La guerra civile in Sudan continua a produrre una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta. Secondo l’ultimo allarme lanciato congiuntamente da FAO, World Food Programme (WFP) e UNICEF, quasi 19,5 milioni di persone – pari a due sudanesi su cinque – stanno affrontando livelli critici di insicurezza alimentare acuta. Un dato che conferma il progressivo collasso delle condizioni di vita nel Paese mentre il conflitto entra nel suo quarto anno.
L’analisi aggiornata dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) evidenzia che oltre 135 mila persone si trovano già in una situazione definita “catastrofica” (IPC Phase 5), il livello più estremo della classificazione internazionale della fame. Le aree maggiormente colpite sono quelle del Darfur, del South Darfur e del South Kordofan, dove il rischio di una vera e propria carestia resta concreto nei prossimi mesi, soprattutto con l’arrivo della stagione magra tra giugno e settembre.
A rendere ancora più drammatica la situazione è il deterioramento delle condizioni nutrizionali infantili. Le tre agenzie delle Nazioni Unite stimano che nel 2026 circa 825 mila bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta severa, con un incremento del 7% rispetto al 2025 e del 25% rispetto ai livelli registrati prima dello scoppio del conflitto. Solo nei primi tre mesi dell’anno quasi 100 mila bambini sono stati ricoverati per trattamenti salvavita contro la malnutrizione grave.
Le immagini che arrivano dalle strutture sanitarie del Sudan raccontano una crisi che si alimenta da sola: ospedali sovraffollati, personale insufficiente, medicinali mancanti e bambini troppo deboli persino per piangere. In località come Um Baru e Kernoi, già alla fine del 2025 erano stati registrati livelli critici di malnutrizione, e le prospettive per il resto dell’anno restano estremamente preoccupanti, soprattutto nelle aree assediate o dove si concentrano gli sfollati interni.
Il conflitto ha provocato uno sfollamento di massa senza precedenti recenti nella regione. Alla fine di marzo 2026 quasi nove milioni di persone risultavano costrette a lasciare le proprie case all’interno del Paese. Molte famiglie vivono intrappolate in aree di combattimento o in territori remoti, spesso irraggiungibili per gli aiuti umanitari.
Parallelamente, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili ha compromesso la capacità del Sudan di sostenere la propria popolazione. Mercati, ospedali, reti idriche e asset agricoli sono stati devastati dai combattimenti. Circa il 40% delle strutture sanitarie non è più operativo, mentre 17 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile sicura e 24 milioni vivono senza servizi igienico-sanitari adeguati.
In questo contesto, epidemie ricorrenti di colera, morbillo, malaria, dengue, epatite e difterite aggravano ulteriormente la crisi nutrizionale, colpendo in particolare bambini e donne in gravidanza o in fase di allattamento.
Le agenzie ONU denunciano inoltre uno dei contesti umanitari più difficili al mondo per l’accesso agli aiuti. L’insicurezza diffusa, gli ostacoli burocratici, gli attacchi alle vie di rifornimento e le restrizioni alla circolazione di persone e merci stanno impedendo agli operatori umanitari di intervenire su scala adeguata.
Anche il fronte finanziario appare critico. Ad aprile 2026 il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Sudan risultava finanziato solo per il 20% del fabbisogno complessivo. Tra febbraio e maggio i partner umanitari puntavano a raggiungere 4,8 milioni di persone al mese, ma a febbraio gli aiuti sono arrivati ad appena 3,13 milioni di individui.
Il direttore generale della FAO, Qu Dongyu, ha sottolineato l’urgenza di rafforzare il sostegno agricolo d’emergenza per rilanciare la produzione alimentare locale e ridurre la dipendenza dagli aiuti internazionali. La direttrice esecutiva del WFP, Cindy McCain, ha invece parlato apertamente del rischio che la crisi si trasformi in una tragedia ancora più ampia senza un immediato aumento dei finanziamenti e della volontà politica internazionale. Dello stesso tono l’intervento della direttrice esecutiva dell’UNICEF, Catherine Russell, che ha denunciato come milioni di bambini siano intrappolati in una spirale di violenza, fame e malattie.
Dietro i numeri emerge il quadro di uno Stato ormai frammentato, dove la guerra non sta solo causando vittime dirette ma sta progressivamente demolendo le strutture essenziali per la sopravvivenza della popolazione. La crisi sudanese rischia così di trasformarsi in una carestia su larga scala con profonde implicazioni regionali: aumento dei flussi migratori, destabilizzazione del Corno d’Africa e ulteriore pressione sulle organizzazioni umanitarie internazionali già impegnate in numerosi teatri di crisi.
