Doveva essere l’evento di gala statunitense più atteso, e si è invece trasformato in uno scenario da film, segnando un ulteriore e drammatico passaggio della crisi che va a delinearsi da settimane. La cena dei corrispondenti della Casa Bianca all’hotel Hilton, si è rivelata il teatro del terzo attentato sventato ai danni di Donald Trump in meno di due anni. Ma rispetto allo sparo di Butler del luglio 2024, che gli spianò la via per la rielezione, il contesto oggi è radicalmente rovesciato: il presidente non è più un outsider, ma il vertice di un establishment alle prese con un indice di gradimento ai minimi storici (sotto il 40%) e con una società irrimediabilmente polarizzata.
A rendere la vicenda ancora più inquietante è il profilo dell’attentatore. Si tratta di Cole Thomas Allen, 31enne californiano, con un brillante passato accademico: laurea in ingegneria meccanica, tirocini alla Nasa e un master prestigioso. La sua progressiva radicalizzazione si evince dalla lettera-manifesto lasciata alla famiglia prima dell’azione. Nel testo Allen si definisce un “assassino federale gentile” in difesa degli oppressi. Il piano è stato preparato accuratamente, sfruttando le lacune della sicurezza. Nel documento non mancano violente accuse: l’attentatore giustifica il suo gesto con il rifiuto di permettere a “pedofili, stupratori e traditori di macchiarlo per i loro crimini”. Un’accusa rivolta genericamente ai membri dell’amministrazione e non in modo specifico al presidente, ma che ha inevitabilmente riaperto il vaso di pandora sulle presunte menzioni del nome di Trump nei file Epstein.
L’aspetto più dirompente di questo terzo attentato è la reazione dell’opinione pubblica. Poche ore dopo gli spari, i social sono stati inondati dal dilemma: Staged, or not staged? A sorprendere è che a sostenere la teoria della messa in scena, non siano solo i detrattori del presidente, ma una parte consistente dei suoi stessi elettori, membri della piattaforma MAGA, delusi dalle recenti politiche, o figure dell’estrema destra come Alex Jones e Marjorie Taylor Greene, che nutrono dubbi concreti.
I complottisti puntano il dito su dettagli virali: le falle nella sicurezza, il sorriso inopportuno di Pete Hegseth dopo l’attacco, e la profetica gaffe della portavoce Karoline Leavitt che preannunciava “Si spareranno alcuni colpi” alla cena. Ad alimentare il fuoco all’estero ci ha pensato persino l’agenzia iraniana Tasnim.
Dietro queste teorie, è evidente una profonda crisi politica. Il sospetto della finta aggressione nasce dall’idea che Trump avesse bisogno di un evento shock per riconquistare la sua base, delusa dalla scarsa trasparenza proprio sugli Epstein files, dalle azioni aggressive dell’ICE e soprattutto dalle conseguenze economiche della guerra all’Iran, che ha fatto schizzare alle stelle inflazione e prezzi della benzina.
E la palpabile tensione che permea la mente del tycoon è sfociata in un’intervista di un’ora rilasciata a CBS News, in cui il presidente ha sostenuto di non essersi minimamente preoccupato durante gli spari, arrivando ad affermare di aver persino chiesto di poter rimanere a osservare la situazione. La conversazione è poi degenerata, quando la giornalista gli ha sottoposto le parole del manifesto di Allen. Trump, oltre a negare di essere uno “stupratore” e un “pedofilo”, ha insultato pesantemente l’intervistatrice, definendola una persona “orribile” e una “disgrazia” per aver sollevato l’argomento, aggiungendo che si aspettava simili affronti da lei. Il presidente è poi passato al contrattacco, sostenendo che siano in realtà i suoi avversari politici ad avere legami con il defunto Jeffrey Epstein, e infinescagliandosi infine contro le manifestazioni del movimento “No Kings”, liquidando la giornalista con una battuta dal sapore aspro: “Se fossi un re, non avrei perso tempo con questa intervista”.
Insomma, vedremo se e come questo calo di consensi verrà gestito da Trump e dalla sua amministrazione da qui al mese di novembre, mese in cui le cruciali elezioni di midterm determineranno quanto ancora l’inquilino della Casa Bianca abbia in pugno il paese e gli elettori.
