Il weekend appena concluso a Pechino ha riacceso i riflettori globali sul palcoscenico più delicato della geopolitica contemporanea: il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Cina. Tra strette di mano coreografate, post celebrativi sui social e la retorica ufficiale di un “nuovo paradigma” volto a scongiurare la famigerata Trappola di Tucidide, Donald Trump e Xi Jinping hanno cercato di proiettare un’immagine di stabilità strategica. Ma quanto c’è di reale pragmatismo e quanto, invece, si tratta di una messinscena orchestrata per rassicurare i mercati e i rispettivi fronti interni?
Per comprendere cosa si nasconda dietro le porte chiuse di Zhongnanhai, il cuore del potere politico cinese, abbiamo rivolto queste domande a Simona Fantová, sinologa e analista ceca specializzata in Cina contemporanea, geopolitica e relazioni nello Stretto di Taiwan. Ricercatrice presso il rinomato progetto Sinopsis, Fantová unisce all’attività di analisi geopolitica una profonda competenza sul campo come traduttrice, interprete giudiziaria e commentatrice televisiva, offrendo uno sguardo lucido e privo di retorica sulle dinamiche di potere tra Washington e Pechino.
Partiamo dall’immagine che questo summit ha voluto proiettare. I due leader hanno mostrato una forte sintonia visiva, e Trump stesso ha insistito molto sui social e nelle dichiarazioni pubbliche sulla sua “amicizia” con Xi Jinping. Al contempo, si è parlato di un nuovo paradigma per gestire la rivalità. Quanto c’è di genuino in questa armonia e quanto è solo posizionamento strategico?
Credo che questa armonia sia del tutto fittizia. Non esiste alcuna reale amicizia o convergenza. Sebbene Trump usi una retorica calorosa definendo Xi un “grande amico”, i fatti ci dicono altro: Pechino ha chiarito molto direttamente a Trump che se gli Stati Uniti non si muoveranno entro binari graditi alla leadership cinese, lo spettro di un conflitto diventerà reale. Questa non è la definizione di amicizia, in nessuna cultura.
La realtà è che, a mio parere, l’armonia non può esistere a causa di differenze sistemiche profonde e divergenti, che si stanno allargando anziché colmarsi. Entrambi i leader sono arrivati al summit guidati da pressanti problemi interni. La Cina affronta una complessa crisi economica e, essendo un’economia fortemente orientata all’esportazione, teme l’isolamento; Pechino è stata duramente colpita dalle restrizioni statunitensi sui semiconduttori, specialmente per via delle sanzioni secondarie con cui Washington costringe i paesi terzi a non fare affari tech con la Cina. Dal canto suo, Trump aveva un disperato bisogno di portare a casa un risultato tangibile in vista delle elezioni di questo autunno. Con un’inflazione interna pesante e un conflitto in Medio Oriente legato all’Iran che non sta andando come la Casa Bianca sperava, la sua immagine è sotto pressione. Trump voleva un successo economico da sbandierare, ma non c’è stato alcun comunicato congiunto formale, solo brevi messaggi su Twitter (X). Non si è concretizzato alcun documento ufficiale. Il summit è stato invece utilissimo alla Cina, che ha potuto comunicare chiaramente i propri obiettivi geostrategici da una posizione di forza.
Veniamo al punto più caldo: Taiwan. Xi Jinping ha ribadito che l’isola rappresenta la linea rossa più invalicabile per Pechino. Eppure, alla vigilia del viaggio, Trump ha accennato a possibili revisioni delle storiche politiche USA sulle vendite di armi a Taipei. Washington sta davvero cambiando postura o è solo una tattica negoziale? E cosa si saranno detti davvero i due leader durante i colloqui riservati nella Città Proibita e a Zhongnanhai?
La politica ufficiale degli Stati Uniti verso Taiwan non è cambiata fondamentalmente dalla fine degli anni ‘70, dai tempi del Comunicato di Shanghai e del passaggio del riconoscimento diplomatico alla Repubblica Popolare Cinese (RPC). Washington mantiene la sua “ambiguità strategica”. Ciò che sta cambiando radicalmente, invece, è l’aggressività della politica cinese. Pechino sta forzando la “questione taiwanese” in modo sempre più aspro, costringendo gli Stati Uniti a risposte più concrete.
Fino a pochi anni fa, la linea mediana dello Stretto veniva rispettata come un confine de facto. Da quando Xi Jinping si è consolidato al potere, le forze cinesi la attraversano continuamente, intensificando esercitazioni militari che minacciano non solo Taiwan, ma anche Filippine, Giappone e Australia.
