Global Terrorism Index 2026: Il Sahel è l’epicentro del terrorismo

Il 30 marzo, l’Institute for Economics and Peace ha pubblicato l’annuale Global Terrorism Index, un report che illustra le principali tendenze e i modelli del terrorismo, classificando in modo sistematico le nazioni in base all’attività terroristica presente sul territorio. I dati che emergono dal documento si inseriscono in una dinamica solo parzialmente allineata con i valori dei rapporti precedenti: nel 2025 è stato registrato un sostanziale declino delle attività terroristiche. Le vittime sono diminuite del 28% rispetto all’anno precedente, mentre il numero di attacchi è calato del 22%. Se tuttavia è emerso un miglioramento generale, in 19 paesi la situazione si è deteriorata.

Tra questi stati rientrano quelli dell’Africa occidentale e centrale, confermando l’area come il nuovo epicentro del terrorismo contemporaneo. La minaccia che tali nazioni devono fronteggiare ha come elemento comune la matrice islamica dei gruppi, caratterizzando le rivendicazioni dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (ISWAP), del Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen (JNIM), di al-Shabaab, ma anche del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), principale cellula operante in Pakistan.

Questi quattro gruppi sono responsabili di 3.869 vittime nel solo 2025, circa il 70% del totale globale. Di queste, circa 2.700 persone hanno perso la vita in attacchi in Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo; 6 dei 10 paesi maggiormente interessati si trovano nell’Africa Subsahariana, attestando la regione come il fulcro della violenza terroristica.

Il Burkina Faso è il primo paese africano per numero di morti, 846 nel 2025. Tuttavia, se comparata all’anno precedente, la gravità della situazione sembra essere alleviata, seppur rimanga drammatica; il numero dei decessi è diminuito del 47% rispetto al 2024, anno in cui si registrarono 1.532 vittime.

Il contesto del Burkina Faso, nonostante il governo abbia annunciato di aver riguadagnato il controllo su una consistente parte del territorio, resta allarmante. Le stime indicano che il 30% dell’intero suolo nazionale è controllato da gruppi sovversivi quali il JNIM e, in misura minore, l’ISWAP. In un’ottica generale, sebbene il paese stia affrontando la più grave crisi terroristica in Africa, è tra quelli che hanno registrato un’evoluzione positiva rispetto al periodo precedente.

In modo analogo, anche la questione in Niger appare migliorata; se nel 2024 le vittime verificate sono state 944, nel 2025 il numero si è attestato a un valore di circa il 14% inferiore, pari a 703 caduti.

Tuttavia, al netto dei decessi, le attività dello Stato Islamico (principale attore) e del JNIM hanno incontrato un aumento nel numero generale di attacchi, rivolti principalmente contro civili e, a seguire, contro infrastrutture militari e impianti petroliferi. L’incremento degli assalti è un sintomo diretto del golpe del luglio 2023, poiché questi gruppi guadagnano terreno proprio nelle situazioni di instabilità e di vuoto di potere.

Inoltre, le attività di antiterrorismo si sono rivelate inefficaci in Niger; in particolare, la riduzione del coinvolgimento europeo e l’aumento delle operazioni delle truppe russe sono stati due fattori decisivi che hanno permesso ai gruppi di aumentare il proprio “margine di manovra”.

La Nigeria, al contrario, è uno dei paesi la cui situazione è complessivamente peggiorata. Nel 2025, il numero di attacchi (171) è aumentato del 43% rispetto al 2024 (120). Il numero complessivo di vittime, 750, è altresì salito del 46%.

Gli attentati, la cui maggior parte è rivolta verso i civili, si inseriscono in un contesto di profonda instabilità; i conflitti tra gruppi etnici, tra pastori e agricoltori, una classe politica percepita come elitaria, gli interventi di paesi terzi e la vertiginosa crescita demografica rendono lo scenario un terreno adatto per la proliferazione e lo scontro tra le sigle armate presenti, principalmente Boko Haram e ISWAP, in conflitto tra loro da un decennio. Il quadro è reso ancor più grave dall’ascesa di nuovi attori come il Lakurawa, gruppo affiliato allo Stato Islamico nato nel 2024 e responsabile di 10 attacchi nel 2025. A tale precarietà si sommano criticità economiche che, alimentando il malcontento sociale e minando l’efficacia della governance, creano un terreno fertile per il reclutamento e l’escalation, oltre all’inefficienza delle iniziative nazionali e internazionali di contrasto.

Gli attacchi nei tre paesi esaminati compongono complessivamente il 41% del totale mondiale. A questi, per coerenza geografica, si aggiunge anche il Mali, responsabile del 6% degli attacchi globali. Le policrisi, il fallimento della cooperazione e la radicata instabilità dei paesi in questione sono fattori utili per inquadrare l’esteso fenomeno terroristico del Sahel. Inoltre, la risposta militare messa in atto non è al momento sufficiente per arginare la minaccia. La stabilità della regione non dipenderà solo dalle operazioni di sicurezza, ma dalla capacità di offrire alle popolazioni locali un’alternativa credibile e valida alla violenza e alla radicalizzazione, investendo nelle capacità economiche come motore per l’elevazione degli standard sociali degli Stati in questione.

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