TEMPESTA NEL GOLFO DI THAILANDIA: LA CAMBOGIA TRASCINA BANGKOK ALL’ONU PER LE RISERVE DA 300 MILIARDI

I confini fra Thailandia e Cambogia sono di nuovo al centro dell’attenzione internazionale. Con una mossa diplomatica senza precedenti, il governo della Cambogia ha formalmente avviato una procedura di conciliazione obbligatoria sostenuta dalle Nazioni Unite contro il Regno di Thailandia. L’obiettivo è quello di sbloccare una disputa sui confini marittimi che si trascina da oltre mezzo secolo: un’area marittima di 26.000 chilometri quadrati, nota negli ambienti diplomatici come Overlapping Claims Area (OCA). Questo specchio d’acqua custodisce nei suoi fondali un vero e proprio tesoro energetico: le stime parlano di circa 12 trilioni di piedi cubi di gas naturale e ingenti giacimenti di petrolio non ancora quantificati, il cui valore commerciale complessivo è stimato intorno ai 300 miliardi di dollari, una risorsa in grado di trasformare radicalmente il futuro economico e industriale di entrambe le nazioni.

 

Questa disputa marittima è la diretta conseguenza di un confine terrestre mai chiarito, ereditato dai trattati coloniali franco-siamesi del 1904-1908. In quell’occasione, i cartografi francesi deviarono arbitrariamente dal confine naturale segnato dalla catena montuosa dei monti Dângrêktra i due paesi per includere il tempio di Preah Vihear in Cambogia, creando mappe che la Thailandia firmò senza verificarne l’accuratezza. Sebbene nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia abbia confermato la sovranità cambogiana sul tempio basandosi su quelle mappe, la sentenza non ha definito il prolungamento del confine in mare. Il problema si è ripresentato negli anni ‘70, quando la Cambogia ha preteso di tracciare la propria linea marittima proiettando nel Golfo i vecchi confini coloniali (fino a includere l’isola di Koh Kut), mentre la Thailandia ha risposto geometricamente applicando una rigorosa interpretazione della propria linea di costa continentale. Il risultato di queste due metodologie antitetiche è l’attuale Overlapping Claims Area: 26.000 chilometri quadrati di mare in cui i diritti di sovranità si sovrappongono perfettamente.

 

Proprio in questo ultimo mese, la situazione di apparente stabilità che si era mantenuta fino a questo momento ha iniziato a spezzarsi. Cavalcando l’ondata di fervore nazionalista interno alimentata dai media e dalle frange più conservatrici del Paese, il Primo Ministro thailandese Anutin Charnvirakul ha compiuto un passo formale drastico: ha annullato unilateralmente il Memorandum d’Intesa (MoU) del 2001, un documento, firmato venticinque anni prima, che rappresentava l’unico quadro giuridico e bilaterale esistente attraverso il quale i due Paesi si impegnavano a negoziare congiuntamente sia la delimitazione dei confini marittimi sia lo sfruttamento delle risorse energetiche dell’OCA. Davanti a questa decisione, il Primo Ministro cambogiano Hun Manet ha deciso di internazionalizzare la disputa, invocando l’Allegato V della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), notificando sia al governo thailandese sia al Segretario Generale dell’ONU l’apertura di una procedura di conciliazione obbligatoria. Anche se questo istituto non produce una sentenza vincolante, questo meccanismo prevede comunque la costituzione di un panel di esperti e giuristi indipendenti incaricati di esaminare le carte e proporre una soluzione equa.

 

È importante sottolineare che a spingere i due governi verso questa prova di forza non è solo l’orgoglio patriottico, ma una pressante urgenza economica. Le attuali tensioni geopolitiche globali e, in particolare, i blocchi commerciali e le minacce alle rotte marittime nello Stretto di Hormuz causate dalla crisi in Medio Oriente, hanno fatto schizzare alle stelle i costi di importazione del greggio e del gas naturale. In questo contesto, sia la Thailandia che la Cambogia stanno affrontando una dura ondata inflazionistica e un aumento vertiginoso dei costi dell’energia che minaccia la tenuta dei rispettivi sistemi industriali. Per queste ragioni, l’accesso immediato ai giacimenti di gas del Golfo di Thailandia non è più un obiettivo a lungo termine, ma è diventato una necessità di sicurezza nazionale.

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