Nelle ultime settimane, a causa del conflitto in Medio Oriente, l’Europa ha dovuto fare i conti con un aumento consistente dei prezzi dell’energia, in particolare petrolio e GNL. Per questo motivo all’interno dei Ventisette si sta discutendo una strategia per salvaguardare il potere d’acquisto di famiglie e imprese; e arginare una possibile nuova ondata inflazionistica. Le difficoltà energetiche però non si limitano al conflitto mediorientale ma si intrecciano anche con quello russo-ucraino e il rinnovo delle sanzioni europee contro la Russia.
In questo quadro già così fragile si è inserita prepotentemente la questione dei gravi danni al gasdotto Druzhba, un’infrastruttura strategica che dagli anni Sessanta rifornisce il Vecchio Continente di greggio russo. Il danneggiamento dell’infrastruttura ha alimentato quindi una disputa politica che si è intrecciata con il rinnovo delle sanzioni europee contro persone e aziende russe. Ungheria e Slovacchia hanno, infatti, ostacolato la decisione – poi approvata in extremis – denunciando a loro volta le responsabilità ucraine nell’interruzione dei flussi. Sullo sfondo resta una questione politica difficilmente eludibile, ossia che senza rinnovo, la blacklist sarebbe scaduta automaticamente, e figure di spicco – compresi il presidente russo Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergey Lavrov – avrebbero avuto nuovamente accesso a fondi e beni congelati in tutto il territorio dell’Ue
La vicenda ha perciò riacceso lo scontro tra Kiev e Budapest, con quest’ultima che da sempre ha cercato di mantenere rapporti non troppo severi nei confronti di Mosca e criticando il dispendio di fondi e risorse europee a sostegno dell’Ucraina. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha respinto in prima battuta ogni ipotesi di ripristino del flusso di petrolio attraverso l’oleodotto danneggiato, sostenendo che l’Europa deve scegliere con coerenza se applicare o meno le sanzioni contro Mosca. L’Ungheria, al contrario, insiste sulla pista del sabotaggio e chiede a Bruxelles maggiore pressione su Kiev. Di conseguenza la Commissione europea ha così richiesto un’ispezione indipendente da parte di tecnici dell’Ue, ma ha precisato che senza il via libera ucraino non è possibile definire né la portata né le modalità della missione. Kiev, da parte sua, afferma che il gasdotto è stato gravemente compromesso in un attacco di droni russi il 27 gennaio e che le operazioni di riparazione sono rallentate dalle condizioni della guerra.
Lo scontro è diventato anche terreno di propaganda interna in Ungheria, dove Viktor Orbán ha trasformato il dossier energetico in un tema di sovranità nazionale, facendo del confronto con Zelensky uno dei pilastri della campagna elettorale. Il premier ungherese ha accusato il presidente ucraino di mentire agli europei e ha rivendicato il diritto di Budapest ad avere accesso a forniture di petrolio che definisce essenziali. Parallelamente, Kiev ha accusato le autorità ungheresi di furto, confisca e tentato rapimento dopo il sequestro ingiustificato a Budapest di un convoglio bancario diretto in Ucraina che trasportava oro e contanti appartenenti ad una banca statale ucraina. Il risultato è un deterioramento ulteriore di rapporti già tesi, che mostra quanto la guerra stia irrigidendo anche i margini della diplomazia regionale.
Ad ogni modo, dopo giorni di attriti che facevano presagire la possibilità di non riuscire a rinnovare le sanzioni europee, Ungheria e Slovacchia hanno ritirato il veto e consentito di prorogare le sanzioni fino al 15 settembre. Resta invece fermo il pacchetto finanziario di 90 miliardi a sostegno di Kiev, segno che il compromesso raggiunto non basta a sanare una frattura politica che continua a mettere alla prova la credibilità e la compattezza dell’Unione.
Di fronte a questa situazione di incertezza e frammentazione dell’Unione il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha assicurato che l’Ue resta in contatto con i tecnici ucraini e che i lavori sul Druzhba verranno portati a termine il prima possibile. Chiarendo al tempo stesso che la linea sulle sanzioni non cambierà, nemmeno di fronte alla nuova instabilità energetica provocata dalle tensioni internazionali, e che l’Europa continuerà a sostenere Kiev finché sarà necessario. La posizione della Commissione è netta nell’affermare che non si può sacrificare l’architettura delle sanzioni in nome dell’emergenza del momento. In questo senso resta fermo l’obiettivo strategico europeo di azzerare tutte le importazioni di energia russa entro il 2028, un traguardo sicuramente ambizioso ma che richiede coesione politica, investimenti e una capacità di tenuta che oggi appare tutt’altro che scontata.
Il fronte europeo, infatti, non appare del tutto compatto, come dimostrato dalle reazioni delle varie cancellerie alle parole del primo ministro belga Bart de Wever che recentemente ha suggerito la necessità di una normalizzazione dei rapporti con Mosca, provocando una reazione immediata anche del suo stesso ministro degli Esteri Maxime Prévot, che ha definito quell’ipotesi un segnale di debolezza. Si tratta perciò di un’ulteriore conferma sulla difficoltà dell’Unione nel mantenere una posizione lineare e credibile verso la Russia in un periodo in cui cresce la pressione sui mercati energetici e sulla tenuta dei propri conti pubblici.
