Soli Insieme: Il discorso di Draghi sulla sovranità europea e il coraggio del federalismo pragmatico

In occasione del conferimento del prestigioso Premio Internazionale Carlo Magno, avvenuto ad Aquisgrana il 14 maggio 2026, Mario Draghi ha pronunciato un discorso dal grande spessore politico che si configura come una vera e propria analisi sulla sopravvivenza dell’Unione Europea in un’epoca di grandi cambiamenti.

L’ex Presidente della BCE ha esordito sottolineando come il momento attuale non rappresenti soltanto una fase di incertezza geopolitica, ma costituisca una “rivelazione” per i popoli europei, costretti dalle pressioni esterne a riscoprire ciò che li unisce e ciò che sono disposti a costruire collettivamente per evitare il declino. Questo risveglio forzato nasce dalla constatazione che l’ordine internazionale basato su regole, che ha garantito decenni di pace e prosperità, è ormai tramontato, lasciando spazio a un mondo più conflittuale, frammentato e mercantilista. In questo nuovo scenario, Draghi ha evidenziato come l’Europa si trovi a gestire una successione ininterrotta di shock esterni dal 2020 ad oggi, che spaziano dai dazi commerciali imposti dai partner storici alle recenti tensioni in Medio Oriente, le quali hanno riportato l’inflazione e l’incertezza economica nel cuore delle famiglie del continente. A causa di queste turbolenze, le stime sugli investimenti necessari per garantire la sovranità europea sono state riviste drasticamente al rialzo, passando dagli 800 miliardi inizialmente ipotizzati a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno, necessari per finanziare simultaneamente la difesa, la transizione energetica e la competizione tecnologica.

Tuttavia, l’analisi critica di Draghi si sposta rapidamente dalle cause esterne alle debolezze strutturali del modello europeo, denunciando quello che egli definisce un paradosso dell’apertura. L’Unione, infatti, ha aperto e liberalizzato il proprio mercato verso l’esterno senza mai completare l’integrazione del mercato interno, dando vita a un’economia asimmetrica. Questa asimmetria ha reso le imprese europee dipendenti dalla domanda estera, poiché la mancanza di un mercato interno profondo le ha spinte a cercare crescita fuori dai confini comunitari. Di conseguenza, l’Europa è oggi vulnerabile alle decisioni unilaterali prese a Washington o a Pechino, una condizione aggravata dal fatto che non si può più dare per scontato che gli Stati Uniti garantiscano la sicurezza europea alle stesse condizioni del 1949. Peraltro, neanche la Cina può rappresentare un’ancora alternativa, poiché i suoi enormi surplus industriali rischiano di svuotare la base produttiva europea mentre Pechino sostiene direttamente la Russia, l’attuale avversario geopolitico dell’Unione.

Inoltre, Draghi ha posto l’accento sulla pericolosa erosione del primato tecnologico europeo, osservando che il divario di produttività oraria rispetto agli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali dal 2019. Tale divergenza è sintomatica di una digitalizzazione più profonda delle imprese americane, ma diventa allarmante se proiettata nel campo dell’Intelligenza Artificiale, dove gli USA prevedono di spendere cinque volte più dell’Europa entro il 2030 per la costruzione di data center. Il rischio concreto è, quindi, che l’Europa rimanga intrappolata in un ciclo di dipendenza tecnologica ed energetica, importando il 60% del proprio GNL dall’America e faticando a implementare la transizione verde senza fare affidamento sulle catene di approvvigionamento cinesi. In questo contesto, l’invocazione di un ritorno alla politica industriale comune non può prescindere da una riforma del mercato unico. Per questo motivo, se i singoli Stati membri continuano a finanziare piani e modelli nazionali con sussidi che danneggiano i vicini europei, i benefici dell’intervento pubblico evaporeranno in pochi anni.

Per superare questo stallo, il discorso introduce il concetto di “federalismo pragmatico“, una visione che propone di liberare i paesi intenzionati a procedere verso un’integrazione più profonda dai vincoli dell’unanimità e dai processi burocratici che diluiscono l’ambizione politica. Draghi sostiene che la legittimità dell’Unione deve essere ricostruita attraverso i risultati pratici, proprio come avvenne con l’euro, quando un gruppo di nazioni decise di andare avanti costruendo istituzioni comuni che hanno saputo resistere a prove durissime. In ambito militare, ciò significa trasformare l’attuale mosaico di oltre 160 accordi bilaterali in impegni chiari e vincolanti, dando finalmente sostanza operativa alla clausola di difesa reciproca prevista dai trattati. Secondo l’ex premier, una maggiore autonomia organizzativa nella difesa non indebolirebbe la NATO, ma al contrario rafforzerebbe la relazione transatlantica ponendola su basi più eque e meno asimmetriche.

In conclusione, l’appello di Aquisgrana è un richiamo alla responsabilità storica dei leader europei: di fronte a un mondo che non attende i tempi dei comitati di Bruxelles, l’Europa deve decidere se esercitare il potere insieme o rassegnarsi a un declino irreversibile, trasformando ancora una volta una crisi esistenziale in un’unione politica sovrana e coraggiosa.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Sudan, spettro carestia: quasi 20 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta

Next Story

Gli effetti della guerra in Iran per il continente africano

GoUp