Un silenzio assordante e persistente avvolge la diplomazia internazionale quando si tratta di affrontare la tragedia che si consuma in Myanmar. Nuova Delhi, tuttavia, ha recentemente deciso di rompere questo schema. Il vertice ufficiale svoltosi in India tra il Primo Ministro indiano Narendra Modi e il leader della giunta militare in Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, ha riacceso improvvisamente i riflettori su una delle crisi più drammatiche, complesse e colpevolmente dimenticate del nostro tempo.
La decisione del governo indiano di stendere il tappeto rosso al capo del regime militare di Naypyidaw rappresenta l’espressione più pura e spietata di un crudo pragmatismo geopolitico, una scelta strategica di realpolitik che si scontra con la tragica realtà sul campo. Oltre il confine indiano, infatti, il Myanmar continua a essere devastato da quella che gli analisti e gli osservatori internazionali considerano all’unanimità la guerra civile più sanguinosa, violenta e letale dell’intero continente asiatico, un conflitto che sta progressivamente polverizzando il tessuto sociale, economico e istituzionale del Paese.
Per comprendere questo avvicinamento diplomatico tra Nuova Delhi e la giunta in carica è necessario analizzare la realtà interna che il Myanmar sta vivendo. A più di cinque anni dal colpo di Stato del febbraio 2021, che ha rovesciato brutalmente il governo democraticamente eletto e guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, il Paese si trova intrappolato in una spirale di guerra. I dati più recenti forniti dalle reti di monitoraggio internazionale come l’Armed Conflict Location & Event Data Project delineano un quadro spaventoso e in continuo peggioramento, con un bilancio delle vittime direttamente legate agli scontri armati che ha drammaticamente superato la soglia dei centomila morti.
A questo dato, già di per sé catastrofico, si aggiunge l’impatto devastante sulla popolazione civile: si calcolano quasi quattro milioni di sfollati interni, costretti a fuggire dai propri villaggi dati alle fiamme, mentre oltre sedici milioni di cittadini dipendono oggi in tutto e per tutto dagli aiuti umanitari internazionali, che tuttavia faticano a raggiungere le aree interne a causa dei blocchi militari e della sistematica distruzione delle vie di comunicazione.
Il conflitto odierno non è più una semplice rivolta contro un golpe, ma una guerra di logoramento a tutto campo che vede contrapposte due forze principali. Da un lato vi è il Tatmadaw, l’esercito regolare controllato dalla giunta militare, che dispone di armamenti pesanti, artiglieria e, soprattutto, del monopolio assoluto del potere aereo. Dall’altro lato si muove una eterogeneità di forze di resistenza, rappresentata in primo luogo dalle Forze di Difesa Popolare, nate dalla mobilitazione spontanea della gioventù urbana e rurale dopo la repressione sanguinosa delle proteste pacifiche del 2021. Queste milizie cittadine hanno trovato un’alleanza strategica e operativa fondamentale negli storici eserciti delle minoranze etniche, come l’Arakan Army, il Karen National Liberation Army o il Kachin Independence Army, formazioni guerrigliere che combattono contro il potere centrale per ottenere l’autonomia o il federalismo fin dall’indipendenza del Paese nel 1948. Questi gruppi hanno inferto colpi durissimi al regime in questi cinque anni di conflitto. In particolare, fra la fine del 2023 e la prima metà del 2025, la giunta militare ha subito una serie di umilianti sconfitte sul campo, perdendo il controllo di vaste porzioni di territory lungo i confini con la Cina, la Thailandia e l’India, oltre a numerosi snodi commerciali di vitale importanza economica. Tuttavia, la reazione del Tatmadaw non si è fatta attendere ed è stata di una brutalità inaudita. Sfruttando la propria superiorità tecnologica, i generali di Naypyidaw hanno lanciato una massiccia e spietata controffensiva, concentrando gli sforzi soprattutto nella parte settentrionale dello Stato Chin, una regione montuosa, impervia e strategicamente cruciale che si affaccia direttamente sul confine indiano. E, nelle ultime settimane, le truppe del regime sono riuscite a riguadagnare terreno in questa specifica area, ricorrendo in modo sistematico alla tactics della terra bruciata e a devastanti bombardamenti aerei che non risparmiano gli insediamenti civili, le scuole, i luoghi di culto e le strutture ospedaliere.
È esattamente in questa cornice di devastazione, caos e isolamento internazionale che si inserisce l’apertura del canale diplomatico diretto tra l’India e il Myanmar. Per il generale Min Aung Hlaing, la visita ufficiale a Nuova Delhi e il faccia a faccia con Narendra Modi hanno rappresentato un successo politico straordinario e un’occasione d’oro per ottenere da una grande potenza asiatica quella legittimità internazionale che l’Unione Europea, gli Stati Uniti e persino diversi membri dell’ASEAN continuano fermamente a negargli.
