Al sesto giorno di conflitto tra la coalizione guidata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la crisi mediorientale sta rapidamente trasformandosi in uno shock globale capace di destabilizzare gli equilibri geopolitici ed economici del pianeta. Il punto nevralgico della crisi è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti del mondo, la cui paralisi sta producendo conseguenze a catena sui mercati, sulla sicurezza alimentare e sulla stabilità internazionale.
Lo Stretto di Hormuz paralizzato e il terremoto energetico
Il settore marittimo internazionale ha ormai classificato lo Stretto di Hormuz come “zona di operazioni belliche”, una definizione che ha immediatamente congelato il traffico navale. Circa 1.000 navi risultano intrappolate nell’area, con un carico complessivo stimato intorno ai 25 miliardi di dollari. La metà delle imbarcazioni trasporta petrolio o gas.
Le conseguenze sono già visibili. I transiti delle petroliere sono crollati di circa il 90%, mentre i costi assicurativi per attraversare lo stretto sono decuplicati: dal tradizionale 0,25% al 3% del valore della nave.
Il mercato energetico sta reagendo con una forte tensione sui prezzi. Il Brent ha superato gli 85 dollari al barile, mentre il WTI si mantiene sopra gli 80 dollari. Ancora più evidente l’impatto sul gas naturale: il prezzo al TTF europeo ha raggiunto i 50 euro per megawattora.
La situazione si è aggravata ulteriormente dopo che QatarEnergy ha dichiarato “forza maggiore”, sospendendo la produzione e l’export di gas naturale liquefatto (GNL). Un segnale che potrebbe preludere a una crisi energetica più ampia, soprattutto per Europa e Asia.
La strategia americana e il “fattore Trump”
Sul piano politico e militare, l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha adottato una linea di rottura radicale rispetto al passato. Il presidente ha dichiarato apertamente di voler influenzare la futura successione alla guida della Repubblica Islamica, definendo Mojtaba Khamenei, figlio dell’attuale Guida Suprema, una scelta “inaccettabile”.
Tra le opzioni allo studio di Washington vi sarebbe anche l’utilizzo di milizie curde iraniane come forza di terra “proxy”. Resta tuttavia incerto il coinvolgimento diretto dei Peshmerga, più organizzati e numerosi, ma restii a esporsi per il timore di ritorsioni iraniane contro il Kurdistan iracheno e la città di Erbil.
Nel frattempo, diversi analisti parlano apertamente di una crescente “nebbia della guerra”, con la diffusione di informazioni non sempre verificabili su presunte rivolte interne in Iran. Una dinamica che, secondo alcuni osservatori, potrebbe servire a costruire consenso internazionale attorno a un intervento più diretto.
La Cina avanza in Asia Centrale, l’India teme il contraccolpo
Mentre l’attenzione dell’Occidente resta concentrata sul conflitto, la Cina sta rafforzando la propria presenza in Asia Centrale. Pechino sta colmando il vuoto lasciato da Russia ed Europa in paesi come Kazakistan e Uzbekistan, consolidando infrastrutture e accordi energetici.
Allo stesso tempo, il governo cinese ha ordinato alle raffinerie nazionali di sospendere l’export di diesel e benzina, con l’obiettivo di preservare le scorte interne in vista di una possibile crisi energetica globale. Più fragile appare invece la posizione dell’India, fortemente dipendente dal gas proveniente dal Golfo per il consumo domestico di GPL (LPG). Un’interruzione prolungata delle forniture potrebbe rallentare drasticamente la crescita di una delle economie più dinamiche del mondo.
Rischi umanitari ed emergenza ambientale
Le conseguenze della guerra non si limitano all’economia. Nei paesi del Golfo, che importano circa il 90% del proprio cibo, si sta delineando una possibile emergenza alimentare. Secondo diverse stime, derrate destinate a circa 50 milioni di persone risultano bloccate nei porti o nelle rotte che attraversano Hormuz. Anche il rischio ambientale è crescente. L’Osservatorio CEOBS ha segnalato 92 incidenti potenzialmente pericolosi per l’ecosistema nei primi tre giorni di conflitto, tra petroliere danneggiate e incendi negli impianti petroliferi.
Preoccupano in particolare gli attacchi alle raffinerie di Ras Tanurah e Ras Laffan, che hanno generato dense colonne di fumo tossico. Ulteriori timori riguardano i danni riportati dal sito nucleare iraniano di Natanz, sebbene al momento siano stati classificati come limitati.
L’Europa e la posizione delicata dell’Italia
In Europa prevale una linea di prudenza. L’Italia, in particolare, sta cercando di mantenere un equilibrio tra la fedeltà all’alleanza atlantica e il rispetto del diritto internazionale. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito i raid statunitensi e israeliani “operazioni al di fuori del diritto internazionale”, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che “l’Italia non è in guerra”. Sul piano interno, il governo ha attivato l’ARERA per monitorare con controlli bi-giornalieri le possibili speculazioni sui prezzi dell’energia.
Parallelamente, Roma si sta coordinando con la Francia di Emmanuel Macron per rafforzare la sicurezza nel Mediterraneo orientale. In particolare, sono state inviate risorse militari per proteggere Cipro, recentemente colpita da droni iraniani. L’obiettivo è evitare un coinvolgimento diretto della NATO che potrebbe provocare un’escalation ancora più pericolosa.
Un sistema globale sull’orlo dell’“abisso”
Secondo diversi vertici istituzionali italiani, la situazione internazionale si trova ormai “sull’orlo dell’abisso”. Il pericolo principale non riguarda soltanto la carenza di energia o materie prime, ma la possibilità di una inflazione strutturale globale. Se i prezzi dell’energia dovessero restare elevati per mesi, le banche centrali potrebbero essere costrette a rinviare i tagli ai tassi di interesse, rallentando la crescita economica e aumentando la pressione sociale nelle democrazie occidentali. In altre parole, ciò che è iniziato come un conflitto regionale rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi sistemica capace di ridisegnare l’ordine economico e geopolitico mondiale.
