Il ritorno della guerra nel cuore dell’Europa, la frammentazione degli equilibri globali e l’accelerazione tecnologica stanno ridefinendo in profondità il rapporto tra sicurezza e società. In questo contesto si colloca la presentazione del primo Report “Cultura della Difesa”, ospitata il 21 maggio presso la Biblioteca “Nilde Iotti” della Camera dei Deputati, un appuntamento che ha riunito istituzioni, vertici militari, mondo accademico e informazione con l’obiettivo dichiarato di colmare un divario ormai evidente: quello tra la percezione pubblica della difesa e la sua reale funzione strategica.
L’iniziativa, promossa da DYNAMES, FORM\&ATP e LUISS Scuola di Giornalismo, si inserisce in un quadro di crescente consapevolezza che la sicurezza non possa più essere interpretata come un ambito settoriale, confinato alle forze armate, ma debba essere considerata una dimensione sistemica del Paese. È su questo punto che si è articolato il filo conduttore degli interventi, convergenti nel sottolineare la necessità di costruire una cultura della difesa condivisa, capace di coinvolgere l’intero tessuto sociale.
Nel suo intervento introduttivo, Gianni Riotta ha offerto la chiave di lettura più esplicitamente orientata alla dimensione civile di questo processo. Il direttore della Scuola di Giornalismo della LUISS ha insistito sull’urgenza di superare la storica separazione tra ambito militare e società, promuovendo una contaminazione tra saperi, attori e linguaggi. La cultura della difesa, nella sua visione, non può esistere senza un sistema di mediazione efficace. In un ecosistema informativo frammentato e disintermediato, giornalisti e comunicatori tornano a essere interpreti indispensabili della complessità, chiamati a tradurre temi strategici in narrazioni comprensibili e responsabili. Riotta ha delineato un modello di piattaforma aperta, basata su un dialogo continuo tra istituzioni, accademia, industria e cittadini, in cui anche le nuove generazioni svolgono un ruolo centrale attraverso percorsi formativi e di coinvolgimento diretto.
La riflessione del generale (ris.) Massimo Panizzi, tra i promotori dell’iniziativa come consulente strategico di FORM&ATP, ha offerto la cornice del progetto e posto al centro un nodo determinante: quello della consapevolezza, storicamente debole nel dibattito italiano e oggi non più eludibile in un contesto internazionale in rapida evoluzione. I conflitti, ha osservato, non appartengono più a una dimensione distante o astratta, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana, influenzando energia, prezzi e stabilità economica. Da qui la necessità di ripensare profondamente la comunicazione sulla difesa, superando narrazioni ormai inadeguate e restituendo con chiarezza la realtà delle trasformazioni in corso. Tra il possibile ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa e l’accelerazione tecnologica dei moderni scenari bellici, emerge un dato inequivocabile: la sicurezza non è più un automatismo, ma richiede una responsabilità condivisa. In questo quadro, anche il linguaggio diventa decisivo, perché l’uso indiscriminato di espressioni come “missioni di pace” rischia di deformare la percezione pubblica, alimentando ambiguità sul ruolo delle forze armate e sul loro legame con la società.
Per entrare del dettaglio del progetto, l’intervento di Vincenzo D’Anna, co‑fondatore di Dynames, che ha posto le basi concettuali del dibattito. Ideatore e curatore dell’iniziativa, D’Anna ha evidenziato come la costruzione di una autentica cultura della difesa passi attraverso la creazione di canali di dialogo strutturati tra istituzioni e società civile, capaci di rafforzare la fiducia e rendere trasparenti obiettivi e finalità del sistema difesa. Un’impostazione che rimanda direttamente alla necessità di sviluppare un linguaggio comune e strumenti condivisi per affrontare sfide che non appartengono più soltanto alla dimensione militare, ma coinvolgono l’intero sistema Paese.
Tra le iniziative principali del progetto presentato figurano il lancio del quadrimestrale “Cultura della Difesa”, una pubblicazione cartacea e digitale pensata per offrire un approccio interdisciplinare alle dinamiche della sicurezza, e l’istituzione del Premio Cultura della Difesa, un riconoscimento annuale volto a valorizzare il contributo di persone, istituzioni, imprese e organizzazioni nella diffusione di una cultura della difesa intesa come valore civico, strategico e democratico.