Al contrario, per la leadership indiana guidata da Modi, l’accoglienza riservata al capo del Tatmadaw non ha nulla a che vedere con considerazioni di carattere ideologico o morale, ma risponde interamente alle rigide necessità della sicurezza nazionale e della protezione economica, riassunte nella celebre dottrina estera del “Neighbourhood First” (Prima i vicini). L’India condivide infatti con il Myanmar una frontiera terrestre lunga oltre milleseicento chilometri, un confine che attraversa giungle fitte e regioni montuose difficilmente controllabili. La stabilità e la sicurezza di questo specifico confine rappresentano un’ossessione geopolitica per Nuova Delhi, e ciò per tre ragioni fondamentali.
In primo luogo, vi è la necessità di contenere e neutralizzare i numerosi gruppi ribelli separatisti che operano negli Stati del Nord-Est dell’India, come il Nagaland, il Manipur e il Mizoram; queste milizie utilizzano storicamente le foreste incontrollate del Myanmar settentrionale come retroguardia sicura per addestrarsi, riorganizzarsi e lanciare attacchi contro le forze di sicurezza indiane.
In secondo luogo, il Myanmar rappresenta per l’India il ponte geografico insostituibile verso i mercati del Sud-Est Asiatico anche perché Nuova Delhi ha investito miliardi di dollari nello sviluppo di mega-progetti infrastrutturali nel territorio del paese vicino, tra cui spicca il Progetto di trasporto di transito multi-modale Kaladan, concepito per collegare i porti della costa orientale indiana con lo strategico scalo marittimo di Sittwe, nello Stato di Rakhine, aprendo così una via di comunicazione diretta verso le province interne del nord-est indiano. A questo si aggiunge l’ambizioso progetto della Grande Autostrada Trilaterale, destinata a unire l’India alla Thailandia attraversando interamente il territorio mitilizzabile. La continuazione della guerra civile e l’eventuale collasso definitivo delle istituzioni di Naypyidaw metterebbero a rischio il futuro di questi investimenti strategici, che l’India considera vitali per la propria crescita economica a lungo termine.
Il terzo fattore, forse il più determinante nello scacchiere della realpolitik di Nuova Delhi, è rappresentato dallo spettro della Cina. Pechino esercita da tempo un’enorme influenza economica e politica sul Myanmar, essendo rimasta per anni il principale partner commerciale e il maggiore fornitore di sistemi d’arma avanzati sia per il regime militare sia, ambiguamente, per alcune milizie etniche attive lungo il confine sino-birmano. Per gli strateghi indiani, l’isolamento totale del Myanmar da parte della comunità internazionale spinge inevitabilmente la giunta militare a gettarsi interamente tra le braccia del colosso cinese. Tagliare i ponti con Naypyidaw significherebbe, per l’India, regalare alla Cina il controllo esclusivo di un Paese confinante e, di conseguenza, concedere a Pechino un accesso strategico diretto e permanente alle acque dell’Oceano Indiano, accerchiando di fatto lo spazio di sicurezza indiano.
Il vertice tra Modi e Min Aung Hlaing si è concluso con la firma di una serie di intese commerciali e di sicurezza che testimoniano la volontà di istituzionalizzare questo asse. Tra i provvedimenti più significativi spicca l’introduzione di un meccanismo di pagamento diretto in valute locali, Rupia e Kyat, finalizzato a facilitare gli scambi bilaterali aggirando il sistema del dollaro e le sanzioni finanziarie internazionali. Sono stati inoltre siglati accordi per il rafforzamento della sicurezza informatica, il pattugliamento congiunto dei confini marittimi e terrestri e la gestione dei flussi di rifugiati che tentano di fuggire dai combattimenti nello Stato Chin.
Come era ampiamente prevedibile, questo formale abbraccio diplomatico ha sollevato un’ondata di durissime critiche e condanne da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, dei governi occidentali e del Governo di Unità Nazionale in esilio, l’esecutivo composto dai parlamentari democratici deposti dal golpe. L’accusa mossa all’India è quella di aver barattato i principi democratici e il rispetto dei diritti umani con l’opportunismo economico. Tuttavia, la condotta diplomatica di Nuova Delhi in questa complessa vicenda dimostra con assoluta chiarezza come la geopolitica dell’Asia profonda risponda a logiche di pura sopravvivenza statale, dove le questioni di sicurezza dei confini, la stabilità interna e la competizione tra grandi potenze regionali prevalgono nettamente sui valori universali e sull’isolamento umanitario.
