Gli Stati Uniti sono coinvolti da una profonda crisi che intreccia contemporaneamente tensioni internazionali, radicalizzazione interna e una vera e propria battaglia per i consensi. Il ritorno trionfale di Donald Trump alla Casa Bianca dello scorso gennaiolo vede ora confrontarsi con l’intransigenza della complessa realtà in cui opera: il calo vertiginoso dei consensi governativi viene arginato da una massiccia operazione di propaganda sui social network, mentre il Congresso di Washington rischia la paralisi per diretta volontà dello stesso esecutivo.
Gli attacchi lanciati contro l’Iran possono essere visti come la prima tessera di un contorto domino, che ha innescato una reazione a catena letale per la stabilità macroeconomicastatunitense. I mercati energetici hanno reagito spingendo le quotazioni dei carburanti a livelli vertiginosi e riacceso l’inflazione, che l’amministrazione Trump aveva promesso di eradicare. Questo shock ha eroso in poche settimane il capitale politico presidenziale: da sempre, l’operato di un presidente, fosse esso democratico o repubblicano, viene soprattutto giudicato sulla percezione della salute economica statunitense. Secondo gli ultimisondaggi, l’indice di gradimento di Trump è precipitato al 36%, il dato più basso del mandato. Il cittadino medio, il più colpito, manifesta un dissenso diffuso che gli apparati faticano a gestireproficuamente.
Invece di ricercare un approccio differente per stabilizzare i mercati, l’amministrazione ha scelto di esasperare la frattura interna, brandendo la legislazione elettorale come strumento per ricercare consensi tra quei sostenitori disillusi: il SAVE Act, proposta che imporrebbe requisiti draconiani per registrarsi al voto, è stato elevato a test di lealtà assoluta verso quella fetta di elettori che vanno disaffezionandosi al tycoon. La direttiva presidenziale di bloccare qualsiasi altra legge fino alla sua approvazione sta trascinando il Congresso ad affrontare complesse difficoltà: il Leader repubblicano al Senato, John Thune, si ritrova ostaggio di questa linea dura, diviso tra l’obbedienza al POTUS e il dovere di mantenere operativa la nazione. Forzare l’impasse significa rischiare la mancata approvazione dei fondi federali e il conseguente shutdown governativo, una manovra che minaccia di alienare gli elettori indipendenti.
Per arginare la disaffezione popolare, la macchina del consenso ha inaugurato inquietanti frontiere digitali. Il caso emblematico è quello di “Jessica Foster”. Presentata come una giovane e devota soldatessa americana, ha raccolto milioni di follower esibendo scatti di incontri con leader mondiali, o altri di fianco a caccia F-22. Questa soldatessa incanala un patriottismo estetizzato, proiettando potenza militare e diplomatica: la ragazza dei sogni del movimento MAGA. È servita un’inchiesta giornalistica per svelarne l’inganno: Jessica era un costrutto dell’IA, tradita da difetti grafici sulle mostrine della divisa. Questo scoperchia il vaso di Pandora della moderna disinformazione: non più solo alterazione dei fatti, ma creazione iper-realistica di attori inesistenti utilizzati dal potere per manipolare le menti degli elettori. L’uso dell’IA per forgiare illusioni di massa sancisce un salto quantico nella propaganda domestica: un tentativo disperato di sostituire una realtà socio-economica in rapido deterioramento con una simulazione digitale rassicurante.
Gli USA restituiscono al mondo l’immagine di una superpotenza intimamente frammentata: l’acuta dissonanza cognitiva tra la narrazione trionfale dei profili statunitensi sui social, come l’uso propagandistico dei video reali dei bombardamenti con in sottofondo “Macarena”, e le code reali agli impianti di rifornimento, denunciano la vulnerabilità di un apparato che tenta di saturare l’angoscia geopolitica con oppioidi digitali. Il logorante braccio di ferro sul SAVE Act rappresenta la fatica di una leadership che, incapace di domare le ripercussioni domestiche dell’instabilità globale, sembra disposta a mettere a repentaglio la tenuta delle istituzioni pur di proiettare un’illusoria facciata di consensi istituzionali e mediatici.
