I numerosi conflitti attuali, specie quelli interstatali come quello russo-ucraino e la situazione mediorientale, hanno distolto l’attenzione da quella che, secondo le Nazioni Unite, è la peggior crisi umanitaria al mondo: la guerra civile in Sudan. Il Sudan, culla della civiltà nubiana, ha ottenuto la sua indipendenza nel 1956 e, nel 2011, è avvenuta la difficile secessione della regione meridionale, il Sud Sudan, che presenta numerose differenze storiche, religiose, economiche e geografiche rispetto allo Stato ora confinante a nord.
Data la sua collocazione geografica, la crisi sudanese riveste un’importanza cruciale per l’Europa: l’instabilità del Paese agisce infatti da moltiplicatore per le minacce alla sicurezza europea. Il Sudan si trova all’estremità orientale della fascia del Sahel e, con circa 600 km di costa, è la porta d’accesso per l’Africa sul Mar Rosso. Inoltre, la posizione centrale tra Egitto, Eritrea, Etiopia e Ciad rende il Sudan il fulcro dell’equilibrio regionale. Per questa ragione, i Paesi del Golfo, interessati a una politica del “Mar Rosso allargato”, sono i principali investitori per Khartum.
Nel 2022, l’anno prima dello scoppio del conflitto civile, Abu Dhabi ha investito circa 6 miliardi di dollari per la costruzione di un porto ad Abu Amama, circa 200 km a nord di Port Sudan, tra i più importanti del Mar Rosso. D’altra parte, Riad ha stanziato 3 miliardi per lo sviluppo del settore minerario e petrolifero sudanese. Il Sudan, infatti, è uno dei principali esportatori africani di petrolio – seppur circa l’80% delle riserve petrolifere si trovi in Sud Sudan – ed è il terzo Paese africano per produzione d’oro, con circa 93 tonnellate nel solo 2018.
La situazione è però cambiata radicalmente il 15 aprile 2023 con la degenerazione di tensioni latenti in un conflitto armato che ha portato, al momento, ad almeno 150.000 vittime. Per comprendere la natura di questa disastrosa guerra civile è necessario fare un passo indietro e prendere in considerazione quali siano le origini e quali le ragioni che muovono le due parti, SAF e RSF.
La coesistenza di due gruppi armati in un solo Stato è un risultato indiretto dell’ascesa al potere di Omar al-Bashir il 30 giugno 1989, guida del regime militare islamista durato fino al 2019. Fu il regime di Bashir a “istituzionalizzare” le milizie tribali del Sudan, utilizzate nei decenni precedenti per arginare i numerosi conflitti civili che si sono susseguiti per diversi anni nelle regioni periferiche del Paese, creando le PDF (Popular Defense Forces), strumento di difesa del regime. Questo particolare sistema di inquadramento delle milizie presenti in Sudan è stato riproposto con i Janjawid, gruppo armato emerso negli anni Ottanta, spinto da un fervente nazionalismo arabo e complice, già negli anni Novanta, di numerosi scontri con la popolazione del Darfur, regione occidentale del Paese.
Nel 2003, con l’accusa di oppressione della popolazione non araba del Darfur, due gruppi, SLM (Sudan Liberation Movement) e JEM (Justice and Equality Movement), iniziarono degli scontri contro il governo sudanese, in particolare assaltando la città di El Fashir, capitale del Darfur settentrionale. La risposta di Bashir è un elemento cardine della guerra attuale: il governo non aveva le risorse necessarie per intraprendere una battaglia contro questi due gruppi e, inoltre, doveva esercitare una linea dura per evitare che altre fazioni intraprendessero azioni simili. Bashir incaricò dunque i Janjawid di intraprendere un’azione nella regione, finanziandoli, fornendo loro armi e inquadrandoli di fatto come braccio armato ausiliario del governo.
La forza dei Janjawid non si concentrò solamente contro i due gruppi armati, ma in particolar modo contro la popolazione civile, portando avanti una pulizia etnica. Nelle due fasi del conflitto in Darfur (2003-2006 e 2006-2009) si stima che il numero di vittime civili ammonti a 400.000, con circa 2 milioni di sfollati. Per le azioni commesse dalle forze da lui incaricate, nel 2008 il procuratore generale della Corte Penale Internazionale accusò al-Bashir di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur, accusa alla quale seguì un mandato d’arresto mai eseguito.
