Il nuovo “fratello maggiore”: l’asse Xi-Putin e la svolta in asia centrale

Negli scorsi giorni a Pechino si è svolto un incontro bilaterale tra Xi Jinping e Vladimir Putin, organizzato anche in occasione del 25° anniversario del trattato di amicizia sino-russo. Per analizzare questo asse e i suoi riflessi in Eurasia, abbiamo intervistato Adina Masalbekova, independent scholar e analista geopolitica specializzata nell’Asia Centrale post-sovietica. Ricercatrice sul campo con focus su sicurezza e identità regionale, collabora con vari think tank e si occupa di politiche UE in Kirghizistan, politica estera dell’Asia centrale, dei processi di islamizzazione e della health diplomacy cinese nel Sud globale.

Partiamo dallo stato attuale dei rapporti tra Russia e Cina. Assistiamo ancora a una partnership strategica paritaria o stanno emergendo tensioni strutturali profonde?

Al momento non direi che la sostanza profonda della relazione sia cambiata radicalmente, ma c’è stato uno sviluppo recente estremamente interessante sul piano della comunicazione. Per la prima volta, Russia Today – l’organo di stampa finanziato dallo Stato russo – ha descritto la Cina come l’alleato “più potente” della Russia. È una svolta significativa: i media ufficiali del Cremlino hanno ammesso esplicitamente l’esistenza di un partner più forte. Al di là di questo dettaglio, la relazione formale rimane stabile. La Russia è il principale fornitore di energia della Cina e i flussi di import-export sono proseguiti costantemente anche dopo l’invasione dell’Ucraina. Le uniche vere frizioni sono legate alle sanzioni statunitensi ed europee, che hanno preso di mira non solo le aziende russe, ma anche le compagnie cinesi che forniscono a Mosca componenti tecnologiche sensibili, in particolare la componentistica utilizzata per la costruzione dei droni impiegati nel conflitto ucraino.

La cooperazione tiene anche all’interno dei formati multilaterali come i BRICS o la SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai). Tuttavia, il dato macroscopico degli ultimi anni è che la Cina ha accumulato una leva negoziale e un potere enormemente superiori rispetto a dieci o vent’anni fa.

Hai menzionato la guerra in Ucraina. Questo conflitto ha cambiato radicalmente l’equilibrio di potere tra Mosca e Pechino, specialmente in una regione chiave come l’Asia Centrale, che è il tuo principale focus di ricerca?

Assolutamente sì, l’invasione dell’Ucraina ha provocato un netto spostamento degli equilibri di potere in Asia Centrale. Prima del conflitto, la Russia era considerata il garante indiscusso della sicurezza regionale. Oggi, all’interno dei paesi centrasiatici, ci si interroga apertamente sulla reale capacità e affidabilità di Mosca in questo ruolo. Al contrario, nessuno mette in discussione la stabilità e la vicinanza della Cina, che ha colto l’opportunità per espandere sia la propria presenza economica sia il proprio peso politico nei dialoghi sulla sicurezza regionale.

C’è poi una profonda differenza narrativa che gioca a favore di Pechino. Nei discorsi ufficiali, la Cina non si presenta mai come un aggressore o una potenza egemone; promuove un’idea di cooperazione paritaria tra partner. La Russia, storicamente, mantiene invece un approccio da “fratello maggiore”, pretendendo che la sicurezza della regione dipenda esclusivamente dalla sua tutela. Di fronte a queste due posture, l’Asia Centrale mostra oggi un chiaro favoritismo politico verso l’approccio cinese.

Questo spostamento si riflette anche sul piano economico. Con l’introduzione delle sanzioni occidentali, le aziende dell’Asia Centrale che operano con il mercato russo corrono forti rischi. Il Kirghizistan è stato il primo paese in cui l’Unione Europea ha sanzionato banche e imprese locali colpevoli di lavorare direttamente con entità russe. Questo rischio non sussiste nelle relazioni con le aziende cinesi. Per questa ragione, i sentimenti politici ed economici nella regione si stanno muovendo compatti verso Pechino, percepita come un partner più affidabile e strategicamente vantaggioso.

A proposito del summit appena concluso a Pechino, ritieni che la questione dellAsia Centrale sia stata discussa dai due leader o i dossier prioritari erano altri? Qual è stato il vero fulcro del vertice?

