Prima di parlare di attacchi esterni, le imprese dovranno imparare a conoscere ciò che accade all’interno delle proprie reti. Gli agenti di intelligenza artificiale, software autonomi capaci di operare con credenziali proprie e prendere decisioni in modo indipendente, stanno rapidamente trasformandosi in una nuova categoria di rischio per la cybersicurezza aziendale.
Secondo un’elaborazione presentata da Scientia Consulting, ogni violazione informatica riconducibile a una insider threat può costare in media 4,24 milioni di euro in Italia. Se l’incidente coinvolge sistemi di AI utilizzati senza adeguata governance, il conto cresce ulteriormente di oltre 160 mila euro.
La fotografia emerge dall’incrocio di diversi studi internazionali e offre un’indicazione della possibile esposizione economica delle imprese italiane. Partendo dai dati del Cost of a Data Breach Report 2025 di IBM, dalle rilevazioni di Gravitee e considerando le circa 20 mila organizzazioni italiane coinvolte nell’attuazione della direttiva NIS2, Scientia Consulting ipotizza un rischio potenziale nell’ordine delle centinaia di milioni di euro all’anno. Si tratta di una proiezione illustrativa, non di una stima ufficiale, ma sufficiente a evidenziare la dimensione del fenomeno.
A cambiare è soprattutto il profilo della minaccia. Gli agenti AI non sono semplici strumenti software, bensì identità digitali autonome che possono accedere ai sistemi aziendali, eseguire operazioni e, in alcuni casi, persino generarne altri. Il 2026 Agentic AI Security Report di Arkose Labs segnala che l’87% dei dirigenti considera ormai questi agenti una minaccia interna più rilevante dei dipendenti, mentre il 97% si aspetta almeno un grave incidente di sicurezza collegato a tali sistemi entro i prossimi dodici mesi. Eppure appena il 6% dei budget destinati alla sicurezza informatica viene oggi impiegato per affrontare questo specifico rischio.
Per Claudio Fratocchi, Managing Director di Scientia Consulting ed esperto di cybersecurity e infrastrutture critiche, il problema nasce dall’assenza di visibilità. “L’insider threat del 2026 non ha un badge, non timbra il cartellino e non compare nell’organigramma”, osserva. Secondo Fratocchi, molte aziende stanno introducendo nei propri sistemi centinaia di identità non umane dotate di privilegi elevati, spesso create e rimosse nell’arco di pochi istanti. In circa un quarto dei casi, aggiunge, questi agenti sono perfino in grado di generarne altri autonomamente. Se manca un inventario aggiornato e un responsabile per ciascun agente, ricostruire l’origine di un incidente diventa estremamente complesso.
La questione assume un peso ancora maggiore alla luce della direttiva europea NIS2, che impone ai soggetti essenziali e importanti di conoscere e governare l’intera superficie di attacco digitale. Energia, trasporti, sanità, telecomunicazioni, pubbliche amministrazioni e altri settori strategici saranno chiamati a dimostrare di avere sotto controllo ogni componente critica dei propri sistemi informativi. Dal 31 ottobre 2026 prenderanno il via le ispezioni dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale sulle circa 20 mila organizzazioni coinvolte, con la possibilità di sanzioni che possono arrivare fino a 10 milioni di euro.
In questo scenario, un agente AI non censito rappresenta molto più di una vulnerabilità tecnica. Diventa una parte della superficie di attacco che l’organizzazione non è in grado di dimostrare di conoscere né di gestire. Per Fratocchi, questa condizione potrebbe risultare difficilmente difendibile davanti all’autorità competente qualora un incidente informatico fosse riconducibile a sistemi autonomi privi di adeguati controlli.
I dati raccolti a livello internazionale mostrano come il fenomeno sia già concreto. Gravitee indica il comparto delle telecomunicazioni come quello maggiormente colpito dagli incidenti legati agli agenti AI, con il 67% dei casi censiti. Non si tratta di un settore marginale, ma di una delle infrastrutture portanti del perimetro NIS2, dalla quale dipendono servizi essenziali per cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.
L’Italia affronta questa evoluzione partendo da una posizione di fragilità. Il Rapporto Clusit 2026 registra 507 incidenti informatici gravi nel corso del 2025, con una crescita del 42% rispetto all’anno precedente. Il Paese concentra il 9,6% degli attacchi gravi rilevati a livello mondiale, mentre continua a investire in cybersicurezza appena lo 0,13-0,14% del Pil. Una quota inferiore di oltre la metà rispetto alla media dei Paesi del G7, attestata intorno allo 0,3%, come evidenzia anche l’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la qualità dei controlli di accesso. Secondo i dati utilizzati nell’analisi di Scientia Consulting, il 97% delle violazioni che hanno coinvolto sistemi di intelligenza artificiale è avvenuto in ambienti privi di adeguati meccanismi di autenticazione e autorizzazione. È proprio questa assenza di governo che rende oggi difficile persino quantificare il costo reale del fenomeno.
“Non abbiamo nemmeno un numero preciso su quanto ci costerà tutto questo, e questo la dice lunga sul punto cieco di cui parliamo”, afferma Fratocchi. L’esperto invita le imprese a considerare gli agenti AI non censiti come un costo potenziale già presente nei bilanci, destinato a trasformarsi in perdita effettiva se non verranno introdotti strumenti di controllo.
La strategia proposta da Scientia Consulting si articola in tre interventi immediati. Il primo consiste nel censire ogni agente AI attivo, attribuendogli un responsabile e permessi chiaramente definiti. Il secondo prevede di trattare ciascun agente come una vera identità digitale, dotata di credenziali dedicate e limitate allo stretto necessario, evitando qualsiasi condivisione degli accessi. Il terzo riguarda l’introduzione dell’approvazione umana obbligatoria per le operazioni più critiche, accompagnata dalla registrazione completa delle attività svolte dagli agenti.
L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni continua a crescere a ritmi sostenuti e il dibattito si sta spostando rapidamente dalla sperimentazione alla governance. Nei prossimi mesi, con l’avvio dei controlli previsti dalla NIS2, la capacità di identificare, tracciare e controllare le identità digitali autonome potrebbe diventare uno degli indicatori più significativi della maturità cyber delle imprese italiane.
