Martedì 30 marzo la Knesset– il Parlamento israeliano– ha approvato, tra brindisi e festeggiamenti, una legge che introduce la pena di morte per i palestinesi che abbiano condotto attacchi mortali. L’accortezza della legge risiede nel condannare di fatto “chiunque conduca attacchi mortali volti a negare l’esistenza dello Stato di Israele”, escludendo così dalle possibili condanne i cittadini israeliani responsabili di attacchi violenti e/o mortali. Come, ad esempio, il caso dei cinque militari accusati di violenza sessuale su un detenuto palestinese nel luglio 2024– archiviato dall’esercito israeliano lo scorso 12 marzo.
La legge –proposta dal ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir– è stata approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari e prevede, previo giudizio di un tribunale militare, l’impiccagione per i palestinesi della Cisgiordania occupata. Le esecuzioni potranno essere disposte anche senza una richiesta formale da parte dei pubblici ministeri e senza il consenso unanime della giuria: sarà sufficiente una decisione a semplice maggioranza. In Israele la pena capitale è già prevista dall’ordinamento, ma è stata applicata solo in due casi: nel 1948, subito dopo la nascita dello Stato, nei confronti di un capitano dell’esercito accusato di alto tradimento, e nel 1962 contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann.
Nonostante in larga scala siano più i favorevoli e i silenziosi, c’è comunque stato chi si è opposto. Esperti delle Nazioni hanno esortato la Knesset al ritiro della legge ormai già entrata in vigore. Anche Regno Unito, Francia, Italia e Germania hanno espresso la loro più sentita preoccupazione, sostenendo che questa misura mette a rischio gli impegni di Israele in materia di principi democratici. Il servizio diplomatico dell’Ue ha confermato che la pena di morte viola il diritto alla vita e l’impiccagione quello alla tortura. Come si dice, però, buone parole e cattivi fatti, ingannan savi e matti. E, infatti, l’Accordo di Associazione Unione Europea-Israele è, almeno per ora, del tutto intatta. Anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani –Volker Türk– ha condannato la nuova legge israeliana sulla pena di morte, definendola discriminatoria e contraria al diritto internazionale. Ha avvertito, inoltre, che applicarla nei territori palestinesi occupati costituirebbe un crimine di guerra.
Pochi minuti dopo l’approvazione del disegno di legge, anche l’Associazione per i diritti civili in Israele ha dichiarato di aver presentato una petizione alla Corte Suprema per dichiararne l’illegittimità. Secondo l’organizzazione, la norma sarebbe in contrasto con le leggi dello Stato, che vietano forme di discriminazione arbitraria. La legge è stata definita discriminatoria per disegno, e il Parlamento accusato di averla adottata senza autorità legale nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, che non sono cittadini israeliani. Inoltre, è stato sottolineato come la legge introduca nei tribunali militari una condanna a morte quasi automatica.
Sulla stessa linea si è collocato anche Amichai Cohen, esponente del Centro per i valori e le istituzioni democratiche dell’Istituto per la democrazia di Israele, secondo cui la Knesset non dovrebbe legiferare in Cisgiordania, territorio formalmente non soggetto alla sovranità di stato. Durante la discussione, persino il deputato dell’opposizione ed ex vicedirettore del Mossad Ram Ben Barak ha espresso una dura critica: “Capite cosa significa avere una legge per gli arabi in Giudea e Samaria e un’altra per il resto della popolazione sotto la responsabilità dello Stato di Israele? – ha dichiarato, utilizzando la denominazione biblica della Cisgiordania – Significa che Hamas ci ha sconfitto. Ci ha sconfitto perché abbiamo perso tutti i nostri valori”.
La nuova legge si inserisce così in un quadro già segnato da tensioni crescenti, in cui sicurezza, diritto e politica finiscono per sovrapporsi sempre più. E, se da un lato molti appaiono estremamente preoccupati di come cambierà la visione dello Stato d’Israele agli occhi del mondo, veramente pochi si interrogano sul futuro, già di per sé non del tutto roseo, del popolo palestinese. Con questa legge — ritenuta da molti analisti eccessivamente suscettibile di interpretazioni arbitrarie — si rischia che un’ampia gamma di azioni venga ricondotta, ampliandone di fatto il perimetro applicativo, alla nozione di minaccia contro lo Stato di Israele. O, come quest’ultimo preferisce definirsi, l’unica democrazia del Medio Oriente.
