La psicologia cibernetica e il dominio cognitivo nell’era dell’intelligenza artificiale

In un mondo pervaso da frenetici cambiamenti tecnologici  è di assoluta necessità porre la nostra attenzione all’analisi e alla comprensione su tutti gli aspetti di interazione tra gli esseri umani e le nuove tecnologie. La disciplina che studia tali interazioni è denominata psicologia cibernetica.

Per capirne di più abbiamo incontrato il Prof. Vittorio D’Orsi, docente universitario a contratto all’Università Internazionale degli Studi di Roma e all’Università Europea di Roma, che ha recentemente pubblicato il suo ultimo libro Psicologia Cibernetica ®, redatto con la dott.ssa Valeria Càrpino e con la prefazione del prof. Tonino Cantelmi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica.

L’intervista

Giornalista:
Professore, dalla lettura del libro, in continuità con i suoi precedenti testi e pubblicazioni, si deduce che a suo avviso il “dominio cognitivo” sia oggi l’infrastruttura più importante di un Paese. È un’affermazione molto forte. Che cosa significa esattamente?

Prof. D’Orsi:
Per decenni abbiamo pensato che le infrastrutture strategiche fossero quelle materiali: strade, energia, reti idriche, telecomunicazioni. Oggi esiste un’infrastruttura ancora più rilevante: il dominio cognitivo. Mi riferisco all’insieme dei processi attraverso cui una società percepisce la realtà, costruisce conoscenza, forma opinioni, prende decisioni e sviluppa identità culturali. E’ esattamente il fenomeno che stiamo vivendo attualmente nella cyberwarfare in atto nel complesso scenario geopolitico. Se una popolazione perde la capacità di distinguere il vero dal plausibile, il rilevante dal rumore di fondo, il pensiero autonomo dalla manipolazione algoritmica, allora anche tutte le altre infrastrutture diventano vulnerabili.
La vera sovranità del XXI secolo è cognitiva.

Giornalista:
Nel libro   si percepisce la tesi di una possibile trasformazione in atto della psicologia. Ci può chiarire meglio ?

Prof. D’Orsi:
La psicologia del Novecento ha giustamente concentrato l’attenzione sulle relazioni familiari, sull’inconscio, sui gruppi sociali, sui traumi, sui comportamenti interpersonali.
Oggi invece l’essere umano vive immerso in un ecosistema informativo permanente. Non interagiamo più soltanto con le persone. Interagiamo continuamente con reti, piattaforme, algoritmi, sistemi predittivi e intelligenze artificiali. Questo cambia la struttura stessa dell’esperienza psicologica.
La nostra attenzione viene modulata. Le nostre emozioni vengono amplificate. Le nostre convinzioni vengono rinforzate da sistemi automatici. Persino la percezione del tempo e della realtà viene alterata dalla connessione continua.
La psicologia cibernetica nasce proprio qui: nello studio sistemico delle interazioni tra mente umana, reti informative e tecnologie cognitive.
Mentre la psicologia tradizionale osserva prevalentemente le dinamiche interne dell’individuo o del nucleo relazionale, la psicologia Cibernetica osserva iviceversa i circuiti di retroazione fra individuo, tecnologia e ambiente informativo.

Giornalista:
Si potrebbe ipotizzare che lei sostenga che l’intelligenza artificiale non sia più una tecnologia neutra. È un passaggio molto delicato.

Prof. D’Orsi:
Sì, ed è probabilmente il punto più importante della riflessione contemporanea. Per molto tempo abbiamo considerato la tecnologia come uno strumento neutro: un martello può costruire o distruggere, dipende dall’utilizzo che se ne fa. L’intelligenza artificiale cambia questo paradigma.
Un’automobile ci porta dal punto A al punto B. In che modo? Con quali scelte in condizioni di urgenza? L’AI non si limita a eseguire ordini, non in senso stretto.
Media informazioni, interpreta linguaggi, orienta scelte, produce contenuti, seleziona priorità cognitive. Inizia cioè a partecipare alla costruzione della realtà percepita.
Un motore di ricerca tradizionale organizza informazioni. Un sistema generativo costruisce narrazioni. Questo significa che l’AI entra direttamente nello spazio simbolico e cognitivo dell’essere umano.
E quando una tecnologia entra nello spazio simbolico, non è più neutra: diventa una forza culturale. La domanda vera non è “se l’AI si sostituirà all ’uomo”.
La domanda vera è: “quale forma mentale svilupperà l’essere umano vivendo in simbiosi continua con l’AI?”.

Giornalista:
Lei quale risposta si è dato?

Prof. D’Orsi:
Siamo entrati in una nuova fase evolutiva della mente umana. La definirei una fase eco-cognitiva, o cibernetica, appunto. La mente non è più confinata nel cervello individuale.
È distribuita fra dispositivi, reti, memorie digitali, sistemi predittivi e intelligenze artificiali. Questo richiede una nuova alfabetizzazione psicologica e culturale.

Giornalista:
Quali sono secondo lei le abilità che dovremmo sviluppare in questo nuovo scenario?

