In occasione dell’8 marzo, questa introduzione celebra il potere del silenzio e della dedizione, rendendo omaggio a una figura straordinaria che incarna l’evoluzione del ruolo femminile tra i grandi segreti della Storia. L’epopea delle grandi dinastie mondiali non è stata scritta solo nei salotti del potere o nei trattati internazionali, ma tra le pieghe di grembiuli inamidati e il calore di cucine sempre accese. Dalla fine dell’Ottocento, un esercito silenzioso di balìe, governanti, sarte e cuoche ha varcato le soglie delle dimore più prestigiose, trasformandosi in una primordiale forma di intelligence.
Erano donne che “sapevano fare” ma, soprattutto, “sapevano tacere”: custodi discrete di storie private che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi, seconde madri capaci di garantire una lealtà che nessun giuramento ufficiale avrebbe mai potuto eguagliare. Questo fil rouge di coraggio e riservatezza ha visto molte di loro evolversi in figure cruciali per la sicurezza nazionale: dalle interpreti nelle polizie straniere alle eroine della Resistenza, come la Paola Del Din, prima donna paracadutista italiana e agente speciale del SOE britannico.
Ma c’è una storia meno nota, e altrettanto potente, che oggi vogliamo riscoprire: quella di una donna, figlia della terra friulana, emigrata per necessità e dotata di un intelletto fuori dal comune. Una donna capace di dividersi tra le faccende domestiche e le aule della Sorbona, dove ottenne la laurea, prima di essere scelta — su indicazione del Secret Service — per una missione di estrema delicatezza umana e storica: diventare la custode della quotidianità e del futuro dei piccoli John John e Caroline Kennedy, gli orfani più famosi del mondo.
Fu questa rara combinazione di efficienza pratica e statura intellettuale a renderla l’unica figura in grado di reggere l’urto psicologico di casa Kennedy. Quando Marta arrivò a New York , si trovò catapultata nell’epicentro del potere mondiale. Il contrasto era violento: dai campi di Fiumicello a Park Avenue, dai brodi poveri ai banchetti di stato. Eppure, Marta non si lasciò abbagliare. Portò con sé quella “spunk” – fierezza friulana che non si inchina davanti a nessuno.
Scoprendo che i cani di famiglia venivano lasciati al freddo, Marta si scontrò con la rigida etichetta dei Kennedy: pretese che gli animali dormissero con lei. Non era un capriccio, ma la necessità di portare calore umano in una casa che spesso ne era priva, nonostante i marmi e i velluti. Jacqueline Kennedy Onassis riconobbe subito in quella donna un’anima affine, una sentinella capace di proteggere i suoi figli, John Jr. e Caroline, dalla pesantezza del loro cognome. Marta era l’ancora di realtà in un mondo di apparenze.
Oggi, avere il privilegio di essere amico di Marta significa per me accedere a un forziere di tesori che lei apre solo con la chiave della “marilenghe” (linguamadre). Ogni volta che il lavoro mi porta a New York e varco la soglia della sua casa, il tempo si ferma. Il fragore dei taxi su Park Avenue svanisce non appena odo quel saluto: “Mandi, cemût stastu?” . ( ciao, come stai ?) In quelle tre parole c’è la vittoria di chi ha attraversato le tempeste della Storia senza perdere un briciolo di identità.
Ci sediamo tra il profumo della gubana e il calore della grappa. In queste chiacchierate, la lingua friulana diventa il nostro codice segreto. Non le chiedo mai delle storie specifiche sui Kennedy; farlo significherebbe tradire un patto d’onore. Mi limito ad ascoltare ciò che lei sceglie di narrare, onorando quella riservatezza che è stata la bussola della sua esistenza. A novant’anni, Marta Sgubin resta una quercia secolare. Ringrazio la vita per questo tempo condiviso, testimone di un’Italia che ha onorato il mondo con il lavoro e il totale rispetto altrui.
Oggi, nella Giornata Internazionale della Donna, rendiamo onore a lei: la “tata” che arrivava dall’Italia e che, con la forza della discrezione e della cultura, è entrata nel cuore del mito americano.