Inoltre, durante questo incontro, Xi ha chiesto esplicitamente se gli Stati Uniti interverrebbero militarmente in caso di guerra, e Trump non ha risposto. Questa non-risposta rientra perfettamente nei canoni dell’ambiguità strategica, ma il fatto stesso che la Cina ponga la domanda dimostra quanto stia premendo sull’acceleratore.
Per quanto riguarda le vendite di armi, Trump le vede principalmente come un affare commerciale vantaggioso, una fonte di enorme profitto economico per gli Stati Uniti, piuttosto che come un pilastro di deterrenza geopolitica. Il vero problema strategico degli USA oggi non è il volume delle vendite, ma i ritardi drammatici nelle consegne: sistemi d’arma acquistati anni fa da Taipei non sono ancora arrivati. Inoltre, per garantire la resilienza di Taiwan non basta vendere materiale, bisognerebbe sostenere la sua industria di difesa interna – come il programma dei sottomarini nazionali. Non sono certa che Trump colga questa complessità strategica; lui guarda al guadagno economico a breve termine, laddove i suoi generali vedono invece un interesse nazionale vitale.
Sul fronte dei colloqui a porte chiuse, la reazione ufficiale di Taiwan è stata calma, ma la discrepanza tra le delegazioni è preoccupante. La Cina si è presentata con funzionari preparatissimi, che parlano inglese, hanno studiato nelle migliori università americane e analizzano il “fenomeno Trump” da anni. La delegazione americana, ad eccezione dell’inclusione dell’ultimo minuto di Marco Rubio, sembrava un’agenzia di viaggi: la famiglia di Trump, i suoi uomini d’affari preferiti, ma nessun vero esperto di Cina o diplomatico di carriera specializzato. In un simile contesto, per Xi Jinping è stato facilissimo manipolare Trump, offrendogli la coreografia da “grande leader” che lui tanto apprezza per distoglierlo dai nodi strategici fondamentali.
Il vertice era stato posticipato a causa delle forti tensioni in Medio Oriente che vedono coinvolto l’Iran. Fonti della Casa Bianca sostengono che la Cina abbia concordato sul fatto che Teheran non debba dotarsi di armi nucleari e che abbia mostrato interesse ad acquistare più petrolio statunitense. Pechino sta davvero voltando le spalle all’Iran per preservare i propri interessi economici? E il summit ha confermato il rischio che la guerra in Medio Oriente indebolisca il vantaggio strategico degli Stati Uniti a favore della Cina?
No, la Cina non sta voltando le spalle all’Iran. Pechino gestisce questo rapporto con estremo pragmatismo: non sono “amici”, sanno che l’Iran è un paria per il mondo occidentale, ma sfruttano questa asimmetria a proprio vantaggio. È l’Iran ad aver bisogno della Cina, non il contrario. Il petrolio iraniano copre circa l’11% dei consumi cinesi, una quota che Pechino potrebbe sostituire facilmente attingendo dalla Russia – le cui vendite alla Cina coprono ormai il 10% dell’intero bilancio federale russo – o acquistando da altri paesi del Golfo, o persino dagli USA. Anche se è importante specificare che l’acquisto di petrolio americano da parte della Cina ha un valore puramente simbolico, non ne hanno un reale bisogno industriale.
L’economia cinese ragiona in termini di stabilità a lungo termine, non di flessibilità del mercato come l’Occidente. Prevedendo possibili shock energetici, Pechino ha accumulato riserve di greggio così mastodontiche da poter far girare la propria industria per sei mesi consecutivi anche in caso di blocco totale delle forniture.
Per quanto riguarda il vantaggio strategico, sì, il conflitto in Medio Oriente ha indebolito la posizione degli Stati Uniti e questo summit lo ha confermato. La Cina non ha bisogno di compiere mosse azzardate; le basta sedersi sulla sponda del fiume e aspettare. A differenza delle democrazie occidentali, la leadership cinese non deve rispondere a cicli elettorali di quattro o cinque anni. Non agisce d’impulso o con la forza bruta come fa la Russia. Questa pazienza strategica paga, specialmente nel Sud globale. Quando i paesi in via di sviluppo chiedono aiuto, l’Occidente risponde parlando di “democrazia”, un concetto che spesso non risponde ai loro bisogni immediati; la Cina, invece, offre infrastrutture e supporto economico concreto.
Inoltre, la retorica aggressiva e talvolta sconsiderata di Trump – che ha evocato scenari devastanti per il popolo iraniano – distrugge la legittimità etica degli Stati Uniti. Se un leader usa una retorica di annientamento e poi non può o non vuole metterla in pratica, perde la faccia e l’autorità morale di fronte al resto del mondo. La Cina osserva, mantiene la stabilità e incassa il vantaggio.
