Asse Tokyo-Manila: la nascita di una “nato del pacifico”?

Lunedì 6 aprile 2026, presso la base di Fort Magsaysay nelle Filippine, si è aperta ufficialmente l’esercitazione militare Salaknib. Il nome stesso dell’operazione racchiude un messaggio profondo: nella lingua locale Ilocano, “Salaknib” significa letteralmente “scudo” o “protezione”. Tuttavia, sebbene il termine richiami una missione difensiva legata alla tradizione, l’edizione di quest’anno segna uno spartiacque politico senza precedenti. Per la prima volta, infatti, lo scudo filippino non è più un affare riservato esclusivamente all’alleanza con Washington: a marciare sul terreno di Fort Magsaysay ci sono oggi i soldati della Japan Ground Self-Defense Force (JGSDF).

La partecipazione nipponica sancisce l’ingresso ufficiale di Tokyo come terzo pilastro attivo nella sicurezza regionale, trasformando un addestramento di routine nel primo vero banco di prova di una nascente “NATO del Pacifico”. Questa accelerazione strategica è la risposta diretta a una minaccia condivisa: l’aggressività della Cina nelle Zone Economiche Esclusive e la necessità di blindare i confini marittimi. Tuttavia, è importante precisare, che parlare di una “NATO del Pacifico” è ancora un azzardo formale, data l’assenza di un trattato di difesa collettiva unico. Ma comunque, la standardizzazione delle procedure, lo scambio logistico garantito dall’ACSA e la presenza fisica di truppe nipponiche in territorio filippino suggeriscono che, se l’architettura legale è ancora frammentata, quella operativa sta diventando una realtà.

Per comprendere la portata di questo evento, è necessario osservare la storia recente con una lente critica. Solo ottant’anni fa, la vista di stivali giapponesi sul suolo filippino avrebbe evocato i traumi dell’occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale. In questo modo, la combinazione tra la Costituzione pacifista di Tokyo e la diffidenza di Manila ha reso impensabile ogni cooperazione militare. Eppure, oggi questo paradigma appare ribaltato dalla necessità della sopravvivenza nazionale. Manila sta infatti operando una storica transizione dottrinale: il focus si sta spostando dalla contro-insorgenza interna, la lotta decennale ai ribelli locali, verso la cosiddetta “Comprehensive Archipelagic Defense Concept”. In termini pratici, le Filippine devono imparare a difendere migliaia di isole sparse su un territorio vastissimo, e, in questa sfida, il Giappone si rivela un alleato unico. Tokyo rappresenta infatti una potenza insulare che possiede una competenza nella difesa costiera persino più affine alle esigenze filippine di quella americana. In questo modo il Giappone non è più visto come l’antico occupante, ma come il “maestro” ideale, geograficamente e strategicamente speculare.

Questo passaggio di consegne è stato reso operativo da tre pilastri giuridici maturati tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Il primo è l’operatività del Reciprocal Access Agreement (RAA): questo accordo rappresenta il via libera legale che normalizza la presenza militare nipponica all’estero, eliminando le restrizioni burocratiche per lo schieramento di truppe. Si tratta del primo accordo di questo tipo che il Giappone sigla con un Paese asiatico.

Successivamente, al cuore di tale svolta vi è la nuova postura del Giappone come garante regionale. Tokyo ha infatti maturato la consapevolezza di non poter più fare affidamento esclusivo sull’ombrello protettivo degli Stati Uniti. Di fronte all’incertezza della politica interna americana e al timore di un possibile disimpegno di Washington, il Giappone sta tessendo una propria rete di alleanze indipendenti, nota come “minilateralismo” il cui obiettivo è quello di costruire un fronte compatto per evitare l’isolamento e bilanciare l’influenza cinese con forze proprie.

Infine, il tassello che rende l’architettura funzionale è l’accordo ACSA (Acquisition and Cross-Servicing Agreement), siglato lo scorso gennaio. Questo patto logistico è la chiave di volta che permette a Tokyo di rifornire navi e aerei direttamente nelle basi filippine, eliminando la necessità di rientrare nei porti domestici durante le operazioni di pattugliamento. Grazie a questo strumento, le Filippine diventano, nei fatti, la “portaerei naturale” del Giappone nel Mar Cinese Meridionale.

Mentre l’ordine internazionale basato sul solo asse Washington-Pechino appare sempre più precario, il dinamismo di Manila e la trasformazione di Tokyo suggeriscono che il futuro della regione passerà per queste “alleanze medie” capaci di agire in autonomia. In questa nuova configurazione, la partecipazione a Salaknib 2026 non è che il primo test di un ingranaggio militare destinato a ridefinire radicalmente gli equilibri dell’intero Indo-Pacifico. Non siamo più di fronte a una semplice assistenza tecnica o a un supporto simbolico, ma alla nascita di un’architettura di sicurezza dove il Giappone non si limita a finanziare la stabilità, ma si impegna a garantirla fisicamente.

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