosistema delle tecnologie della difesa rappresenta quindi una fonte importante d’innovazione. È tuttavia necessario evitare un entusiasmo indiscriminato. Non tutte le capacità sviluppate rapidamente durante una guerra produrranno effetti realmente trasformativi e non tutte le tecnologie capaci di attrarre investimenti supereranno la prova dell’impiego operativo.

L’aumento dei capitali destinati al settore comporta anche il rischio di valutazioni eccessive, duplicazioni, frammentazione degli investimenti e bolle speculative. La rapidità dell’innovazione non può sostituire il rigore della valutazione. Sperimentazione operativa, confronto con gli utilizzatori, sostenibilità logistica e capacità di produzione su scala dovranno consentire di distinguere tra una novità tecnologica promettente e una capacità dotata di effettivo valore strategico. La superiorità industriale non coinciderà dunque soltanto con la possibilità di produrre più sistemi. Dipenderà dalla capacità di produrre ciò che serve, nella quantità necessaria, nei tempi richiesti e di modificarlo più rapidamente di quanto l’avversario riesca ad adattare le proprie contromisure. In questo senso, l’industria non è più soltanto il retroterra dello strumento militare: è parte integrante del campo di battaglia e della deterrenza.

 

La resilienza come centro di gravità

 

La sfida del prossimo decennio non consisterà semplicemente nell’acquistare nuove tecnologie. Sarà quella di costruire ecosistemi capaci di apprendere, adattarsi e innovare più rapidamente dei potenziali avversari. La competizione strategica non sarà vinta soltanto da chi possiederà le tecnologie più avanzate o le Forze armate più potenti. Sarà vinta dai sistemi politici, economici e sociali capaci di comprendere la complessità, reagire rapidamente al cambiamento e continuare a funzionare sotto pressione. In questo contesto, la resilienza non coincide con la semplice capacità di resistere a un attacco o di ripristinare la condizione precedente. Significa assorbire lo shock, limitarne gli effetti, adattare strutture e comportamenti, rigenerare le risorse e continuare a decidere e agire anche quando l’ambiente circostante è profondamente mutato. La resilienza nazionale non è più, pertanto, una capacità accessoria o di supporto. È diventata il vero centro di gravità del potere geopolitico contemporaneo. Dalla sua solidità dipendono la credibilità della deterrenza, la continuità dello sforzo militare, la tenuta delle istituzioni e la capacità della società di non disgregarsi sotto la pressione dell’avversario.Nessuna nazione, tuttavia, può costruire questa resilienza in completo isolamento. I sistemi industriali, tecnologici, energetici e informativi dai quali dipende la sicurezza sono sempre più transnazionali e collegano Stati Uniti, Europa e Indo-Pacifico. Le catene di approvvigionamento, le infrastrutture digitali, le capacità spaziali e le basi industriali della difesa attraversano i confini nazionali e generano interdipendenze che possono rappresentare, secondo come vengono governate, una fonte di forza oppure di vulnerabilità.

La capacità di coordinare questi sistemi attraverso basi industriali alleate, standard interoperabili, programmi comuni e meccanismi condivisi di protezione e rigenerazione determinerà se sarà possibile produrre resilienza nella scala e con la rapidità richieste dal prossimo decennio.

La resilienza nazionale rimarrà il centro di gravità, ma sarà la resilienza collettiva degli alleati a determinare se quel centro potrà resistere. Un’Alleanza è realmente resiliente quando la perdita o la compromissione di una singola componente non provoca il collasso dell’intero sistema, ma può essere compensata dalla capacità degli altri membri di sostenerla, sostituirla o rigenerarla.

La guerra del futuro non sarà quindi vinta da una singola piattaforma, da un algoritmo o da un sistema d’arma considerato isolatamente. Sarà vinta dall’ecosistema capace d’integrare tecnologia, industria, conoscenza, organizzazione e volontà politica; di assorbire il colpo senza disgregarsi; di apprendere più rapidamente dell’avversario e di continuare a decidere e agire anche nel caos.

Questa è forse la lezione più importante che emerge dall’Ucraina e da Israele per le nazioni chiamate oggi a preparare la propria sicurezza futura: la potenza non si misura soltanto dalla capacità di colpire, ma anche dalla capacità di resistere, adattarsi e rigenerarsi. Nel mondo che sta emergendo, sarà questa capacità a distinguere i sistemi destinati a subire il cambiamento da quelli capaci di governarlo.

 

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