L’Unione europea nella notte tra martedì e mercoledì ha infine approvato l’attuazione dell’intesa commerciale raggiunta con gli Stati Uniti la scorsa estate, chiudendo almeno formalmente una fase di tensioni che per mesi ha dominato il rapporto transatlantico. Tuttavia, più che l’immagine di un accordo costruito su una reale convergenza strategica e politica, emerge quella di un compromesso ottenuto sotto continue pressioni. D’altronde, la Casa Bianca guidata da Donald Trump aveva alzato progressivamente il tono, arrivando a minacciare nuovi dazi sulle esportazioni europee, soprattutto nel settore automobilistico e dei mezzi pesanti, con aliquote che sarebbero potute salire fino al 25% qualora Bruxelles non avesse dato il proprio via libera entro le scadenze fissate da Washington.
Già nella primavera del 2025 l’amministrazione statunitense aveva iniziato a usare la leva dei dazi per contestare quello che Washington definiva uno squilibrio commerciale a favore dell’Europa – nonostante i numeri raccontano una realtà più articolata. Nel 2024, infatti, gli scambi tra Unione europea e Stati Uniti hanno raggiunto circa 1.680 miliardi di euro, pari a quasi il 30% del commercio mondiale e a oltre il 40% del PIL globale. Si tratta della relazione economica più importante al mondo, costruita su decenni di investimenti e filiere produttive strettamente collegate. In tale sistema, l’Europa esporta negli Stati Uniti soprattutto macchinari industriali, apparecchiature elettriche, farmaci, automobili e aeromobili, cioè alcuni dei settori chiave della manifattura europea. Gli Stati Uniti, invece, vendono all’UE soprattutto energia (sottoforma di petrolio, gas e carbone) oltre a tecnologie industriali, elettronica e prodotti farmaceutici. Più che due economie in competizione diretta, quindi, Europa e America appaiono fortemente dipendenti l’una dall’altra sul piano industriale, energetico e tecnologico. Anche il tema del deficit commerciale, spesso richiamato da Donald Trump per giustificare la linea dura sui dazi, va quindi ridimensionato. Nel 2024 l’UE ha registrato un avanzo di circa 198 miliardi di euro nello scambio di beni con gli Stati Uniti, ma Washington mantiene un forte surplus nei servizi, vicino ai 148 miliardi. Sommando beni e servizi, il saldo positivo europeo scende quindi a circa 50 miliardi di euro, meno del 3% dell’intero commercio transatlantico; un dato che ridimensiona l’idea di un rapporto profondamente squilibrato e mostra invece un sistema economico enorme ma nel complesso ancora bilanciato.
Nonostante questo equilibrio più complesso di quanto spesso venga raccontato politicamente, l’accordo approvato dal Parlamento europeo continua però a suscitare forti perplessità. Infatti, molti eurodeputati lo considerano sbilanciato perché accetta il tetto del 15% ai dazi statunitensi su gran parte delle merci europee, comprese automobili e componentistica – un livello molto più elevato rispetto agli standard precedenti fondati sulle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Ricordiamo, infatti che prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, gran parte dei prodotti scambiati tra UE e USA era soggetta a tariffe molto basse o addirittura nulle.
Inoltre, il negoziato è stato segnato da continui momenti di frizione politica, poiché per mesi il Parlamento europeo aveva congelato l’intesa anche a causa delle tensioni nate dopo le dichiarazioni aggressive di Trump sulla Groenlandia. Alla fine, però Bruxelles ha scelto una linea più pragmatica, ridimensionando alcune richieste iniziali pur di evitare un’escalation commerciale potenzialmente molto dannosa per l’industria europea. Con questo accordo gli Stati Uniti avranno tempo fino alla fine dell’anno per eliminare le sovrattasse doganali superiori al 15% sull’acciaio e su alcuni componenti industriali, mentre l’Unione si è riservata la possibilità di sospendere parte dell’accordo se Washington dovesse violare gli impegni presi o interrompere flussi commerciali e investimenti. Parallelamente, il testo introduce meccanismi di salvaguardia destinati a proteggere i settori più vulnerabili dell’economia europea. Bruxelles teme infatti che un’eccessiva apertura ai prodotti americani possa mettere sotto pressione alcune filiere industriali e agricole. Per questo motivo l’intesa mantiene particolari tutele per comparti considerati sensibili, come la carne bovina e il pollame, pur concedendo agli esportatori statunitensi un accesso più ampio per prodotti come olio di soia, cacao trasformato, ketchup e biscotti. Sul fronte industriale, invece, l’UE elimina gran parte dei già modesti dazi applicati ai beni industriali americani, nel tentativo di rafforzare la cooperazione economica e ridurre il rischio di nuove rappresaglie.
Eppure, il vero nodo resta politico. Perché, se da un lato l’accordo dovrebbe contribuire a raffreddare oltre un anno di scontri commerciali, dall’altro molti osservatori a Bruxelles temono che i dazi possano continuare a essere utilizzati dalla Casa Bianca come leva negoziale su questioni che nulla hanno a che vedere con il commercio. Le divergenze tra Europa e Stati Uniti, infatti, non si limitano all’economia. Restano aperte, infatti, tensioni sulla sicurezza dello stretto di Hormuz, sul sostegno all’Ucraina, sulle deroghe americane relative al petrolio russo e persino sul futuro della NATO, più volte criticata dallo stesso Trump. Di conseguenza, l’impressione è che questo accordo non rappresenti tanto una nuova stagione di fiducia reciproca, quanto piuttosto una tregua fragile costruita sulla necessità di evitare uno scontro ancora più duro. E finché i dazi continueranno a essere usati come strumento di pressione politica, il rapporto commerciale tra Bruxelles e Washington resterà inevitabilmente esposto a nuove tensioni.
