Gli USA e la minaccia jihadista in Nigeria

Il 10 marzo, l’ambasciata statunitense in Nigeria ha emanato un avviso di sicurezza circa una possibile minaccia terroristica rivolta contro infrastrutture e scuole affiliate agli Stati Uniti, invitando i cittadini americani a prendere misure di precauzione.

L’avviso si inserisce in una dinamica di crescente instabilità nella nazione africana che ha portato al relativo innalzamento del livello di allerta divulgato dalla rappresentanza diplomatica americana: dal livello 2 (“adottare maggiore prudenza”), al livello 3 (“riconsiderare il proprio viaggio”), fino al livello 4 (“non viaggiare”). Quest’ultimo, valore massimo del sistema di allerta del Dipartimento di Stato, è stato applicato a 18 dei 36 stati federati che compongono il territorio. Le minacce in queste aree non si limitano al terrorismo, ma includono la violenza diffusa da parte di bande criminali locali, spesso in collaborazione con i gruppi jihadisti per colpire un obiettivo ancora più vasto. In particolare, la minaccia terroristica è aumentata notevolmente dopo l’inizio delle operazioni di Washington e Tel Aviv in Iran, con conseguenti proteste a sostegno di Teheran nella capitale Abuja e nel nord della Nigeria; in quest’ultima area risiede un’importante minoranza sciita a cui, secondo stime non ufficiali, appartengono tra i 3 e i 10 milioni di cittadini.

Da decenni la Nigeria affronta una piaga terroristica che continua a dilagare, sfruttando le divisioni intrinseche alla popolazione; nel territorio convivono infatti più di 250 gruppi etnici distribuiti eterogeneamente. Tuttavia, la frattura principale è quella tra il nord a maggioranza musulmana e il sud a prevalenza cristiana. Proprio negli stati del Nord-Est si concentra la maggior parte delle attività dei gruppi radicali, in particolare verso il bacino del Lago Ciad, epicentro del jihadismo dell’Africa occidentale.

Uno dei principali attori è il gruppo jihadista “Boko Haram”, fondato nel 2002 dal predicatore Mohammed Yusuf nella città di Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Questa regione, confinante con Niger, Ciad e Camerun, rimane tutt’oggi il fulcro degli attacchi. Gli obiettivi prioritari di Boko Haram, oltre a mercati e aree affollate, sono le scuole di ogni ordine e grado, con il conseguente sequestro degli studenti. Il nome stesso del gruppo, in lingua Hausa, significa “l’istruzione occidentale è proibita”. Si stima che dal 2014 al 2025 siano stati rapiti più di 1.700 studenti, di cui 300 durante l’attacco alla scuola secondaria St. Mary, nella città di Papiri il 21 novembre 2025.

La violenza rivolta anche contro i musulmani ha spinto numerosi comandanti di Boko Haram alla scissione, formando nel 2016 l’ISWAP (Islamic State in West Africa Province), che negli ultimi anni ha notevolmente ampliato il proprio controllo territoriale, concentrandosi su obiettivi governativi e militari. Mentre Boko Haram e ISWAP operano prevalentemente nel Nord-Est, altri gruppi come Ansaru, Mahmuda, Lakurawa e — al momento indirettamente — il JNIM, seminano violenza nel resto della federazione.

Proprio contro le basi del gruppo Lakurawa, nello stato nordoccidentale di Sokoto, sono stati diretti gli attacchi statunitensi del 26 dicembre scorso. I raid, condotti tramite droni MQ-9 Reaper e missili da crociera BGM-109 “Tomahawk”, sono scattati in risposta a quelli che il Presidente Trump ha definito «attacchi terroristici islamisti che hanno preso di mira principalmente comunità di innocenti cristiani». Le autorità nigeriane hanno in seguito confermato che le operazioni sono avvenute con la loro esplicita approvazione, in un regime di cooperazione con gli Stati Uniti e altri partner internazionali.

Sebbene l’ultima National Security Strategy della Casa Bianca si allinei alla dottrina “America First” — ribadendo la volontà di evitare impegni permanenti in Africa — Washington mantiene obiettivi di sicurezza regionali che non possono essere perseguiti solo con rapide incursioni aeree. Per questa ragione, dalla fine di febbraio, gli Stati Uniti hanno iniziato a dispiegare un contingente di circa 200 soldati in Nigeria, con il fine di assistere il personale locale nella sicurezza interna, in particolare nell’addestramento all’identificazione dei bersagli e nella conduzione di attacchi mirati.

La stabilità dell’Africa occidentale si dimostra sempre più rilevante anche per i Paesi non africani, sia per la sicurezza nazionale sia in prospettiva di sicurezza energetica ed economica. La sola Nigeria è l’undicesimo Paese al mondo per riserve petrolifere, superiori a quelle di Cina, Brasile e Qatar. Inoltre, la popolazione nigeriana — 237 milioni di abitanti nel 2025 — è tra quelle con il più rapido incremento demografico globale. In assenza di un solido equilibrio, la Nigeria potrebbe trasformarsi nell’epicentro di un’instabilità mondiale.

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