Ogni anno, alla fine di maggio, Singapore ospita il più importante forum di sicurezza dell’Asia-Pacifico: il Dialogo di Shangri-La, organizzato dall’International Institute for Strategic Studies. Non si tratta di un vertice in senso stretto, poiché non produce comunicati vincolanti né accordi formali, eppure da oltre vent’anni i tre giorni di colloqui tra ministri della difesa, capi militari e analisti anticipano le traiettorie della sicurezza regionale. La 23esima edizione, tenutasi dal 29 al 31 maggio 2026, non ha fatto eccezione, profilandosi anzi come una delle più significative dell’ultimo decennio per la chiarezza dei messaggi lanciati. Quest’anno il forum ha sancito definitivamente la valenza transatlantica dell’Indo-Pacifico: se da un lato l’apertura è stata affidata al presidente vietnamita Tô Lâm e la scena è stata dominata da Australia, Filippine, Giappone e India, dall’altro si è registrata una massiccia presenza europea, con delegazioni che andavano dall’Italia e la Francia fino al Regno Unito e ai Paesi baltici e nordici.
Uno dei momenti più importanti dell’evento è stato il discorso del 30 maggio di Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, un intervento che rimarrà probabilmente il documento di riferimento per comprendere la strategia indo-pacifica del secondo mandato Trump. Hegseth ha costruito il suo discorso attorno a tre aggettivi: “strong, quiet, clear” (forte, silenzioso, chiaro) e ha lanciato una formula provocatoria che ha catturato l’attenzione dei media: “meno Shangri-La, più navi e sottomarini”. Con questa espressione, Washington ha voluto chiarire che la diplomazia e le parole contano meno della potenza di fuoco concreta e che il dialogo ha valore solo se genera una reale capacità militare di deterrenza. Altrettanto eloquente è stato il silenzio su Taiwan, che Hegseth non ha menzionato una sola volta. Questa omissione, giunta subito dopo il vertice Trump-Xi di Pechino di metà maggio, è stata letta con forte preoccupazione a Taipei, specialmente in un momento in cui un pacchetto di aiuti militari da 14 miliardi di dollari autorizzato dal Congresso resta bloccato a Washington.
La risposta dei partner regionali a questa nuova postura americana non si è fatta attendere, delineando una rete sempre più fitta di alleanze. Il Giappone, per bocca del ministro Koizumi, ha espresso l’ambizione di trasformare i singoli accordi bilaterali in una maglia di deterrenza integrata, traducendo i “punti in linee e le linee in piani” attraverso la cooperazione sulle fregate con Australia e Nuova Zelanda e la fornitura di radar alle Filippine. Parallelamente, l’Australia ha confermato l’acquisto di sottomarini usati di classe Virginia e ha varato il primo progetto concreto del Pilastro II dell’AUKUS, la sezione del patto dedicata allo sviluppo congiunto di tecnologie avanzate come droni, intelligenza artificiale e armi ipersoniche, focalizzato sui droni sottomarini autonomi in collaborazione con Stati Uniti e Regno Unito.
Sul fronte opposto, l’elemento più discusso è stato l’assenza del ministro della Difesa cinese Dong Jun per il secondo anno consecutivo. Pechino considera infatti questo forum una piattaforma a trazione occidentale e uno strumento di contenimento statunitense travestito da multilateralismo. Se da un lato l’assenza del ministro ha lasciato a Washington il controllo della narrativa pubblica, dall’altro ha permesso alla Cina di muoversi nell’ombra. Mentre gli accademici militari cinesi usavano la tribuna per criticare l’AUKUS e il militarismo giapponese, Pechino tesseva una fitta rete di accordi bilaterali con i paesi del Sud-Est asiatico.Il caso delle Filippine è l’esempio perfetto di questa doppia velocità. Dal palco di Shangri-La, il Segretario Teodoro ha chiesto apertamente la solidarietà internazionale contro le pressioni cinesi; appena tre giorni dopo, però, Manila è stata clamorosamente sconfitta nel voto segreto all’ONU per un seggio nel Consiglio di Sicurezza, raccogliendo solo 49 voti contro i 142 dei rivali. Questo enorme distacco tra le parole del forum e la realtà dei voti conferma l’analisi dell’istituto australiano ASPI: le istituzioni universali come l’ONU cedono facilmente alla pressione economica e diplomatica di Pechino. È proprio per questo che nascono le coalizioni più ristrette (i “minilaterali” come l’AUKUS): per creare scudi militari più solidi laddove la diplomazia globale fallisce.
Per l’Europa, il messaggio che emerge da Singapore è netto e privo di ambiguità: il Mar Baltico e l’Indo-Pacifico non sono teatri scindibili, specialmente sul piano della sicurezza sottomarina e della protezione delle rotte commerciali. Considerando che il 42% del commercio dell’Unione Europea transita proprio per le acque contese del Mar Cinese Meridionale, la domanda per Bruxelles non è più se sia necessario elaborare una strategia per questa regione, ma se l’Europa riuscirà a costruirne una coerente prima che il prossimo incidente geopolitico la renda drammaticamente urgente.
In definitiva, il Dialogo di Shangri-La del 2026 potrebbe aver tracciato la fine della stagione della diplomazia dei grandi discorsi e delle dichiarazioni d’intenti sembra per un realismo più crudo, fatto di sottomarini, droni e alleanze militari ristrette. Se da un lato gli Stati Uniti e i loro alleati hanno scelto la via della deterrenza visibile, dall’altro la Cina ha dimostrato che l’assenza dai riflettori non coincide con l’immobilità, ma con una pressione diplomatica silenziosa ed efficace.