No, non credo che l’Asia Centrale sia stata un argomento sul tavolo dei negoziati. Guardando alle priorità di Mosca, il vero obiettivo di Putin in questo incontro era sbloccare il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 (Siberia 2), una infrastruttura discussa fin dai primi anni Duemila ma diventata vitale oggi, dopo il blocco del mercato europeo e le tensioni geopolitiche internazionali. Putin cercava un accordo definitivo sul prezzo del gas da esportare verso la Cina tramite questa condotta. Tuttavia, le aspettative russe sono andate deluse: Pechino ha impostato il negoziato chiedendo tariffe estremamente basse, vicine ai prezzi sussidiati del mercato interno russo, condizioni che Mosca non può permettersi di accettare. Dal punto di vista economico, il Cremlino non ha ottenuto i risultati sperati. Il vertice ha mantenuto un carattere fortemente cerimoniale, in concomitanza con il giubileo del trattato di amicizia. Del resto, gli incontri tra Xi e Putin sono frequenti e collaudati – si vedranno nuovamente a fine estate in Kirghizistan per il vertice della SCO. Sicuramente la concomitanza temporale con la visita di Trump a Pechino ha amplificato la drammatizzazione mediatica dell’evento, alimentata anche da indiscrezioni giornalistiche globali. Ma mentre i media internazionali si concentravano sull’asse Washington-Pechino, i media statali cinesi (come il China Daily) davano enorme risalto anche alla contemporanea visita di Stato del presidente del Tagikistan, Emomali Rahmon. Questa è una precisa strategia diplomatica cinese: accogliere i leader dei paesi in via di sviluppo con lo stesso sfarzo e lo stesso protocollo riservato alle grandi potenze. È un modo per far sentire questi leader trattati da pari a pari, un’attenzione che difficilmente ricevono nei media o nei vertici occidentali.

L’Asia Centrale si trova geograficamente e politicamente stretta tra questi due colossi. Come riescono i governi locali a bilanciare la presenza di Mosca e Pechino, e quali sono i rischi interni di questa doppia dipendenza?

Esiste la chiara consapevolezza che la Cina offra molto di più in termini di tecnologia, investimenti e merci rispetto alla Russia. Mosca, tuttavia, conserva un’influenza profonda legata a fattori storici e culturali, essendo l’ex potenza coloniale. Oggi assistiamo a un intenso dibattito tra gli storici e le società centrasiatiche volto a reinterpretare il passato sovietico e a smarcarsi dall’identità imposta da Mosca. La Russia, dal canto suo, è diventata estremamente sensibile e aggressiva su come la sua storia viene ritratta all’estero.

In ogni caso, l’Asia Centrale sta cercando faticosamente di sviluppare una politica estera autonoma e diversificata, guardando anche all’Unione Europea o agli Stati Uniti. Ma la geografia non si cambia, e con Cina e Russia bisogna fare i conti quotidianamente. Cooperare con la Cina è l’alternativa naturale all’influenza russa, ma i governi locali ne vedono chiaramente i rischi. C’è una forte preoccupazione interna, a livello di opinione pubblica, come per esempio, per la repressione delle minoranze musulmane nello Xinjiang, un tema sensibilissimo in paesi a larga maggioranza islamica come i nostri. Inoltre, paesi come il Tagikistan e il Kirghizistan sono già fortemente esposti al fenomeno della “trappola del debito” (debt-trap diplomacy) nei confronti di Pechino. La sfida della regione è riuscire a sfruttare gli investimenti cinesi e la transizione identitaria post-sovietica senza trasformarsi in una colonia economica di Pechino.

In conclusione, e ritornando al tema del vertice, possiamo affermare che Putin sia diventato formalmente il “partner junior” in questa relazione con Xi Jinping? Quali fattori sanciscono questo squilibrio?

Sì, possiamo dirlo, e la stessa ammissione dei media di Stato russi lo conferma. La svolta che ha definitivamente indebolito e isolato la Russia è stata la decisione di invadere l’Ucraina. Mosca si è isolata politicamente, economicamente e persino moralmente sul piano internazionale. Sebbene sia un paese ricchissimo di risorse naturali, la perdita del mercato energetico europeo ha costretto l’Europa a cercare alternative e ha privato il Cremlino della sua principale leva geopolitica.

Questo indebolimento si riflette anche all’interno della Russia. Le politiche nazionaliste e la retorica bellica post-2022 hanno alimentato una forte ondata di xenofobia e atteggiamenti discriminatori nei confronti dei lavoratori migranti provenienti dall’Asia Centrale, una forza lavoro da cui l’economia russa dipende strutturalmente, soprattutto oggi che migliaia di giovani russi hanno lasciato il paese per evitare la mobilitazione. Gli attacchi terroristici avvenuti a Mosca nel 2023, che hanno visto il coinvolgimento di cittadini centrasiatici, hanno esacerbato questa spirale di odio.

In questo modo, mentre la Russia si isola e si indebolisce dall’interno, la Cina si muove sul velluto. Controlla le catene di approvvigionamento globali e rappresenta l’unica vera finestra di Mosca sul mondo. Persino la capacità militare russa dipende ormai da importazioni e triangolazioni commerciali che transitano attraverso la Cina o l’Asia Centrale per aggirare le sanzioni. Isolato dall’Occidente, incapace di valorizzare i propri alleati storici e costretto a dipendere dalle reti logistiche cinesi, il Cremlino ha dovuto cedere lo scettro: oggi il vero “Fratello Maggiore” dell’Eurasia risiede a Pechino.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

La psicologia cibernetica e il dominio cognitivo nell’era dell’intelligenza artificiale

Next Story

UE e Stati Uniti rilanciano il dialogo commerciale tra diffidenze e pressioni

GoUp