C’è un’immagine che racconta il presente meglio di molte analisi e vede un leader politico circondato da varie figure, alcune religiose, altre istituzionali e politiche: mani tese su di lui in preghiera, come in una investitura. Negli Stati Uniti contemporanei, scene simili riflettono la progressiva volontà di sacralizzazione della politica da parte dell’amministrazione Trump.
L’evangelicalismo statunitense non è solo un fenomeno culturale, ma un attore politico strutturato e radicato tanto nella società quanto nelle istituzioni centrali: l’identità religiosa incide concretamente sulle scelte di politica estera, influenzando la percezione dei nemici e la legittimità dell’uso della forza e, in particolare, il rapporto con Israele.
In questo contesto, un certo tipo di fare religione diventa una grammatica politica atta ad offrire una divisione del mondo semplice, basata su una moralità in assenza di un contraddittorio. Il mondo va diviso così in bene e male, in noi e loro, e il conflitto smette di essere solo strategico, ma per i più fanatici e fondamentalisti riesce a diventare anche etico, se non addirittura teologico. Il confronto con l’Iran è talvolta descritto come parte di una traiettoria più ampia, quasi inevitabile: necessaria. Non significa che la politica estera statunitense sia guidata dalla religione, ma che la realtà del fenomeno sia più sottile: la fede diventa capace di trasformare decisioni contingenti in passaggi di una profezia già scritta.
Se negli Stati Uniti questa dinamica resta nascosta se non agli occhi dei più curiosi, in Iran è il fondamento stesso dello Stato. La Repubblica Islamica si basa sulla fusione tra autorità politica e religiosa, incarnata dalla Guida Suprema, l’ayatollah, e dagli Islamic Revolutionary Guard Corps, i veri custodi di un progetto ideologico. Qui la religione non legittima soltanto il potere ma lo organizza e lo struttura. La politica estera iraniana è espressione di una visione del mondo in cui dimensione spirituale e geopolitica coincidono.
Il confronto tra Stati Uniti e Iran rischia però di essere fuorviante se ridotto a un’equivalenza, poiché le differenze restano profonde tra le due nazioni. Il punto è piuttosto il linguaggio del potere: in una fase storica in cui la politica viene narrata come missione, destino, lotta morale assoluta, gli Stati Uniti cercano consenso anche in quella fascia di popolazione cristiana che riconosce in alcuni componenti dell’amministrazione del tycoon una forma di legittimazione: Pete Hegseth, segretario della guerra, ha tatuato una “Croce di Gerusalemme” sul petto e la scritta “Deus Vult” (Dio lo vuole) sul braccio, simboli associati alle crociate.
Ma non solo: questa tipologia di linguaggio è estremamente attraente anche per una parte dell’ecosistema mediatico che reinterpreta il conflitto in chiave puramente escatologica. Negli ultimi anni si sono diffuse narrazioni che collegano le tensioni in Medio Oriente a visioni messianiche, come quella della ricostruzione del Terzo Tempio di Gerusalemme. Si tratta spesso di letture prive di fondamento politico concreto, ma altamente significative sul piano culturale: mostrano come la guerra possa essere percepita non più come un evento contingente, ma come parte di un disegno superiore.
Quando il conflitto viene interpretato come parte di una storia sacra, il compromesso smette di essere previsto e la politica perde la sua natura negoziale e assume i tratti di un adempimento: se una decisione è presentata come volontà divina, opporsi diventa moralmente sbagliato. È qui che il parallelismo acquista senso, e non perché Washington stia diventando Teheran, ma perché possono emergere somiglianze nel modo in cui il potere si giustifica.
Una logica in cui il nemico non è un avversario, ma un male; dove la guerra non è una scelta, ma una necessità; dove la politica non è negoziazione, ma adempimento.
Ma ignorare queste convergenze sarebbe poco saggio. Perché quando la politica inizia a parlare il linguaggio della religione, anche sistemi opposti possono avvicinarsi, pur nella loro logica più viscerale.
