Il viaggio del KMT in Cina: svolta diplomatica o rischio politico?

Il Kuomintang (KMT), il partito che per quasi un secolo ha rappresentato il baluardo globale dell’anticomunismo, si appresta oggi a varcare una soglia storica: una visita ufficiale nel cuore della Repubblica Popolare Cinese per stringere la mano a Xi Jinping. Per capire la portata del viaggio che la leader del KMT, Cheng Li-wun, intraprenderà dal 7 al 12 aprile 2026, bisogna tornare al 1949. In quell’anno, dopo una sanguinosa guerra civile, il generale Chiang Kai-shek guidò circa due milioni di soldati e civili attraverso lo Stretto di Taiwan, fuggendo dall’avanzata delle truppe comuniste di Mao Zedong. Per Chiang, Taiwan non era una nuova patria, ma una roccaforte temporanea. Il KMT impose sull’isola il “Terrore Bianco”, una delle leggi marziali più lunghe della storia, con l’unico obiettivo di mantenere l’isola pronta per la “Riconquista del Continente”. Per quarant’anni, la retorica del KMT è stata fondata sull’annientamento del “bandito comunista”. Pechino infatti non era visto come un interlocutore, ma, era l’usurpatore.

Con la fine della legge marziale nel 1987 e l’avvio della democratizzazione, il KMT ha dovuto fare i conti con una realtà nuova. Il sogno di riconquistare militarmente la Cina continentale era tramontato: restava la necessità di trovare un modo per coesistere con Pechino senza finire né schiacciati né trascinati in una guerra. La risposta fu il Consenso del 1992. Come ha ricordato Cheng Li-wun in una recente conferenza stampa a Taipei, quell’accordo si regge su un’ambiguità costruita a tavolino: entrambe le parti riconoscono l’esistenza di “una sola Cina”, ma si riservano il diritto di interpretarla ciascuna a modo proprio.

Tuttavia, questa non è solo una questione tra Taiwan e Pechino: anche sull’isola, i due principali partiti la interpretano in modo opposto. Per il KMT, l’accordo è uno scudo diplomatico prezioso: consente di dialogare con Pechino senza dover cedere formalmente sulla sovranità di Taiwan. Al contrario, per il Partito Democratico Progressista (DPP), che governa l’isola, è una trappola: accettare quella formula equivale a riconoscere implicitamente che Taiwan è parte della Cina, consegnando a Pechino un argomento politico difficile da smontare.

È in questo quadro che si inserisce la notizia di lunedì: Xi Jinping ha ufficialmente invitato Cheng Li-wun a guidare una delegazione del KMT in visita in Cina, con tappe nel Jiangsu, a Shanghai e infine a Pechino. L’annuncio è arrivato prima da Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale del governo cinese, che da Taipei, un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori. È la Cina ad aver scelto i tempi e i modi, e questo racconta già molto sulle aspettative di Pechino.

Per Xi Jinping, la visita ha più di un obbiettivo. In patria, serve a mostrare che la questione taiwanese non è congelata: Pechino infatti cerca il dialogo per ottenere risultati, un messaggio utile in un momento di pressioni economiche e tensioni con Washington. Inoltre, la Cina vuole mandare un messaggio anche verso gli Stati Uniti: la Repubblica Popolare vede Taiwan come una questione di politica interna, indipendentemente, quindi, da Washington.

Verso Taiwan, il messaggio di Pechino è più sottile ma non meno calcolato: accreditare il KMT come unico partito capace di parlare con Pechino, e dipingere il DPP come un governo che, rifiutando il dialogo, espone l’isola a rischi inutili. Questo è un terreno su cui Cheng Li-wun è ben disposta a giocare. Da quando ha preso la guida del partito lo scorso novembre, si è impegnata a costruire con metodo la propria immagine di interlocutrice credibile: articoli su riviste internazionali e incontri con diplomatici e giornalisti stranieri. Inoltre, dichiarazioni della scorsa settimana alla stampa estera a Taipei come: “Sarei disposta a incontrare Xi anche cento volte, se serve a mantenere la pace nello Stretto” fanno apparire il viaggio a Pechino come il risultato naturale di questa strategia.

Tuttavia, è importante menzionare che posta in gioco, per lei e il suo partito, è alta. Le elezioni locali di novembre 2026 si avvicinano e le presidenziali del gennaio 2028 sono già all’orizzonte. Cheng vuole presentarsi come l’unica figura politica taiwanese capace di sedersi allo stesso tavolo di Xi, una credenziale che, può valere voti, ma può anche costarne. Inoltre, dopo Pechino, è prevista anche una visita negli Stati Uniti: il messaggio implicito è che il KMT non sceglie un campo, ma vuole essere interlocutore di entrambi. Quanto questa strategia pagherà dipenderà in larga parte dall’opinione pubblica taiwanese, che negli ultimi anni ha mostrato di volere la pace ma di fidarsi sempre meno di Pechino, soprattutto dopo aver visto cosa è successo a Hong Kong. Che il viaggio di Cheng venga letto come un atto di coraggio o come una resa lo dirà il risultato alle urne.

A Taipei, però, almeno una cosa sembra certa. Il DPP, al governo di Taiwan, ha reagito con freddezza: per il partito, il viaggio di Cheng non è diplomazia, è legittimazione. Ribadire il Consenso del 1992 come base del dialogo, come Cheng ha fatto esplicitamente in conferenza stampa, significa, nella lettura del DPP, concedere a Pechino ciò che  ha sempre voluto: il riconoscimento implicito che Taiwan rientri nella sfera cinese. Questa è una linea che il partito non ha mai voluto attraversare, e che non intende attraversare adesso.

Una risposta, forse, arriverà alle urne di novembre. Ma nello Stretto di Taiwan, le risposte non sono mai definitive. La partita tra Pechino e Taipei si gioca su decenni, non su cicli elettorali, e ogni mossa lascia aperte più domande di quante ne chiuda. Per ora, il KMT ha scelto il dialogo. Che sia la strada giusta, lo dirà il tempo.

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