La sesta generazione non sarà solo un aereo

Per oltre settant’anni l’evoluzione della potenza aerea è stata raccontata attraverso una successione di generazioni di velivoli. Ogni generazione era identificata da una innovazione dominante. La quarta introdusse il fly-by-wire, la manovrabilità spinta e il combattimento oltre il raggio visivo.

La quinta, teorizzata e sostenuta da Michael Wynne durante lo sviluppo dell’F-35, fu definita dalla convergenza di stealth, sensor fusion e superiorità informativa. Il velivolo cessava di essere soltanto una piattaforma volante per diventare il nodo principale di una rete operativa.

Oggi, tuttavia, il dibattito sulla sesta generazione appare ancora sorprendentemente poco chiaro.

NGAD negli Stati Uniti, GCAP in Europa e Giappone, F/A-XX nella Marina americana e i nuovi programmi cinesi vengono spesso descritti attraverso caratteristiche tecniche: maggiore autonomia, motori adattivi, sensori più sofisticati, nuove tecnologie stealth, armi a energia diretta e intelligenza artificiale. La domanda fondamentale, però, è un’altra: stiamo davvero parlando di una nuova generazione di aeroplani oppure di una nuova generazione di sistemi di combattimento? Il cambiamento più profondo riguarda il centro di gravità del combattimento. Durante la Guerra Fredda il valore operativo era concentrato nella piattaforma: più potente era il radar, più avanzato il missile, maggiore era il vantaggio. Oggi, invece, il valore si distribuisce tra sensori spaziali, satelliti, droni, reti di comunicazione, cloud tattici, sistemi cyber, guerra elettronica e algoritmi di elaborazione. Il velivolo pilotato continua a svolgere un ruolo essenziale, ma non rappresenta più il centro esclusivo del sistema. Diventa il nodo principale di un’architettura molto più ampia. Un F-35, oggi, non opera più come un caccia tradizionale. È contemporaneamente un sensore volante, una piattaforma di raccolta dati, un nodo di comando avanzato e un distributore di informazioni verso le altre unità operative. Questa trasformazione è destinata ad accelerare con l’introduzione dei Collaborative Combat Aircraft (CCA), droni autonomi progettati per operare accanto ai velivoli pilotati. Il risultato è che il pilota non combatterà più da solo. Combatterà insieme a una squadra di agenti intelligenti, umani e artificiali, capaci di cooperare in tempo reale all’interno di un’unica architettura operativa. La vera rivoluzione della sesta generazione non riguarda tanto la velocità o la furtività, quanto la cognizione ossia il modo in cui le informazioni vengono raccolte, integrate, interpretate e trasformate in decisioni operative.

Per decenni la superiorità aerea è stata definita dalla capacità di vedere per primi, colpire per primi e sopravvivere. Oggi il vantaggio competitivo deriva sempre più dalla capacità di comprendere la situazione operativa prima dell’avversario e di trasformare tale comprensione in decisioni più rapide ed efficaci.L’ambiente operativo contemporaneo produce una quantità di dati che nessun essere umano è più in grado di elaborare autonomamente. Sensori elettro-ottici, radar multifunzione, satelliti, sistemi di guerra elettronica, capacità cyber e fonti aperte alimentano un flusso informativo continuo, multidominio e ad altissima velocità. Oggi, l’intelligenza artificiale non rappresenta semplicemente una tecnologia aggiuntiva ma diventa una necessità operativa. La sua funzione non è sostituire il decisore umano, ma amplificarne le capacità cognitive, filtrando le informazioni rilevanti, individuando correlazioni invisibili all’analisi tradizionale, proponendo opzioni operative e riducendo il tempo necessario per decidere. Nascono così quelli che potremmo definire “compagni cognitivi”, cioè agenti intelligenti che affiancano il comandante e il pilota nell’analisi della situazione, nella valutazione delle alternative e nella gestione della complessità. Il pilota non viene sostituito, ma potenziato nelle proprie capacità cognitive e decisionali.

Molti anni fa il Tornado introdusse una prima forma di cooperazione uomo-macchina. Il Terrain Following Radar consentiva al velivolo di seguire automaticamente il profilo del terreno a bassissima quota, alleggerendo il carico di lavoro del pilota e affidando al sistema l’esecuzione di una funzione che fino ad allora richiedeva un controllo continuo da parte dell’uomo.

Oggi stiamo assistendo allo stesso fenomeno, ma su una scala incomparabilmente più ampia.

La macchina non assiste più soltanto il controllo del volo, assiste, invece, il processo cognitivo che precede la decisione. L’intelligenza artificiale integra informazioni provenienti da sensori distribuiti, supporta la guerra elettronica, contribuisce all’identificazione delle minacce, propone opzioni operative, coordina piattaforme con equipaggio e senza equipaggio e accelera il ciclo decisionale.

Nel Tornado l’automazione assisteva le mani del pilota, nella sesta generazione, invece, l’intelligenza artificiale assisterà soprattutto la sua mente.

Entriamo così in una nuova fase che potremmo definire di covita operativa tra essere umano e sistemi intelligenti. Non è la macchina a sostituire il pilota ma è il pilota che, grazie all’intelligenza artificiale, estende le proprie capacità cognitive. La responsabilità della decisione e dell’impiego della forza rimane saldamente umana, ma la capacità di osservare, comprendere, anticipare, decidere e dirigere l’azione viene profondamente amplificata. In questo senso, la sesta generazione non ridefinisce soltanto la piattaforma aerea, ma inaugura un nuovo paradigma cognitivo del combattimento, nel quale il ciclo decisionale evolve da processo prevalentemente individuale a processo collaborativo tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Forse il più grande equivoco del dibattito attuale consiste nel continuare a cercare la sesta generazione in un nuovo aeroplano. La vera discontinuità potrebbe essere già iniziata.

Non occorre attendere un nuovo velivolo perché emerga una logica di sesta generazione. Quando una piattaforma come l’F-35 opera all’interno di una rete che integra droni collaborativi, sensori distribuiti, capacità spaziali, sistemi multidominio e intelligenza artificiale, il cambiamento è già in atto. La differenza non risiede nella piattaforma, ma nell’architettura cognitiva del sistema di combattimento. Per questa ragione, gli storici del futuro potrebbero giungere a una conclusione sorprendente ossia la sesta generazione non sarà ricordata per un nuovo caccia, ma per aver trasformato il caccia da centro esclusivo del combattimento a nodo intelligente di una rete distribuita. La vera rivoluzione, quindi, non è aeronautica ma cognitiva. Il passaggio dalla kill chain alla kill web rappresenta la trasformazione dell’architettura operativa, l’integrazione dell’intelligenza artificiale, invece, ne rappresenta l’evoluzione cognitiva. Per la prima volta nella storia dell’aviazione militare, il centro di gravità del combattimento non coincide più con la piattaforma né soltanto con la rete, ma con la capacità cognitiva distribuita che emerge dall’interazione tra esseri umani, sistemi intelligenti e capacità multidominio.

Pasquale Preziosa

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