Il 9 marzo 2026, nello Stretto di Hormuz, sono transitate sole quattro navi. Quattro, contro le 129 di un giorno normale prima che il conflitto fra Israele e Stati Uniti contro l’Iran, scoppiato il 28 febbraio, sconvolgesse uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta. Si tratta di una riduzione del 97% del traffico che, in poche ore, ha reso evidente al mondo l’estrema fragilità dell’architettura energetica globale: dallo Stretto passava circa il 20% del petrolio mondiale, l’89% del quale era destinato ai mercati asiatici. Non sorprende dunque che siano proprio i paesi di quest’area ad aver subito gli effetti più immediati e devastanti della crisi. In meno di due settimane, la guerra in Medio Oriente ha smesso di essere uno spettacolo lontano e si è trasformata in code alle pompe di benzina, fabbriche ferme, università chiuse, funzionari pubblici a casa tre giorni su sette.
Tra i paesi più duramente colpiti c’è il Bangladesh, che dipende dalle importazioni per il 95% del proprio fabbisogno energetico. In risposta alla crisi, il governo di Dacca ha chiuso tutte le università pubbliche e private a partire dal 9 marzo, anticipando le vacanze per l’Eid al-Fitr come una delle misure d’emergenza per conservare elettricità e carburante. Insieme alla chiusura degli atenei, è arrivata la sospensione dei centri privati di tutoraggio e delle scuole a curriculum straniero, mentre i blackout giornalieri sono raddoppiati fino a cinque ore. La crisi ha colpito anche il cuore produttivo del paese. Il Bangladesh è il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina e le sue fabbriche tessili dipendono da generatori diesel durante i blackout. Con il carburante razionato e i prezzi alle stelle, molti impianti hanno ridotto i turni o sospeso la produzione. A rendere il quadro ancora più cupo, gravi carenze di gas naturale hanno costretto alla chiusura quattro dei cinque stabilimenti statali di fertilizzanti, con il gas rediretto verso le centrali elettriche per evitare il collasso della rete.
A Manila, nelle Filippine, il presidente Ferdinand Marcos ha annunciato il passaggio alla settimana lavorativa di quattro giorni per tutti gli uffici governativi, con effetto immediato dal 9 marzo. La chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz, aveva avvertito Marcos, avrebbe fatto aumentare i prezzi alla pompa di 7,48 pesos al litro per la benzina, 17,28 pesos per il gasolio e 32,35 pesos per il cherosene nella settimana successiva. Il governo ha quindi ordinato a tutte le agenzie di ridurre il consumo di carburante ed elettricità tra il 10 e il 20%, mentre la polizia ha avvertito contro l’accaparramento di fronte alle prime code alle stazioni di servizio. Una misura analoga è arrivata dal Pakistan, dove gli uffici governativi hanno adottato la settimana corta, le scuole hanno chiuso e il lavoro da casa è diventato obbligatorio al 50% per i dipendenti pubblici.
La Thailandia ha risposto con un mix di misure tanto simboliche quanto concrete: i dipendenti pubblici hanno ricevuto l’ordine di fare le scale invece di prendere l’ascensore, di portare camicie a maniche corte al posto delle giacche, di lavorare da casa, e di alzare la temperatura dei condizionatori a 27 gradi. Bangkok ha anche vietato le esportazioni di carburante, con le sole eccezioni di Cambogia e Laos. Con circa 95 giorni di riserve energetiche, il paese si trova in una posizione migliore di molti vicini ma comunque hanno deciso di muoversi con prudenza.
Il Vietnam, valutato ad alto rischio di carenza, ha acquistato d’urgenza circa quattro milioni di barili di greggio da paesi non mediorientali, tuttavia equivalenti a soli sei giorni di consumo e ha annunciato piani per azzerare i dazi sulle importazioni di carburante.
L’Indonesia, con la sua popolazione di 280 milioni di persone, ha scelto la via dei sussidi: oltre 22 miliardi di dollari accantonati per mantenere accessibili i prezzi di carburante ed elettricità attraverso la compagnia petrolifera di stato Pertamina.
Taiwan, Giappone e Corea del Sud figurano tra le economie più esposte alla crisi, prive di produzione interna di greggio e dunque interamente dipendenti dalle importazioni. Il Giappone, che acquista il 90% del proprio petrolio dal Medio Oriente, ha attivato le riserve strategiche nazionali. Seoul ha introdotto per la prima volta in trent’anni un tetto ai prezzi di benzina e diesel. Taipei ha invece puntato sul lungo periodo: la compagnia petrolifera statale CPC Taiwan ha avviato trattative per contratti pluriennali di fornitura di GNL dal Canada, nel tentativo di ridurre strutturalmente la dipendenza dal Golfo Persico.
A scale più umana, la crisi si è manifestata nelle lunghe code davanti alle stazioni di rifornimento nepalesi, dove le famiglie si presentavano con i cilindri del gas da cucina vuoti, ricevendoli riempiti solo a metà per far durare le scorte.
Infine, in India, secondo importatore mondiale di GPL dopo la Cina, i comportamenti da panico negli acquisti hanno svuotato i magazzini in diversi stati nel giro di pochi giorni.
Ciò che la crisi di marzo 2026 ha reso evidente è la fragilità sistemica di un continente che ha costruito decenni di crescita su una dipendenza energetica mai seriamente messa in discussione. Le misure adottate, dalla settimana corta alle università chiuse, sono risposte efficaci nell’immediato, ma rivelano l’assenza di infrastrutture alternative e di riserve strategiche adeguate. La guerra non ha ancora un epilogo scritto ma gli effetti indiretti di un conflitto combattuto a migliaia di chilometri di distanza sono già storia presente.