Sul fronte economico, si è accennato alla possibile creazione di un meccanismo istituzionale, una sorta di “Board of Trade” per i settori commerciali non sensibili, al fine di evitare nuove guerre tariffarie unilaterali. Pensi che uno strumento del genere possa funzionare o siamo davanti a un binario morto?
Personalmente, non credo che questi meccanismi possano funzionare, a causa di una profonda incompatibilità di sistema tra Stati Uniti e Cina. Fin dall’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), Pechino ha sistematicamente alterato i propri dati economici. All’epoca, gli Stati Uniti spinsero fortemente per l’ammissione della Cina, guidati dalla convinzione – rivelatasi poi errata – che l’apertura dei mercati avrebbe portato naturalmente alla democratizzazione del paese.
Il modello economico cinese si fonda da sempre su massicci sussidi statali diretti a settori strategici, seguiti dal dumping di questi prodotti sui mercati esteri, violando apertamente gli standard internazionali. Lo vediamo oggi con i veicoli elettrici, i pannelli solari, le telecomunicazioni e persino nel settore farmaceutico degli antibiotici. Questo approccio è altamente distruttivo per le economie europee. Paesi come la Repubblica Ceca o l’Italia, il cui tessuto industriale dipende fortemente dal settore automobilistico – pensiamo a Škoda o a Fiat –, risentono in modo estremamente concreto di questa concorrenza sleale.
Finché la Cina rifiuterà di ristrutturare questo modello – e gli attuali piani quinquennali dimostrano che vuole mantenerlo intatto – nessun accordo o comitato bilaterale potrà mai sanare questa frattura strutturale. Le nostre democrazie rimangono purtroppo estremamente vulnerabili alle minacce asimmetriche provenienti da sistemi economici così protetti.
Passiamo alla tecnologia e alla sicurezza strategica. La Cina mantiene un controllo ferreo sulle catene di approvvigionamento delle terre rare e dei magneti permanenti, leve che ha già usato come arma geopolitica in passato. Trump ha ottenuto le garanzie che cercava per i flussi di approvvigionamento dell’industria tecnologica americana o, anche in questo caso, il summit si è concluso con un nulla di fatto?
Non ho affatto l’impressione che Trump abbia ottenuto qualcosa. La questione delle materie prime critiche è enorme, complessa e intreccia economia, geopolitica ed ecologia. Storicamente, l’Occidente ha trovato molto comodo esternalizzare l’estrazione e la raffinazione di questi materiali verso altri paesi, poiché si tratta di processi industriali enormemente inquinanti. Di fronte alle pressioni ambientaliste interne, i governi occidentali hanno preferito delocalizzare.
Oggi, l’unica vera soluzione strategica per gli Stati Uniti e per l’Europa sarebbe riprendere il controllo di queste catene di approvvigionamento. Firmare accordi con la Cina non serve, perché Pechino non li onora. È un percorso lungo, costoso e politicamente difficile. Nella Repubblica Ceca, ad esempio, abbiamo enormi giacimenti di litio, ma l’opinione pubblica si oppone all’estrazione per paura dell’impatto ambientale, e non possediamo gli impianti di raffinazione, che richiederebbero investimenti massicci e sussidi statali. Eppure, nonostante i costi, l’indipendenza strategica è l’unica via d’uscita a lungo termine. I patti con Pechino offrono solo una tregua temporanea, non una soluzione.
Il mio giudizio sul summit è che entrambi i leader abbiano sorriso davanti alle telecamere, ma entrambi sanno che una cooperazione significativa è impossibile a causa di differenze sistemiche insanabili. Si ha quasi l’impressione che le due superpotenze stiano usando questo tempo per prepararsi a uno scontro futuro. E in questa preparazione, la Cina si sta muovendo meglio, mentre gli Stati Uniti stanno fallendo, il che mi preoccupa molto.
Se guardiamo alle spese militari e alla ristrutturazione dell’esercito cinese – che ha una postura decisamente offensiva più che difensiva – Pechino dimostra una chiara visione strategica. Washington, al contrario, fatica a identificare i propri alleati e a imparare da loro. Lo si vede chiaramente nell’approccio all’aggressione russa in Ucraina. L’Ucraina ha oggi l’esercito più preparato, resiliente e reattivo d’Europa, un esercito che ha dovuto fare i conti con i costi-benefici della guerra moderna, sviluppando tattiche non convenzionali e l’uso massiccio di droni. Eppure l’amministrazione Trump non li ascolta, preferendo una retorica di riavvicinamento a Putin e continuando a fare affidamento su sistemi d’arma iper-tecnologici, costosissimi e spesso inefficienti sul campo rispetto alle soluzioni agili adottate dagli ucraini. Washington sta scommettendo sui partner sbagliati e non mostra la flessibilità strategica necessaria, mentre la Cina osserva e pianifica sul lungo periodo.
