L’11 marzo 2026, la Corte Suprema indiana ha autorizzato la sospensione dei trattamenti di sostegno vitale per Harish Rana, un uomo di 32 anni rimasto in stato vegetativo persistente dopo una caduta da un balcone nel 2013.
La decisione, emessa dai giudici Pardiwala e Viswanathan, ha accolto la petizione del padre del paziente, supportata dal parere di due commissioni mediche indipendenti che avevano concluso che lo stato di Harish era irreversibile e che le cure prolungavano soltanto la sua esistenza biologica senza alcuna prospettiva di recupero.
La pronuncia di marzo 2026 è in realtà il frutto di un cammino iniziato oltre quindici anni fa e ha radici in un caso che scosse profondamente l’opinione pubblica: quello dell’infermiera Aruna Shanbaug, rimasta in stato vegetativo per oltre quarant’anni dopo una violenza sessuale subita nel 1973 e morta infine nel 2015 per polmonite. Fu proprio la sua vicenda a portare il tema del fine vita davanti alla Corte Suprema nel 2011. Il vero punto di svolta arrivò però nel 2018, con la sentenza Common Cause v. Union of India, con cui la Corte riconobbe per la prima volta il diritto all’eutanasia passiva in condizioni regolamentate, affermando che la dignità della persona include anche il diritto a morire con dignità. Il caso Rana del 2026 rappresenta la prima applicazione concreta di quel principio.
Il caso indiano è, nel panorama asiatico, un’eccezione di grande rilievo. Nel resto del continente la situazione è frammentata.
Oltre all’India, altri tre paesi hanno compiuto passi concreti in questa direzione. La Corea del Sud ha introdotto nel 2018 una legge che consente l’interruzione delle cure per i malati terminali che abbiano espresso in anticipo la propria volontà tramite testamento biologico. Taiwan ha riconosciuto il diritto del paziente a rifiutare trattamenti che prolungano artificialmente la vita, configurandosi come una delle posizioni più avanzate nell’Asia orientale. Infine la Thailandia consente l’eutanasia passiva in modo analogo, permettendo ai pazienti di interrompere o rifiutare i trattamenti salvavita attraverso disposizioni anticipate valide, pur vietando categoricamente qualsiasi forma di eutanasia attiva.
Il Giappone rappresenta il caso più emblematico di un vero e proprio limbo normativo. Non esiste una legge nazionale che vieti esplicitamente l’eutanasia, ma nemmeno una che la autorizzi. La materia è stata definita soltanto da due sentenze locali, quella di Nagoya del 1962 e quella del Tribunale di Yokohama del 1995, che hanno fissato criteri teorici: la malattia deve essere incurabile e in fase terminale, la sofferenza del paziente intollerabile, il consenso esplicito e verificabile e tutte le alternative palliative già esaurite. Tuttavia questi principi non sono stati mai pienamente applicati in nessun caso concreto e i medici agiscono quindi in una permanente zona grigia, nonostante sondaggi indichino che oltre l’86% dei giovani universitari e dei loro genitori consideri legittima la scelta di un paziente terminale di richiedere una morte assistita. Singapore è simile per certi versi: il dibattito esiste a livello accademico e giuridico, ma il governo non mostra alcuna intenzione di muoversi. Sia l’eutanasia attiva che il suicidio assistito sono illegali e la questione rimane confinata alle aule universitarie.
Infine, nel resto dei paesi, sia l’eutanasia passiva che quella attiva, rimangono vietate. Le Filippine sono uno degli esempi più netti di blocco politico-religioso: già nel 1997 il senato aveva tentato di introdurre una normativa sull’eutanasia passiva, ma l’opposizione della Chiesa cattolica, molto influente nel paese, aveva affossato ogni proposta. Oggi i medici che assistono un paziente nella morte rischiano l’incriminazione penale. In Cina, Indonesia, Malaysia, Pakistan e Bangladesh l’eutanasia è vietata in qualsiasi forma, senza pressione politica significativa per cambiare le cose. Lo stesso vale per Vietnam, Cambogia, Myanmar, Sri Lanka e Nepal, dove la combinazione di sistemi sanitari poco sviluppati, forti tradizioni buddhiste o religiose locali e governi concentrati su priorità ben diverse rende il tema praticamente assente dall’agenda politica.
Infine, per comprendere perché l’Asia fatichi così tanto a confrontarsi con il tema del fine vita, occorre anche guardare alle tradizioni filosofiche e religiose che plasmano il modo in cui queste società concepiscono la vita, la morte e il rapporto tra l’individuo e la comunità.Il buddhismo, in primo luogo, diffuso in Giappone, Corea, Sri Lanka, Thailandia, Vietnam, Cambogia e Myanmar, considera la vita preziosa e attribuisce grande importanza al modo in cui si muore, poiché questo influenza il karma e il ciclo delle rinascite. Accelerare la morte, anche per ragioni compassionevoli, rischia di interferire con un processo che la tradizione considera naturale e spiritualmente significativo. L’islam, religione dominante in Indonesia, Malaysia, Pakistan, Bangladesh considera la vita un dono di Dio e ritiene che solo Dio possa decretarne la fine. L’eutanasia è generalmente classificata come haram, ossia proibita, e questa posizione teologica si riflette direttamente nei sistemi giuridici di quei paesi. Successivamente, il confucianesimo, che permea la cultura di Cina, Corea, Giappone, Vietnam e Singapore, enfatizza la pietà filiale e la cura degli anziani come dovere morale fondamentale. In questo quadro, la decisione di interrompere le cure a un familiare può essere percepita non come un atto di rispetto ma come un abbandono. Infine il cattolicesimo, principalmente nelle Filippine, ha esercitato e continua a esercitare un’influenza diretta e determinante sulle scelte legislative, come dimostrato dal caso del 1997.
Per concludere, l’India ha dimostrato che il cambiamento è possibile, ma il cammino dell’Asia verso il fine vita non sarà una semplice imitazione dei modelli occidentali poiché le profonde radici culturali e spirituali di questo continente impongono una via autonoma e diversa. La sentenza di marzo 2026 potrebbe essere quel primo passo, piccolo, contestato, ma difficile da ignorare.
