Foto di Jo Kassis su Pexels

Libano, la “guerra nella guerra”: Israele punta a ridisegnare il confine nord

Mentre l’attenzione mondiale resta polarizzata sulla crisi in Iran e sullo Stretto di Hormuz, in Libano si combatte quella che molti analisti definiscono una “guerra nella guerra”. Lunedì 16 marzo, le forze israeliane hanno dato il via a operazioni terrestri e mirate nel sud del Paese. L’obbiettivo è decretare il collasso definitivo di Hezbollah che non era stato raggiunto con la guerra del 2024, culminata con la firma di un accordo di cessate il fuoco il 27 novembre.

L’operazione –condotta dalla 91ª divisione israeliana e supportata anche da intensi raid aerei sul centro di Beirut– mira allo smantellamento di Hezbollah a Sud del Paese. Tuttavia, l’entità delle manovre suggerisce obiettivi più vasti. Israel Katz, Ministro della Difesa israeliano, ha pubblicamente richiamato il modello Gaza. “Abbiamo ordinato all’esercito di distruggere le infrastrutture del terrore nei villaggi vicini alla frontiera, come abbiamo fatto con Hamas a Gaza” ha dichiarato il Ministro. Questo approccio prevede lo spostamento forzato della popolazione civile per facilitare le operazioni militari e ridurre i rischi di guerriglia urbana. In questa chiave di lettura, l’obiettivo non sarebbe solo militare ma anche territoriale e politico: ridisegnare gli equilibri lungo il confine settentrionale di Israele, limitando in modo strutturale la presenza e l’influenza di Hezbollah.

Per il Paese dei Cedri, questa strategia ha già prodotto conseguenze umanitarie senza precedenti. Evacuazioni di massa da oltre il 14% del territorio libanese, sfollamento di circa 90.000 persone e oltre 850 morti tra cui 100 bambini. Il Libano si trova oggi in una morsa tra l’offensiva esterna e la situazione interna. Al centro del conflitto troviamo il ruolo di Hezbollah, un’organizzazione paramilitare islamista sciita, antisionista e sostenuta dall’Iran. Sebbene il cessate il fuoco Iran-Israele del novembre 2024 prevedesse il suo disarmo, il governo di Beirut non è riuscito a imporsi sulla milizia sciita. Il recente attacco di Hezbollah contro Israele – avvenuto dopo l’uccisione della Guida Suprema iraniana lo scorso 28 febbraio– è stato descritto dall’opinione pubblica libanese e dal Primo Ministro Nawaf Salam “una scelta suicida”. Tuttavia, all’interno del Libano emergono posizioni divergenti. Una parte della popolazione accusa il gruppo di trascinare il paese in un conflitto non condiviso, mentre altre componenti continuano a considerarlo un attore centrale nella difesa contro Israele. Questa frammentazione interna rende più complessa qualsiasi risposta statale e limita la capacità del governo di esercitare un controllo effettivo sulle dinamiche militari. Infatti, nonostante il governo libanese abbia vietato l’attività militare dei gruppi armati al di fuori del controllo statale, di fronte all’avanzata delle truppe israeliane si potrebbe dire che, forse, ormai è troppo tardi.

L’escalation in Libano si inserisce in un quadro ben più ampio, segnato dal conflitto tra Israele e Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz. Ed è proprio in questo quadro che il teatro libanese appare come uno dei tanti fronti della competizione tra le due potenze. Sul piano diplomatico, però, diversi attori internazionali hanno espresso le loro preoccupazioni per le possibili conseguenze umanitarie di un’offensiva su larga scala. Lo stesso governo libanese afferma di non voler lasciare a Hezbollah il potere di decidere sulla guerra e sulla pace in nome di tutto il Paese, dichiarandosi disposto a qualsiasi soluzione che conduca il popolo di Beirut alla tanto anelata normalità.

Ma Israele vuole fare a modo suo e dichiara, tramite Benny Gantz –ex capo di stato maggiore israeliano e politico di primo piano– che i negoziati avverranno sotto il fuoco delle bombe. Questo lascia intendere la volontà di occupare la zona svuotata dai suoi abitanti. La domanda che rimane aperta è se Israele riuscirà a ottenere una sicurezza duratura o se, come avvenuto in passato, l’occupazione territoriale diventerà il terreno fertile per una nuova fase di resistenza armata, trascinando il Libano e l’intera regione in una spirale di instabilità cronica.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Fincantieri vara “Viking Libra”: la prima nave da crociera al mondo alimentata a idrogeno segna la svolta green del settore navale

Next Story

Come la crisi energetica sta mettendo alla prova la coesione europea: tensioni tra Stati membri, frizioni con Kiev e la tenuta incerta del fronte anti-russo

GoUp