Rilevante nel dibattito è stato il contributo del generale Stefano Mannino ha inserito il tema della cultura della difesa in una cornice ancora più ampia, quella della complessità sistemica che caratterizza il mondo contemporaneo. Il presidente del Centro Alti Studi della Difesa ha richiamato la progressiva convergenza di crisi diverse, delineando un contesto di “policrisi” in cui fattori geopolitici, tecnologici ed economici si sovrappongono e si alimentano reciprocamente. In un ambiente così instabile e interconnesso, la competizione strategica non si svolge più soltanto nei domini tradizionali, ma si estende allo spazio, al cyberspazio e alla dimensione cognitiva. Da questa diagnosi discende una conseguenza precisa: la formazione diventa la vera leva strategica. Mannino ha insistito sulla necessità di costruire una classe dirigente capace di comprendere per decidere e decidere per agire, superando il rischio di una paralisi determinata dall’incertezza. La risposta, secondo il modello del CASD, passa per un approccio multidisciplinare e aperto, fondato sulla contaminazione tra mondo militare, accademia, industria e società civile. La sicurezza, in questa prospettiva, è un fatto cooperativo che richiede linguaggi comuni e capacità condivise.
Il generale Carmine Masiello ha portato questa riflessione su un piano ancora più diretto, introducendo un elemento di discontinuità nel discorso pubblico. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha rivendicato la necessità di ristabilire una verità spesso rimossa: l’esercito esiste per combattere. Una affermazione che, nelle sue parole, non ha valore ideologico ma funzionale, e che serve a ricomporre il rapporto tra percezione e realtà. Dopo decenni in cui la narrazione è stata dominata dalle operazioni di supporto alla pace e dall’illusione dei “dividendi della pace”, il ritorno di un conflitto convenzionale in Europa ha imposto un brusco risveglio. Masiello ha descritto un campo di battaglia profondamente trasformato, dove coesistono guerra tradizionale, innovazione tecnologica e dimensione cognitiva, delineando un modello di conflitto simultaneo e multidimensionale. In questo scenario, la preparazione militare richiede un ripensamento radicale fondato su addestramento, tecnologia e valori. Ma soprattutto, ha evidenziato, richiede una trasformazione culturale interna ed esterna, capace di superare resistenze, ambiguità e fraintendimenti.
Il messaggio più rilevante del suo intervento riguarda tuttavia il rapporto con la società. La cultura della difesa, ha affermato, deve uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori e diventare patrimonio condiviso, perché la pace non è più un bene gratuito. Non esiste più un attore esterno disposto a farsene carico in via esclusiva e questo implica una responsabilità diffusa che riguarda istituzioni, cittadini e sistema produttivo. In questa prospettiva, egli ha richiamato anche la necessità di preservare le forze armate dalla polarizzazione politica, mantenendole come strumento al servizio dell’intera comunità nazionale.
Nel suo impianto complessivo, il Report “Cultura della Difesa” emerge come qualcosa che va ben oltre la dimensione editoriale, configurandosi come un’iniziativa strategica di lungo periodo. La creazione di un quadrimestrale dedicato e l’istituzione di un premio annuale costituiscono strumenti concreti per dare continuità e profondità a un dibattito che deve progressivamente radicarsi nel tessuto sociale. La finalità è quella di costruire una rete multilivello capace di mettere in connessione istituzioni, università, imprese, media e cittadini, promuovendo quella multidisciplinarietà ormai indispensabile per interpretare e governare la complessità del presente.
In un mondo segnato da instabilità, competizione sistemica e innovazione accelerata, la sicurezza non può più essere delegata né ignorata. La presentazione del Report alla Camera ha restituito con chiarezza questa consapevolezza: la difesa riguarda tutti, in tempo di pace così come in tempo di crisi. Senza una base culturale condivisa, anche gli strumenti più avanzati rischiano di essere inefficaci. Ed è proprio in questo spazio, tra conoscenza, responsabilità e partecipazione, che si gioca la vera sfida del sistema Paese.
