Amica di tutti, sottomessa a nessuno: l’Indonesia multipolare

Domenica 12 aprile, il presidente indonesiano Prabowo Subianto è partito da Giacarta nella tarda serata ed è arrivato a Mosca nella mattinata del 13 aprile 2026. Il focus principale di questa visita è la sicurezza energetica. Prabowo ha dichiarato esplicitamente che il viaggio è necessario per assicurare forniture stabili di petrolio e fertilizzanti, data l’instabilità delle rotte commerciali globali nell’ultimo periodo. Quella di questa settimana è la sua terza visita in Russia da quando è diventato Presidente (le precedenti sono state a giugno 2025 a San Pietroburgo e a dicembre 2025 a Mosca) ed è una conferma del forte pragmatismo della sua politica estera che mira a mantenere buoni rapporti con Mosca nonostante le pressioni occidentali. L’Indonesia ha infatti una storia diplomatica unica che la rende uno dei giocatori più corteggiati del Sud-est asiatico. La sua posizione non è mai stata una linea retta, ma un’oscillazione pragmatica tra le superpotenze, mossa da un unico obiettivo: la sovranità nazionale.

Questa postura affonda le radici nella figura di Sukarno (1945–1967), fondatore della nazione e leader della lotta anticoloniale. Fu lui a stabilire che l’Indonesia, nell’ordine mondiale della Guerra Fredda, non si sarebbe allineata né con il blocco occidentale né con quello sovietico. Sukarno fu infatti uno dei principali leader che organizzarono, nel 1955, la storica Conferenza di Bandung e che guidarono il movimento dei Non-Allineati. È proprio in questo momento che l’Indonesia si presenta nello scenario internazionale non solo come un paese che cerca di essere amico di tutti senza essere sottomessa a nessuno ma soprattuto come un attore capace di avvicinarsi ad uno schieramento specifico nel momento del bisogno. Proprio per questa ragione, negli anni ‘60, si assiste ad un avvicinamento tattico di Sukarno alla Cina e all’URSS guidato da una necessità geopolitica di sradicare le ultime vestigia del colonialismo. Davanti all’esitazione delle potenze occidentali nel sostenere le rivendicazioni indonesiane sulla Nuova Guinea Occidentale contro l’Olanda, Giacarta trovò nel blocco comunista il fornitore di armi e il sostegno diplomatico necessari per completare l’integrità territoriale del Paese. In quel decennio, la sfida all’influenza britannica nella regione e la creazione dell’asse Giacarta-Pechino servirono a Sukarno per accreditare l’Indonesia come leader di una nuova forza emergente capace di contrapporsi a quello che definiva il neocolonialismo occidentale.

Tuttavia, l’allineamento di Sukarno pro-comunista non era destinato a durare nel tempo: con il cambio di regime nel 1967 che vede l’ascesa del generale Suharto (1967–1998) al potere, l’Indonesia divenne il principale bastione anti-comunista degli USA in Asia. In quel periodo Giacarta congelò ogni rapporto con Pechino, accusandolo  di aver sostenuto il golpe del 1965, un tentativo di colpo di Stato da parte di ufficiali ribelli che portò all’uccisione di sei generali e che vede il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, come il principale responsabile. Inoltre, proprio durante la sua presidenza, Suharto fu il motore della nascita dell’ASEAN (1967), un’organizzazione, tutt’oggi esistente, che all’epoca aveva come obbiettivo principale quello di creare un blocco di paesi capitalisti e anti-comunisti (inizialmente Indonesia, Malaysia, Filippine, Thailandia, Singapore) che facesse da argine all’espansione del comunismo indocinese.

Con la caduta di Suharto, la fase della Reformasi ha visto i suoi successori, Habibie, Abdurrahman Wahid e Megawati Sukarnoputri, concentrarsi prioritariamente sul consolidamento democratico interno, pur iniziando a ridisegnare i contorni della politica estera. Habibie (1998–1999) si impegnò a recuperare credibilità internazionale e finanziaria dopo la crisi economica del 1998. Wahid (1999–2001) ruppe l’isolazionismo verso Pechino, avviando un riequilibrio strategico tra le potenze asiatiche. Infine, Megawati (2001–2004), figlia di Sukarno, consolidò questa nuova postura, rilanciando la centralità indonesiana nell’ASEAN e dimostrando che Jakarta poteva collaborare con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo senza rinunciare alla propria indipendenza critica.

Infine, l’ultimo ventennio della politica indonesiana è stato definito da una transizione che ha portato il Paese dalla semplice ricerca di legittimità internazionale a una fase di piena autonomia decisionale e di protagonismo indipendente, prendendo posizione su più fronti in base alle strette necessità interne. Sotto la presidenza di Susilo Bambang Yudhoyono (2004-2014), l’Indonesia ha abbracciato la dottrina dei ‘mille amici e zero nemici’, consolidando il proprio prestigio nel G20 e accreditandosi come democrazia musulmana stabile e moderata. Questa base diplomatica è stata trasformata in leva economica da Joko Widodo (2014-2024), il quale ha adottato un approccio profondamente pragmatico: ha attratto massicci capitali cinesi per le infrastrutture e ha imposto una politica di nazionalismo delle risorse per costringere le potenze globali a investire nel settore industriale locale. Oggi, questa eredità è stata raccolta da Prabowo Subianto, che sta portando l’Indonesia verso una fase di attivismo strategico: non più solo un ponte tra le superpotenze, ma un attore che, forte della propria stabilità economica, tratta da pari a pari con Washington, Pechino e Mosca per blindare la propria sovranità energetica e alimentare.

È proprio in questo contesto che si inserisce la visita del presidente indonesiano a Mosca. Il viaggio di Prabowo delinea chiaramente la strategia di un’Indonesia che non sceglie un campo, ma scompone i propri interessi: si rifà alla Russia per la sicurezza energetica e le forniture militari, guarda alla Cina come partner indispensabile per le infrastrutture e gli investimenti industriali e mantiene l’asse con gli Stati Uniti per la cooperazione nella sicurezza marittima e la stabilità regionale. Quella a Mosca non è dunque una sfida all’Occidente, ma l’esercizio concreto di una nazione che si riconosce come un polo autonomo capace di muoversi nel nuovo ordine multipolare seguendo un’unica bussola: il suo interesse nazionale.

 

 

 

 

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