L’Asse Brasile-Cina e lo strappo di Washington

L’inizio di giugno 2026 segna uno spartiacque per gli equilibri commerciali e geopolitici dell’emisfero occidentale. Quella che fino a pochi mesi fa appariva come una potenziale tregua tariffaria si è improvvisamente trasformata in una ferits aperta tra Washington e Brasilia. Le recenti mosse unilaterali dell’amministrazione statunitense, culminate con la minaccia di nuovi dazi punitivi, stanno agendo da formidabile catalizzatore per un processo già in atto: lo slittamento definitivo del Brasile e delle sue catene di approvvigionamento nell’orbita economica cinese.

Il 2 giugno 2026, l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) ha proposto formalmente l’imposizione di dazi del 25% su una vasta gamma di prodotti brasiliani, accusando il Paese di adottare pratiche commerciali definite come“irragionevoli”. La reazione diplomatica non si è fatta attendere: il giorno seguente, l’esecutivo guidato da Lula ha espresso profondaindignazione, inquadrando la mossa come una ritorsione di natura esclusivamente politica.

Alla base dell’attrito vi è un profondo scollamento tra le narrazioni politiche e i dati macroeconomici. Il governo brasiliano ha infatti ricordato a Washington un dettaglio tutt’altro che trascurabile: gli Stati Uniti mantengono nei confronti del Brasile un enorme surplus commerciale, stimato in oltre 424 miliardi di dollari accumulati nell’arco degli ultimi quindici anni. Colpire con dazi punitivi un partner commerciale verso il quale si è in così forte attivo rappresenta una mossa eterodossa, resa ancor più aspra dal fatto che la quota statunitense sulle esportazioni brasiliane ha già toccato il suo minimo storico, sprofondando al 9% nel primo trimestre del 2026.

Per comprendere appieno la portata della crisi attuale, è necessario riavvolgere il nastro fino a febbraio 2026. In quel frangente, una storica sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti aveva annullato la base giuridica dei dazi “reciproci”, imponendo di fatto una base tariffaria minima del 15% che, paradossalmente, aveva avvantaggiato le economie del Sud globale. Questa riorganizzazione giuridica aveva alleggerito il peso tariffario per il Brasile (che aveva registrato un calo del 13%) e per la Cina, sfavorendo invece alleati storici occidentali. Tuttavia, l’attuale accelerazione dell’amministrazione Trump dimostra la chiara volontà di aggirare gli ostacoli della giurisprudenza interna ricorrendo a strumenti esecutivi e azioni unilaterali mirate, spezzando di fatto l’equilibrio creatosi solo pochi mesi prima.

In questo teatro di tensioni transamericane, Pechino si muove con calcolata freddezza e lucidità strategica. Primo partner commerciale da circa un decennio, la Cina offre al Brasile esattamente ciò che Washington sta mettendo in discussione: stabilità nelle catene di fornitura, massicci investimenti infrastrutturali e un mercato sterminato per l’agroalimentare e le materie prime sudamericane.

La pressione americana sortisce dunque l’effetto opposto a quello sperato, costringendo il Brasile a un riallineamento che non è più solo tattico, ma profondamente strutturale. L’amministrazione brasiliana sta accelerando la diversificazione delle catene di approvvigionamento, ancorandosi sempre più ai partner BRICS e blindando le proprie esportazioni in un mercato asiatico protetto dalle imprevedibili fluttuazioni politiche dettate dalla Casa Bianca.

L’uso aggressivo della leva tariffaria da parte degli Stati Uniti sta ridefinendo, a ritmi serrati, la mappa dei commerci globali. Da una disputa squisitamente commerciale si è passati a un solco geopolitico profondo, dove le sanzioni fungono da involontario collante per le nazioni che ricercano un’alternativa all’egemonia del dollaro. Mentre il Brasile si allontana dal suo storico partner nordamericano, consolidando la propria autonomia strategica, l’architettura internazionale si polarizza ulteriormente, confermando che nell’era della rinnovata competizione tra grandi potenze, il commercio è ormai, a tutti gli effetti, la continuazione della diplomazia con altre tipologie di strumenti.

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