Con il termine del conflitto in Darfur, la milizia dei Janjawid non venne smantellata ma istituzionalizzata sotto la crescente popolarità e influenza di Mohammed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, esercitata sia in ambito governativo che sul gruppo di miliziani in cui ha passato parte della sua adolescenza. Sulla base dei Janjawid e per volontà di Hemedti nacquero così le RSF (Rapid Support Forces), forza paramilitare ufficialmente inquadrata dal governo sudanese.
L’altro attore belligerante dell’attuale conflitto è la forza regolare sudanese SAF (Sudanese Armed Forces), guidata da Abdel Fattah al-Burhan. In un primo momento le due forze sembravano coesistere, date le campagne congiunte contro i ribelli in Darfur protrattesi fino al 2020. In due occasioni le SAF e le RSF hanno collaborato in simbiosi per perseguire interessi apparentemente convergenti ma in realtà diametralmente opposti.
Nel 2019, numerosi sudanesi si sono riversati nelle strade per protestare inizialmente contro il rincaro dei beni di prima necessità. In seguito le manifestazioni hanno assunto un tono antigovernativo contro il regime di Omar al-Bashir, al potere da 30 anni. In questo contesto di instabilità, data dalla crisi economica seguita alla secessione del Sud Sudan che ha portato a una perdita del 75% delle entrate petrolifere, sia le SAF che le RSF hanno visto nella posizione estremamente debole di al-Bashir l’opportunità di prendere il controllo e garantire il proprio predominio.
L’11 aprile 2019 avvenne il colpo di Stato: al-Bashir venne deposto e arrestato, la Costituzione sospesa e il governo dissolto, sostituito dopo numerosi scontri e mediazioni da un consiglio transitorio composto da rappresentanti militari e civili chiamato Consiglio Sovrano. Questo periodo di transizione che va dal 2019 al 2021 fu segnato da una cronica fragilità: il Consiglio era lacerato da divisioni ideologiche e lotte intestine tra la componente civile e quella militare. A questo si aggiungeva la crisi economica devastante che alimentava il malcontento popolare.
La tensione è degenerata nel settembre 2021 dopo un fallito golpe dei lealisti di Bashir: i militari hanno accusato i civili di incompetenza, mentre questi ultimi hanno chiesto riforme radicali per limitare il potere economico dell’esercito. Il 25 ottobre 2021, il generale Abdel Fattah al-Burhan ha infine guidato un colpo di Stato, sciogliendo il Consiglio e arrestando il Premier Hamdok. Nonostante la repressione violenta, le proteste di massa e la condanna internazionale non si sono fermate. Nel novembre 2021, un accordo ha reinsediato Hamdok, ma il movimento pro-democrazia ha rigettato l’intesa, considerandola un tradimento e una legittimazione del potere militare.
Nel frattempo, le rivalità intrinseche tra le RSF di Hemedti e le SAF di al-Burhan, che avevano collaborato durante i colpi di Stato del 2019 e del 2021, hanno raggiunto il punto di rottura. La causa scatenante riguarda il processo di integrazione delle RSF nell’esercito regolare, che ne sopprimerebbe di fatto l’autonomia e, dunque, il potere. Il vuoto al vertice del potere ha innescato ad aprile 2023 un conflitto che ha provocato, al momento, 150.000 vittime.
Tuttavia, non solo le mire di potere dei due generali sono la causa scatenante dello scontro. Decennali conflitti interni per le risorse idriche e gli snodi strategici, influenze di attori regionali attratti dalle ricchezze naturali di cui dispone il Sudan e la concorrenza geopolitica tra le potenze per controllare il Mar Rosso contribuiscono a definire una logica di questo conflitto che è ben più di uno scontro tra due fazioni per il potere.
Diversi Stati sono attori determinanti della crisi, sostenendo una o l’altra parte. Gli Emirati Arabi sostengono le RSF per l’oro e i porti, mentre l’Egitto appoggia le SAF per stabilità e controllo del Nilo. L’Arabia Saudita sfida l’egemonia emiratina schierandosi con le SAF, così come l’Iran, in cerca di sbocchi sul Mar Rosso.
Il Paese è oggi un ponte strategico conteso per scopi geopolitici, il cui conflitto ha per il momento un solo risultato rilevante: una catastrofe umanitaria.
