Per la FIFA sarà il più grande Mondiale della storia. Per i governi di Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta un’enorme vetrina internazionale, un’occasione per attrarre investimenti e rilanciare la propria immagine. Eppure, il quadro che emerge dei tre Paesi organizzatori è molto più complesso di quello affidato agli slogan ufficiali. Il calcio, ancora una volta, diventa una lente attraverso cui leggere questioni che lo superano come disuguaglianze sociali, trasformazioni urbane, sicurezza, mobilità, diritti e uso dello spazio pubblico.
Il caso più evidente è quello del Messico, chiamato a inaugurare il torneo nello storico stadio Azteca. Mentre milioni di spettatori seguono la cerimonia d’apertura, nelle strade di Città del Messico si svolgono manifestazioni di insegnanti della Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE), movimenti per il diritto alla casa, associazioni di familiari dei desaparecidos e gruppi contrari ai processi di gentrificazione. Un fenomeno, quest’ultimo, che il Mondiale sta accelerando: l’esplosione degli affitti brevi, trainata da piattaforme come Airbnb, sta infatti spingendo i residenti storici fuori da quartieri centrali come Roma, Condesa o Juárez per far spazio ai turisti. Le proteste chiedono che l’attenzione internazionale non faccia dimenticare i problemi cronici del Paese. È una fotografia che racconta bene la natura ambivalente dei grandi eventi globali: straordinarie opportunità economiche e mediatiche che convivono con tensioni sociali mai davvero risolte.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio la narrazione dello spazio urbano. In numerosi articoli della stampa messicana ricorre il tema della “città vetrina”: quartieri riqualificati, infrastrutture accelerate, aree turistiche rese più presentabili per l’arrivo dei visitatori. Parallelamente, associazioni civiche denunciano il rischio che gli investimenti si concentrino soprattutto nelle zone interessate dal torneo, lasciando in secondo piano periferie e servizi essenziali. In queste settimane sono inoltre circolate immagini e testimonianze secondo cui alcune aree di forte degrado sarebbero state schermate con teli o barriere per limitarne la visibilità lungo alcuni percorsi ufficiali. La vicenda è diventata rapidamente oggetto di dibattito sui social network e su diversi media locali: il Mondiale viene visto qui come simbolo di un modello economico estrattivista che privilegia i grandi capitali rispetto ai bisogni delle comunità locali.
Le contraddizioni non riguardano soltanto lo Stato messicano: negli Stati Uniti il dibattito si concentra sui costi dei biglietti, sulle misure di sicurezza e sull’impatto economico delle città ospitanti. In Canada viene affrontata la questione della sostenibilità finanziaria degli investimenti pubblici. A Toronto i costi preventivati per adeguare le infrastrutture e garantire la sicurezza sono esplosi, passando dalle stime iniziali di 300 milioni di dollari canadesi a proiezioni che sfiorano i 380 milioni, accendendo un aspro dibattito politico sull’eredità che il torneo lascerà alle comunità locali. Queste discussioni sono accomunate da una domanda: chi beneficia realmente di un evento di questa portata?
È in questo scarto tra narrazione e realtà che si inserisce una dinamica inedita: lo sportwashing. Se storicamente i grandi eventi sportivi sono usati per ripulire l’immagine di governi autocratici, nel caso nordamericano l’obiettivo è proiettare un’immagine di coesione capace di nascondere le crepe interne. Per il Messico, la città vetrina distoglie lo sguardo dalla violenza; per gli Stati Uniti, l’illusione di un continente unito che contrasta con la polarizzazione e la militarizzazione dei confini: un maquillage utile alla FIFA per riabilitare il proprio brand. FIFA che, per soddisfare Trump dopo la delusione del Nobel, ha istituito il FIFA Peace Prize, premio annuale dedicato a coloro che hanno promosso “azioni eccezionali e straordinarie per la pace e così facendo hanno unito le persone in tutto il mondo”, premiando poi il POTUS. Insomma, anche in nord America, vale l’assunto: il calcio è la cosa più importante tra quelle meno importanti.
