Nelle ultime settimane, gli attacchi di Israele contro il Libano si sono rivelati il più grande ostacolo per la riuscita dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Tra le richieste di Teheran, infatti, figurava l’inclusione del Libano nel cessate il fuoco temporaneo concordato martedì 7 aprile tra i due Paesi. Ma di fronte a questa richiesta, Tel Aviv ha risposto sferrando gli attacchi più devastanti dall’inizio della guerra.
Ancora una volta, emerge quanto sia dualistica l’alleanza Bibi-The Donald. Forte sul piano teorico, precaria– e parallela– su quello pratico. Il presidente americano, infatti, aspira a una riuscita dei colloqui con l’Iran mentre quello israeliano all’annientamento di Hezbollah – la milizia libanese che minaccia il confine a nord di Israele. Questa divergenza è stata resa pubblica giovedì scorso quando, in maniera del tutto inaspettata, – probabilmente dopo la sollecitazione americana– Netanyahu ha annunciato di voler avviare i negoziati con il Libano per trovare un accordo che comprenda il disarmo di Hezbollah.
L’incontro di questo martedì– il primo dopo decenni– è stato mediato dagli Stati Uniti ma non ha permesso di raggiungere un cessate il fuoco. Tuttavia, dal negoziato è emerso un aspetto curioso: Israele e Libano hanno parlato per trovare un accordo che preveda la fine dei combattimenti tra Tel Aviv e Hezbollah. Ma la milizia libanese, dopo aver sollecitato invano il governo libanese a non presentarsi a Washington, si è espressa piuttosto chiaramente a riguardo. Nessuna decisione presa negli Stati Uniti sarà in alcun modo vincolante.
Ma Hezbollah non è il Libano e, questo, sembra ancora non essere del tutto chiaro. Joseph Aoun– il presidente libanese– ha esplicitamente dichiarato che Hezbollah non attribuisce alcun valore né al Libano né al suo popolo. Già il giorno dopo i colloqui, gli aerei israeliani hanno sganciato un centinaio di raid aerei su Beirut, uccidendo circa 350 persone nel giro di dieci minuti, tra combattenti di Hezbollah e civili. Ma per il Grand Serail non ci sono scuse che tengano: la milizia decide, insieme all’Iran, di fare la guerra a Israele ma a pagarne il prezzo più alto sono i libanesi.
A questo punto, il limite non è più soltanto militare ma strutturale. Il Libano si trova in una posizione paradossale: formalmente sovrano ma incapace di esercitare controllo pieno sul proprio territorio e, soprattutto, su Hezbollah– che continua ad agire come un attore autonomo e armato, sostenuto da Iran. A complicare ulteriormente il quadro è la natura stessa del negoziato avviato a Washington. Per la prima volta dopo decenni, Libano e Israele si sono seduti allo stesso tavolo, pur in assenza di relazioni diplomatiche formali. Un passaggio che, sulla carta, potrebbe sembrare storico. Nella pratica, però, si è tradotto in un esercizio diplomatico mutilato. Si discute della fine delle ostilità con Hezbollah senza Hezbollah.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più evidente. Il governo libanese tenta di riappropriarsi del monopolio della forza e di riportare il conflitto entro una dimensione statale. Israele, dal canto suo, continua a considerare Hezbollah il vero interlocutore militare sul terreno. Il risultato è un negoziato che procede su un binario parallelo rispetto alla guerra reale, senza incidere direttamente su chi, di fatto, combatte.
Nel frattempo, sul terreno, il conflitto segue una logica opposta a quella diplomatica. Le operazioni israeliane nel sud del Libano si sono intensificate, con l’obiettivo dichiarato di creare una fascia di sicurezza lungo il confine. Una presenza che, definita “a tempo indeterminato”, rischia di trasformarsi in un’occupazione de facto, ridisegnando gli equilibri territoriali della regione.
Dall’altra parte, Hezbollah continua a lanciare razzi e droni verso il nord di Israele, mantenendo alta la pressione militare e ribadendo, nei fatti, la propria autonomia rispetto alle istituzioni libanesi. Non solo: il gruppo ha già chiarito che non si riterrà vincolato da eventuali accordi raggiunti a Washington, svuotando preventivamente di efficacia qualsiasi intesa.
In questo contesto, il rischio più concreto non è solo il fallimento dei negoziati, ma una frattura interna al Libano stesso– che ricordiamo aver già vissuto una guerra civile devastante durata 15 anni. Il piano sostenuto da Joseph Aoun – rafforzare l’esercito nazionale fino a renderlo in grado di disarmare Hezbollah – implica uno scenario finora evitato. Uno scontro diretto tra forze armate libanesi e la milizia sciita.
Uno scenario che trasformerebbe il conflitto da guerra per procura a guerra civile a bassa intensità, con conseguenze difficilmente contenibili.
Sul fondo resta la partita più ampia. Per Teheran, il fronte libanese è uno strumento di pressione nei confronti di Washington. Per gli Stati Uniti, invece, è un dossier da isolare per salvare il negoziato sul nucleare. In mezzo, Israele agisce secondo una logica autonoma, determinata a neutralizzare definitivamente Hezbollah indipendentemente dagli equilibri diplomatici.
Il risultato è un conflitto che si muove su tre livelli – locale, regionale e internazionale – senza che nessuno di questi riesca davvero a imporsi sugli altri. Ed è proprio questa sovrapposizione a rendere ogni tentativo di tregua, almeno per ora, strutturalmente fragile.