Prof. D’Orsi:
Sono diverse.
Oggi non basta più essere informati. Dobbiamo diventare cognitivamente consapevoli.
La grande sfida del nostro tempo non riguarda soltanto la tecnologia, ma la qualità della nostra relazione con l’informazione, con le reti e con l’intelligenza artificiale.
La prima abilità che dobbiamo sviluppare è una nuova consapevolezza cognitiva. Dobbiamo comprendere come funzionano i nostri meccanismi mentali: l’attenzione, i bias cognitivi, la persuasione emotiva, le dinamiche algoritmiche che selezionano ciò che vediamo. Molte persone credono ancora di scegliere liberamente ciò che leggono o pensano, ma in realtà vivono dentro architetture informative che influenzano percezioni, priorità e stati emotivi. Comprendere questi meccanismi significa recuperare autonomia.
Accanto a questo serve una vera e propria ecologia dell’informazione. Così come abbiamo imparato a riflettere sulla qualità del cibo che mangiamo, dovremo imparare a riflettere sulla qualità delle informazioni che consumiamo ogni giorno. Esiste un inquinamento cognitivo fatto di sovraccarico, rumore, superficialità, indignazione continua e contenuti tossici progettati per catturare attenzione. La mente, come il corpo, può essere nutrita oppure intossicata.
Diventa allora fondamentale sviluppare la capacità di verifica. Per secoli il problema dell’umanità è stato l’accesso limitato alle informazioni; oggi il problema è l’eccesso. Viviamo immersi in contenuti plausibili, spesso ben costruiti, ma non necessariamente veri. L’intelligenza artificiale renderà ancora più difficile distinguere autenticità, manipolazione e simulazione. Per questo la competenza centrale del futuro sarà il discernimento: verificare le fonti, confrontare le prospettive, riconoscere le distorsioni e sospendere il giudizio quando necessario.
Un’altra abilità decisiva è la gestione dell’attenzione. L’attenzione è diventata il vero campo di battaglia economico e culturale del XXI secolo. Le piattaforme competono per catturare tempo mentale, interrompere concentrazione e generare dipendenza comportamentale. Ma una persona incapace di governare la propria attenzione rischia di perdere anche la capacità di pensare in profondità. Difendere l’attenzione significa difendere la libertà interiore.
Dovremo inoltre maturare una nuova resilienza emotiva. Gli ecosistemi digitali tendono ad amplificare emozioni rapide e polarizzanti: rabbia, paura, indignazione, conflitto. Sono emozioni che aumentano l’engagement e quindi la permanenza sulle piattaforme. Ma una società costantemente reattiva diventa fragile, manipolabile e incapace di elaborazione collettiva. Per questo sarà essenziale educare all’equilibrio emotivo, alla riflessività e alla capacità di non reagire immediatamente a ogni stimolo.
Accanto a tutto questo emerge la necessità di un pensiero sistemico o cibernetico. La realtà contemporanea è interconnessa: tecnologia, economia, psicologia, politica e comunicazione si influenzano reciprocamente. Non possiamo più interpretare il mondo in modo lineare o frammentato. Dobbiamo imparare a leggere le retroazioni, gli effetti indiretti, le connessioni invisibili tra fenomeni apparentemente lontani. Il pensiero sistemico sarà la vera alfabetizzazione della complessità.
Infine, dobbiamo imparare a convivere evolutivamente con l’intelligenza artificiale. Il punto non è opporsi all’AI né idolatrarla, ma costruire una relazione equilibrata ed evolutiva con essa. L’intelligenza artificiale può amplificare creatività, apprendimento e capacità decisionali, ma può anche ridurre autonomia, spirito critico e profondità cognitiva se utilizzata passivamente. La sfida sarà mantenere l’essere umano al centro del processo di significazione, evitando che la delega tecnologica diventi una rinuncia alla coscienza.
L’AI dovrebbe aumentare la capacità umana, non sostituire discernimento, responsabilità, coscienza (solo umana).

Giornalista:
Lei parla spesso anche di “fragilità cognitiva collettiva”. Che cosa intende?

Prof. D’Orsi:
Una società può essere economicamente forte e cognitivamente fragile. Quando una popolazione perde capacità critica, profondità storica, attenzione prolungata e autonomia interpretativa, diventa vulnerabile alla manipolazione, alla propaganda e alla disinformazione sistemica. La vera cybersecurity del futuro sarà anche psicologica e pedagogica. Non basteranno firewall tecnologici. Serviranno cittadini cognitivamente maturi.

Giornalista:
In questo scenario quale ruolo devono avere scuola e università?

Prof. D’Orsi:
Un ruolo fondamentale e decisivo. La scuola del Novecento formava lavoratori e cittadini, attraverso la cultura.
La scuola del XXI secolo deve formare coscienze cognitive resilienti.
Dobbiamo insegnare:

  • epistemologia dell’informazione,
  • igiene cognitiva,
  • comprensione degli algoritmi,
  • gestione dell’attenzione,
  • dialogo con l’AI,
  • pensiero critico sistemico.

Non basta più trasferire contenuti.
Bisogna formare architetture mentali capaci di orientarsi nella complessità.

Giornalista:
Una domanda finale. Psicologia Cibernetica è un libro di psicologia, di sociologia o di filosofia della tecnologia?

Prof. D’Orsi:
Direi che è un tentativo di costruire un ponte. Un ponte fra psicologia, teoria dei sistemi, pedagogia, sociologia dell’informazione e cultura tecnologica.
Perché la grande sfida contemporanea non è semplicemente tecnologica. È antropologica.
Stiamo ridefinendo cosa significa essere umani in un ecosistema cognitivo artificiale.
E credo che la Psicologia Cibernetica debba diventare uno dei linguaggi fondamentali per comprendere il nostro tempo.

Chi è il Prof. Vittorio D’Orsi

Esperto di innovazione, sociologo e pedagogista con una lunga carriera nel settore dell’Information Technology e della trasformazione digitale. E’ docente universitario a contratto presso l’Università Internazionale degli Studi di Roma e presso l’Università Europea di Roma, oltre ad essere co-fondatore e Vice Segretario Generale della FederazioneSTEM.

 

*** L’immagine di copertina è stata realizzata con l’ausilio di strumenti di IA

 

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