Questa settimana l’Unione europea si è trovata ancora una volta divisa sulla gestione dei rapporti con Israele, senza riuscire a trovare una posizione condivisa sulla possibile sospensione dell’accordo di associazione. Il confronto emerso durante il Consiglio Affari Esteri non ha prodotto decisioni concrete, ma ha reso evidente una frattura politica che non si limita solo all’espressione di opinioni politiche diverse, ma che bensì esprime visioni contrastanti sul ruolo che l’Europa intende assumere nella crisi mediorientale.
In questo contesto, la pressione non arriva più soltanto dai governi, ma dagli stessi cittadini dei Ventisette. A tre mesi dal suo lancio, infatti, l’Iniziativa popolare “Giustizia per la Palestina” ha superato il milione di firme, diventando la più rapida a raggiungere questo traguardo e oltrepassando le soglie nazionali in dieci Paesi. Un risultato che non può, quindi, essere liquidato come simbolico ma che segnala piuttosto una crescente presa di coscienza concreta dell’opinione pubblica europea su un tema che per lungo tempo è rimasto confinato nelle sedi diplomatiche. Tuttavia, anche qui emerge un limite strutturale, legato al fatto che la Commissione è tenuta a esaminare la richiesta, ma non a tradurla in una decisione vincolante. Il rischio, quindi, è che la mobilitazione venga assorbita senza produrre effetti reali. I numeri raccontano una partecipazione ampia e diffusa, con l’Italia tra i Paesi più attivi e la Francia in testa per volume complessivo di firme. Eppure, questa spinta si scontra con un assetto istituzionale che, sulle questioni più sensibili, lascia l’ultima parola agli Stati membri. Non sorprende, quindi, che i promotori puntino ad aumentare ulteriormente il numero delle firme, nel tentativo di rafforzare una pressione che, da sola, fatica a tradursi in decisioni.
Il punto, del resto, non riguarda soltanto l’opportunità di sospendere o meno l’accordo con Israele, ma il significato stesso di tale partenariato nato nel 1995 per favorire gli scambi commerciali e il dialogo politico. In questo senso molti si interrogano sul fatto se l’Europa possa continuare a presentarsi come un attore fondato sul rispetto dei diritti umani nonostante poi esita a utilizzare gli strumenti a sua disposizione proprio quando quei principi vengono messi in discussione. La rilevanza economica del rapporto con Israele rende, infatti, questa domanda particolarmente scomoda, ma inevitabile.
A spingere con maggiore determinazione per una svolta è stata la Spagna di Pedro Sánchez, che nei giorni scorsi ha rilanciato con durezza la necessità di rivedere i rapporti con Israele. Durante la mobilitazione progressista globale di Barcellona, il premier spagnolo ha messo in discussione la tenuta stessa del partenariato con un governo accusato di violare il diritto internazionale e i valori fondanti dell’Unione. Sulla stessa linea si è mosso il ministro degli Esteri di Madrid, che insieme a Slovenia e Irlanda ha chiesto apertamente di discutere la sospensione dell’accordo, richiamando l’articolo 2, cioè il principio secondo cui ogni relazione con Israele dovrebbe poggiare sul rispetto dei diritti umani. In sostanza, la richiesta spagnola è stata netta: l’Europa, se vuole conservare credibilità, non può continuare a limitarsi alle formule di circostanza mentre sul terreno si moltiplicano le violazioni e le tensioni.
Di fronte a questa impostazione, però, si è consolidato il fronte opposto, più cauto e sostanzialmente restio a compiere un passo che avrebbe un peso politico evidente. L’Italia, in questo schieramento, ha ribadito di non condividere la linea di Madrid, allineandosi di fatto alla Germania. Il ministro Antonio Tajani ha chiarito che la proposta di sospendere l’accordo commerciale con Israele è stata accantonata e che se ne riparlerà nella prossima riunione dei ministri, fissata per l’11 maggio, quando si valuteranno eventualmente altre iniziative. La posizione di Roma, ha spiegato il titolare della Farnesina, resta quella di colpire i singoli responsabili, a partire dai coloni violenti, rafforzando semmai le sanzioni individuali invece di arrivare a una rottura complessiva con Israele.
Anche Berlino ha respinto l’ipotesi di uno stop, giudicandola inappropriata. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha riconosciuto la necessità di affrontare con Israele questioni decisive, dalla violenza dei coloni alla posizione sul diritto internazionale, fino al rifiuto di qualsiasi annessione in Cisgiordania. Tuttavia, proprio questo apparente equilibrio rivela il limite dell’approccio europeo: si denuncia, si critica, si invoca il rispetto delle regole, ma poi si evita accuratamente qualsiasi decisione che possa avere un reale effetto politico. Così, anche questa volta, il richiamo ai principi resta sospeso nel vuoto.
Non a caso, la stessa Kaja Kallas aveva avvertito già lunedì che raggiungere l’unanimità sulla sospensione dell’accordo era altamente improbabile. La commissaria per la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, aveva insistito sulla necessità di una voce sola dell’Europa davanti a una crisi che coinvolge Gaza, Cisgiordania, Libano e Iran, sottolineando la responsabilità comune di esercitare pressione diplomatica su tutte le parti. Tuttavia, la realtà ha mostrato l’ennesima Europa divisa, prudente fino alla paralisi, incapace di trasformare le proprie parole in una scelta politica coerente. Proprio in questo scarto tra retorica e azione si misura oggi la debolezza dell’Unione, che rimane molto rigorosa nei principi dichiarati ma assai meno quando si tratta di assumerne davvero le conseguenze. Non a caso, l’ipotesi di un accordo all’unanimità è apparsa fin dall’inizio improbabile. E gli appelli a una posizione comune europea, rilanciati anche dalla Commissione di fronte a una crisi regionale sempre più estesa, sono rimasti ancora una volta senza risposta. Ne emerge così l’immagine di un’Unione capace di esprimere principi condivisi, ma incapace di tradurli in una linea d’azione coerente.
