La Corea del Nord ha condannato il summit NATO di Ankara, tenutosi all’inizio di luglio, accusando l’alleanza di rafforzare i blocchi militari e di intensificare la cooperazione con i partner dell’Indo-Pacifico a scapito della pace regionale. Il ministero degli Esteri nordcoreano, in una dichiarazione diffusa dall’agenzia statale KCNA, ha sostenuto che la NATO ha mostrato un impegno crescente verso la logica del confronto tra blocchi, attraverso l’aumento della spesa militare e il rafforzamento della cooperazione con gli alleati asiatici.
Pyongyang ha inoltre respinto l’idea che il proprio sviluppo nucleare rappresenti una minaccia, definendolo esercizio legittimo di sovranità e ha ribaltato l’onere della denuclearizzazione su Corea del Sud, Giappone e sugli Stati membri NATO coinvolti in accordi di condivisione nucleare. Coerentemente con questa retorica, KCNA ha reso noto che Pyongyang ha deciso misure per rafforzare le proprie forze nucleari sul piano quantitativo e qualitativo, mentre Kim Jong-un continua a chiedere la modernizzazione dell’apparato militare.
La dichiarazione nordcoreana arriva anche a seguito di un vertice trilaterale tenutosi il 7 luglio a margine del summit NATO, dove i ministri degli Esteri di Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone, rispettivamente Cho Hyun, Marco Rubio e Toshimitsu Motegi, hanno ribadito l’impegno congiunto verso la denuclearizzazione completa della penisola coreana. A seguito di questo meeting, un comunicato nordcoreano aveva definito la cooperazione militare tra Seoul e Tokyo un atto sciocco che corteggia l’autodistruzione.
Sul piano interno, Kim Jong-un ha denunciato la corruzione all’interno delle forze armate in occasione di una rara riunione congiunta di partito, governo ed esercito a Pyongyang, segno che il regime percepisce delle possibili vulnerabilità strutturali. Il dato biografico rilevante è che Kim ha aumentato le proprie apparizioni pubbliche nella prima metà del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025, a conferma della priorità assegnata sia allo sviluppo militare sia agli affari interni. Sul fronte della cooperazione con Mosca, l’intelligence ucraina ha confermato che la Corea del Nord fornisce a Mosca un volume significativo di artiglieria, coprendo stime tra il 25 e il 40 per cento del fabbisogno di munizionamento russo per il conflitto in Ucraina.
Dietro questa postura resta cruciale il ruolo di Pechino, spesso sottovalutato nelle letture incentrate sull’asse Mosca-Pyongyang. La Cina è il principale partner economico della Corea del Nord e la sua ancora di sopravvivenza materiale, fornendo beni essenziali come alimenti, abbigliamento, fertilizzanti, macchinari e materiali da costruzione. Tra il 1994 e il 2023 la Corea del Nord ha accumulato con la Cina un disavanzo commerciale superiore ai 20 miliardi di dollari, una cifra che fotografa la profondità della dipendenza economica di Pyongyang da Pechino. Questa dipendenza, tuttavia, non si traduce in un sostegno incondizionato: nel 2023 la Cina ha inasprito i controlli sul contrabbando nordcoreano, limitato la vendita di prodotti ittici nordcoreani sul proprio mercato e reso più difficile la pesca illegale delle imbarcazioni cinesi nelle acque nordcoreane, un’attività in passato tollerata da Pechino in cambio di pagamenti diretti dei pescatori a Pyongyang.
Nel luglio 2024 la Cina ha inoltre ordinato il rimpatrio dei lavoratori nordcoreani impiegati sul proprio territorio, stimati nell’ordine delle decine di migliaia, in linea con la risoluzione 2397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Queste sono decisioni pesanti per un’economia già indebolita da sanzioni internazionali, pandemia e mala gestione: tra il 2016 e il 2022 le esportazioni nordcoreane sono crollate del 94 per cento, le importazioni del 61 per cento. La cautela cinese nasce soprattutto dal fatto che la condotta aggressiva di Pyongyang complica gli equilibri di Pechino, poiché l’ostilità nordcoreana verso Corea del Sud e Giappone, unita al crescente allineamento militare con Mosca, rischia di compromettere gli sforzi cinesi di mantenere relazioni economiche stabili con l’Occidente.
Il trattato del 2024 tra Russia e Corea del Nord ha approfondito la cooperazione tra Mosca e Pyongyang, ma non ha eroso il peso relativo della Cina all’interno di questo asse: Pechino resta comunque l’attore dominante del gruppo e, non alleanza, formato da Russia, Corea del Nord e Iran, potendo contare sulla maggiore economia, la popolazione più numerosa e il volume di sostegno economico più consistente verso gli altri tre partner.
La condanna del summit NATO va dunque letta su più livelli. Riflette la retorica consolidata di Pyongyang, che proietta l’espansione della cooperazione occidentale con l’Indo-Pacifico come minaccia diretta per giustificare l’ulteriore sviluppo dell’arsenale nucleare, mentre l’epurazione anticorruzione interna e l’intensificazione delle apparizioni pubbliche di Kim indicano un bisogno di consolidamento della leadership. In questo quadro la Cina continua ad agire da freno strutturale più che da sponsor incondizionato, sostenendo Pyongyang quanto basta per evitarne il collasso ma limitando selettivamente le attività che rischiano di trascinare Pechino in una escalation regionale non voluta. La convergenza tattica tra Russia e Corea del Nord, per quanto significativa sul piano militare, non ha finora alterato questa gerarchia di influenza, in cui la Cina mantiene la leva economica decisiva sull’intero asse.
