In meno di dodici ore Donald Trump è passato da una minaccia di proporzioni apocalittiche a un’improvvisa apertura diplomatica che ha congelato, almeno temporaneamente, il conflitto tra Stati Uniti e Iran. Una giravolta che ha evitato l’escalation immediata, ma che lascia dietro di sé una scia di interrogativi politici, giuridici e istituzionali destinati a segnare a lungo la vita americana e gli equilibri internazionali.
La crisi si è aperta con un ultimatum senza precedenti. Trump aveva intimato a Teheran di riaprire entro poche ore lo Stretto di Hormuz, snodo vitale per l’economia globale, minacciando in caso contrario la distruzione di “un’intera civiltà”. Parole che hanno immediatamente sollevato un’ondata di allarme sul piano del diritto internazionale, dal momento che la minaccia deliberata contro la popolazione civile e le infrastrutture costituisce una violazione delle Convenzioni di Ginevra e del diritto umanitario. Secondo molti giuristi, non era solo una provocazione retorica, ma un atto già di per sé incompatibile con le norme che regolano i conflitti armati.
A meno di ottanta minuti dalla scadenza dell’ultimatum, la svolta. Dopo una mediazione in extremis del Pakistan, e una serie di telefonate che hanno coinvolto il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, il potente capo dell’esercito Asim Munir e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, Trump ha annunciato una tregua di due settimane. Il cessate il fuoco, definito bilaterale, prevede la sospensione dei bombardamenti statunitensi in cambio dell’impegno iraniano ad assicurare l’apertura “completa, immediata e sicura” dello Stretto di Hormuz. Il presidente americano ha motivato la decisione sostenendo che gli Stati Uniti abbiano già raggiunto e superato gli obiettivi militari, e che la proposta in dieci punti avanzata dall’Iran rappresenti una base concreta per un accordo di pace più duraturo.
La Casa Bianca ha celebrato l’intesa come una vittoria. La portavoce Karoline Leavitt ha parlato di successo reso possibile dalla forza militare americana e dalla capacità negoziale del presidente, sottolineando che l’operazione “Epic Fury”, avviata il 28 febbraio, avrebbe raggiunto i suoi obiettivi principali in appena 38 giorni, creando la leva necessaria per una soluzione diplomatica. Una lettura trionfalistica che però non convince molti osservatori, soprattutto alla luce del fatto che Teheran mantiene di fatto il controllo operativo dello Stretto di Hormuz, rafforzando così la propria capacità di condizionare i traffici energetici globali e di utilizzare il passaggio marittimo come strumento di pressione politica ed economica.
Sul piano internazionale, le reazioni sono state contrastate. Alle Nazioni Unite, le parole di Trump hanno provocato un forte allarme. Al Consiglio di Sicurezza, una risoluzione sostenuta dal Bahrain per forzare il blocco di Hormuz è stata bocciata dal veto congiunto di Russia e Cina, apertamente influenzate, secondo l’ambasciatore cinese Fu Cong, dalla retorica “da fine civiltà” usata dal presidente americano. Il portavoce del segretario generale dell’ONU, Stéphane Dujarric, ha ribadito che la distruzione di infrastrutture civili e le minacce contro la popolazione non possono mai essere giustificate, sottolineando l’urgenza di un ritorno a un dialogo sobrio e responsabile.
La tregua è stata invece accolta con favore da diversi governi europei. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ringraziato il Pakistan per il ruolo di mediazione e ha auspicato che le due settimane di stop ai combattimenti siano utilizzate per negoziare una fine duratura della guerra. In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di una notizia positiva per la popolazione civile, per la stabilità regionale e per l’economia globale, evidenziando come il calo del prezzo del petrolio sotto i 100 dollari rappresenti una boccata d’ossigeno anche per il sistema economico europeo. Tajani ha ribadito la necessità di una soluzione negoziale condivisa con l’Unione Europea, sottolineando al tempo stesso che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e che i bombardamenti contro i civili devono essere evitati.
Dentro gli Stati Uniti, però, la crisi ha assunto immediatamente i contorni di uno scontro costituzionale. Al Congresso le reazioni sono state durissime. La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha parlato esplicitamente di minaccia di genocidio, invitando funzionari e militari a non eseguire ordini illegali. Ro Khanna ha chiesto l’attivazione del 25° emendamento, sostenendo che il presidente non sia più in grado di esercitare le sue funzioni. Il senatore Ed Markey ha invocato l’impeachment, accusando Trump di potenziali crimini di guerra, mentre Elizabeth Warren ha denunciato il rischio di violazioni di proporzioni terrificanti e chiesto il ritorno immediato del Congresso in sessione.
Nel campo repubblicano, le voci critiche restano isolate. La senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski ha dichiarato che le parole del presidente non sono compatibili con i valori americani, ma la leadership del partito, a partire dallo speaker della Camera Mike Johnson, è rimasta sostanzialmente in silenzio. Un immobilismo che rafforza l’immagine di un’America divisa, con alleati sempre più inquieti di fronte a una leadership percepita come imprevedibile e pronta a usare la minaccia di distruzione totale come strumento negoziale.
Nel frattempo, la tregua ha prodotto effetti immediati sul terreno. Le milizie filoiraniane della Resistenza islamica in Iraq hanno annunciato la sospensione delle operazioni nella regione per la durata del cessate il fuoco, segnale di un temporaneo allentamento della tensione. Resta però l’incognita centrale: cosa accadrà allo scadere delle due settimane. Quel che è certo è che le parole pronunciate da Trump e la rapidità con cui si è passati dall’orlo dell’abisso alla tregua hanno lasciato un segno profondo. Qualunque sia l’esito dei negoziati, questa crisi ha già cambiato il modo in cui l’America viene vista dal mondo e, forse, da sé stessa.
