Il mese di giugno del 2026 rischia di passare alla storia come il momento in cui il decoro istituzionale di Washington ha definitivamente ceduto il passo all’intrattenimento gladiatorio. Mentre a Chicago l’inaugurazione dell’Obama Presidential Center tentava di rievocare i fasti di una presidenza basata sulla grammatica istituzionale, il prato sud della Casa Bianca veniva trasformato in un’arena per l’UFC Freedom 250. Festeggiare un ottantesimo compleanno presidenziale tra gabbie ottagonali e arti marziali miste è una una precisa dichiarazione di intenti: la destrutturazione formale dell’establishment e l’abbraccio definitivo a un’estetica iper-machista che esalta lo scontro fisico e la dominazione assoluta.
Questa brutalità performativa trova il suo perfetto specchio digitale nell’iconografia che il Presidente sceglie di proiettare alla sua base. L’immagine generata dall’Intelligenza Artificiale e diffusa su Truth, in cui Trump è raffigurato come un Atlante avvolto nella bandiera statunitense che regge sulle spalle il globo terrestre, è un capolavoro di populismo messianico. Dal punto di vista sociologico, non siamo più nel regno della propaganda politica tradizionale, ma in quello della mitologia. Per l’elettorato MAGA, la figura presidenziale viene trascesa: non più un amministratore pro tempore, ma baluardo titanico che protegge il mondo occidentale dalle macerie della decadenza woke, se vogliamo. L’Intelligenza Artificiale è spesso diventata in questi mesi lo strumento per eccellenza per dare forma a realtà alternativa, dove il leader è onnipotente, incrollabile e, talvolta,letteralmente salvifico.
Il cortocircuito sistemico, e il conseguente rischio geopolitico, si innescano quando questa auto-narrazione mitologica viene applicata alla politica estera. L’intervento alla Faith and Freedom Coalition è la dimostrazione plastica di come il mito dell’Atlante americano si traduca in un progetto egemonico sull’emisfero occidentale totalmente slegato dalla realtà fattuale. Affrontando il tema del Venezuela, Trump non fa diplomazia, ma piega a suo piacimento la realtà oggettiva dei fatti. L’invenzione di un paese devastato ma felice, dove “ballano per le strade”, e la brutale rivendicazione di aver estratto milioni di barili di petrolio per “ripagare la guerra”, trasformano le complesse dinamiche latinoamericane in un brutale gioco a somma zero. È utilizzare isocial media per vendere alla base elettorale cristiana e conservatrice come una legittima vittoria sul campo.
Il pericolo reale di questa crasi tra spettacolo interno e politica estera risiede nell’imprevedibilità degli attori internazionali di fronte a una superpotenza che ragiona per slogan facili. Quando la complessità delle relazioni internazionali viene sacrificata sull’altare del posizionamento mediatico interno, le crisi vengono fabbricate o esasperate non per strategia geopolitica, ma per necessità narrativa. I leader avversari o alleati si trovano a dover negoziare non con un capo di Stato, ma con un personaggio in perenne campagna elettorale, disposto a riscrivere la sua storia e a ignorare i fondamenti del diritto internazionale pur di mantenere viva l’immagine dell’uomo forte che piega il mondo al suo volere.
In questo clima di perenne esibizione muscolare, l’imminente finale della Coppa del Mondo FIFA, che si svolgerà il 19 luglioprossimo, rischia di assumere i contorni di una polveriera cerimoniale. Il calcio, per sua natura intriso di profondi significati sociopolitici, rappresenta il palcoscenico globale definitivo. Se la presidenza ha dimostrato di voler piegare svariati simboli istituzionali all’intrattenimento di fazione, è inevitabile immaginare che la consegna del trofeo verrà cannibalizzata per alimentare la narrativa del trionfo statunitense assoluto. Il rischio è che l’evento sportivo più seguito del pianeta si trasformi nel palcoscenico finale per consacrare, davanti a miliardi di spettatori, l’avvento definitivo di questo nuovo Atlante dell’emisfero occidentale.
