La caduta di Orban e il nuovo ruolo dell’Ungheria nell’Unione europea: vero rientro europeo o semplice cambio di facciata?

Lo spoglio delle urne in Ungheria ha sancito la fine della stagione politica di Viktor Orban, dopo sedici anni di governo. In un turno elettorale segnato da un’affluenza eccezionale, superiore al 78%, infatti, l’opposizione guidata da Peter Magyar ha conquistato 138 dei 199 seggi del Parlamento ungherese, oltrepassando così la soglia dei due terzi necessaria per riformare la Costituzione. Si tratta perciò di un passaggio politico di peso enorme, perché consegna al partito TISZA la possibilità, almeno nelle intenzioni del suo leader, di rimettere mano all’architettura istituzionale costruita in anni di progressivo indebolimento dello Stato di diritto.

Ciononostante, bisogna tenere a mente che Magyar è un netto conservatore della destra ungherese che ha militato a lungo in Fidesz (il partito di Orban) e su diversi dossier continua a muoversi in linea con il governo precedente. Il tema migratorio, in particolare, resta uno dei punti di maggiore continuità con Orban, tanto che il nuovo leader ha persino promesso una linea più rigida. Perciò, è probabile che se un profilo politico simile avesse prevalso in un altro Paese europeo, gran parte della stampa internazionale avrebbe parlato con maggiore insistenza di una vittoria della destra populista o di un semplice cambio di facciata, piuttosto che di un nuovo progetto politico. Bisogna considerare infatti che sul piano rappresentativo, nel parlamento ungherese non siederà alcuna formazione di centro, centro-sinistra o sinistra, dando così l’immagine di un sistema in cui il confronto politico si è ridotto a una sfida tra un potere logorato e un’alternativa che, pur presentandosi come correttiva, non è affatto estranea alla destra sovranista europea.

In Ungheria, però, il quadro è stato letto soprattutto come una rottura con il potere consolidato del premier uscente, e dunque come il tentativo di aprire una fase nuova. Magyar, infatti, ha costruito il suo successo andando oltre il tradizionale perimetro elettorale dell’opposizione urbana e progressista, che infatti lo ha sostenuto con evidente riluttanza, più per liberarsi di Orban che per piena convinzione nel suo programma. Tuttavia, proprio questa ambiguità politica sembra avergli consentito di intercettare un elettorato più ampio, stanco dell’immobilismo e delle contraddizioni del sistema creato da Orban. Al centro della proposta politica del nuovo esecutivo ci sono, infatti, il ripristino dei pesi e contrappesi democratici, la lotta alla corruzione e la ricucitura dei rapporti con Bruxelles, indispensabile per sbloccare i fondi europei rimasti congelati. Parallelamente, Magyar ha annunciato l’intenzione di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia entro il 2035, pur senza rinunciare a relazioni “pragmatiche” con Mosca, formula che lascia intendere una cautela tutt’altro che marginale.

Accanto alle indubbie capacità politico‑strategiche di Peter Magyar, che hanno contribuito in modo decisivo alla caduta di Orban, a pesare molto è stato anche il diffuso malcontento sociale. Dopo l’ascesa al potere nel 2010, quando Orban aveva costruito il proprio consenso accusando i governi precedenti di aver trascinato il Paese nella crisi, il modello economico ungherese ha, infatti, progressivamente perso la sua solidità. La strategia dei prezzi calmierati, la forte dipendenza dalle forniture energetiche russe e una gestione fortemente politicizzata dei fondi europei ha garantito una stabilità solo temporanea che ha iniziato a incrinarsi in modo evidente all’indomani della pandemia. A partire dal 2022, inoltre, il congelamento delle risorse comunitarie ha privato Budapest di uno dei pilastri fondamentali su cui si reggeva l’intero sistema di potere, accelerandone il logoramento.

Il voto è stato così impostato dallo stesso Orban come un vero e proprio plebiscito sulla sua leadership e, allo stesso tempo, sul rapporto dell’Ungheria con l’Europa. La risposta arrivata dalle urne, tuttavia, è stata inequivocabile: Budapest ha scelto l’Europa, come ha sottolineato anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. In questo quadro si colloca la mossa immediata di Peter Magyar, che ha annunciato l’intenzione di riaprire il dialogo sia con l’Unione europea sia con la NATO, rivendicando con forza l’appartenenza del Paese allo spazio politico europeo. Non a caso, le prime visite istituzionali del nuovo premier saranno a Varsavia e a Bruxelles: la prima per ricucire un rapporto logorato negli anni di attriti con la Polonia, la seconda per inaugurare una fase negoziale con l’Unione e tentare di ottenere lo sblocco dei fondi congelati a seguito delle violazioni dello Stato di diritto.

Il contesto, del resto, resta complesso e i rapporti tra Budapest e Bruxelles sono segnati da tempo da un conflitto strutturale, alimentato dal susseguirsi di procedure d’infrazione che hanno progressivamente isolato l’Ungheria: dalla legge anti-Lgbtq del 2021 alle contestazioni sulla normativa dei media, fino alle accuse di violazione del Trattato dell’Unione europea e alla mancata tutela della concorrenza per le imprese straniere, il dossier ungherese si è fatto sempre più pesante. A ciò si è aggiunta, alla fine dello scorso anno, la presa di posizione del Parlamento europeo, che ha denunciato apertamente l’erosione sistematica dello Stato di diritto, chiamando in causa interferenze nella magistratura, corruzione, uso improprio dei fondi comunitari e attacchi alla società civile. In questo clima, la vittoria di Magyar è stata accolta a Bruxelles non soltanto come un cambio di leadership, ma come una potenziale occasione per correggere una rotta segnata da anni di scontro frontale.

Resta però aperto un nodo delicato legato alle relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina. Il veto imposto da Orban al prestito da 90 miliardi di euro per Kiev, nonostante un precedente accordo in Consiglio europeo, aveva rappresentato uno dei punti più critici dello scontro con Bruxelles. Magyar, invece, pur mantenendo una posizione prudente sul sostegno all’Ucraina, sembra intenzionato a sbloccare rapidamente quel pacchetto per recuperare credibilità sul piano europeo. Decisamente più problematica appare la prospettiva di un ingresso accelerato di Kiev nell’Unione, tema sul quale il nuovo premier ha già tracciato un confine chiaro, annunciando l’ipotesi di un referendum nazionale, a conferma dei limiti entro cui si muove la svolta europeista. Ed è proprio qui che emerge il punto centrale della questione: la fine dell’egemonia di Orban non equivale automaticamente a una piena normalizzazione democratica. Magyar non è un soggetto estraneo al campo conservatore e il suo progetto, sebbene più dialogante nei confronti dell’Europa, non rompe del tutto con le eredità politiche e ideologiche dell’ultimo decennio. In questa tensione si misura l’ambivalenza della fase che si apre, con la contrapposizione tra la promessa di ripristinare garanzie e controlli democratici; e la continuità su dossier identitari e securitari.

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