Dopo settimane di tensioni diplomatiche, lo scorso sabato Israele e Stati Uniti, tramite un’operazione congiunta, hanno bombardato l’Iran. I raid aerei hanno coinvolto diverse aree della capitale, colpendo alcuni siti istituzionali, tra cui il complesso residenziale di Ali Khamenei. È stato il presidente americano, sabato in tarda serata, a mettere fine alle speculazioni delle ore precedenti, confermando la morte della Guida Suprema. La notizia ha provocato un’immediata reazione di Teheran, compromettendo la sicurezza di buona parte del Medio Oriente. Al quinto giorno di guerra, infatti, il coinvolgimento appare ormai esteso a gran parte della regione: Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita e Kuwait. Con l’obiettivo di eliminare alcune postazioni di Hezbollah a Beirut e nel sud del Paese, i bombardamenti israeliani hanno colpito anche il Libano. La “guerra lampo” di quattro giorni evocata inizialmente da Donald Trump sembra ora destinata ad allungarsi, non solo nei tempi –almeno quattro settimane secondo le sue ultime dichiarazioni – ma anche sul piano geografico.
L’obiettivo dichiarato dell’operazione statunitense Epic Fury sarebbe, come affermato dal tycoon, un cambio di regime e il bersaglio scelto – i vertici della teocrazia islamica– lo conferma. Tuttavia, nonostante la sua attuale vulnerabilità, la Repubblica Islamica non è costruita attorno a un solo uomo. La Guida Suprema occupa il vertice istituzionale, ma il potere è distribuito tra diversi organismi: il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, il Consiglio di Sicurezza nazionale e soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Inoltre, l’età avanzata di Khamenei e le tensioni accumulate negli ultimi mesi avevano già riaperto il dibattito riguardo la successione. L’Assemblea degli Esperti a Qom sembrerebbe aver nominato come successore il figlio di Ali Khamenei, Mojtaba Khamenei– ma di questo non c’è ancora nessuna conferma ufficiale.
Il governo iraniano non sembra dunque, al momento, così impreparato da rischiare un’implosione. Tutt’altro, appare resiliente e strutturato abbastanza da resistere ai tentativi esterni di rovesciare il regime. La mancanza di un’operazione boots on the ground da parte degli Usa – che preveda cioè un dispiegamento di truppe sul campo – rende praticamente impossibile, almeno al momento, la caduta del sistema di potere attuale. A differenza delle escalation precedenti, – ad esempio quella di giugno 2025– questa volta Teheran sta rispondendo all’attacco subito diluendo le operazioni missilistiche nel tempo, dimostrando così di poter sostenere uno scontro a lungo termine. Tramite le cosiddette tattiche di attrito, l’Iran continua a colpire infrastrutture civili e, soprattutto, energetiche con il fine di internazionalizzare la crisi. Ne è un esempio la chiusura dello Stretto di Hormuz, che potrebbe provocare uno shock economico ed energetico globale, con effetti diretti su inflazione, scambi commerciali e mercati finanziari. L’obiettivo di Teheran è quello di forzare, nel lungo periodo, una tregua favorevole.
Se sul piano internazionale il regime sembra aver dimostrato una distinta capacità di tenuta, è sul fronte interno che si aprono i principali interrogativi. Dopo la Rivoluzione islamica del 1979, l’Iran è stato attraversato da proteste diffuse, culminate dal movimento Donna, Vita, Libertà che ha mobilitato ampi settori della popolazione contro il regime teocratico. L’eventualità di un vuoto di potere, dopo la morte di Ali Khamenei, rischia di accentuare la polarizzazione tra i sostenitori degli Ayatollah e coloro che chiedono un radicale cambio di sistema. In assenza di una transizione ordinata, il rischio sarebbe un’ulteriore frammentazione politica e sociale. A questo si aggiunge la dimensione etnica. L’Iran è uno Stato multietnico nel quale convivono minoranze significative – curdi, beluci e azeri – molte delle quali, nel corso degli anni, hanno rivendicato una maggiore autonomia. In un contesto di indebolimento politico e sociale, queste dinamiche rischiano di riemergere più rapidamente, oltre che con maggiore intensità. Uno scenario di instabilità interna prolungata avrebbe ripercussioni non solo a livello regionale, ma anche su scala globale.
I recenti sviluppi collocano l’Iran di fronte a un passaggio storico delicato, rendendo il suo futuro imprevedibile. L’operazione Epic Fury ha inaugurato una nuova fase di estrema incertezza geopolitica, rompendo il principio della deterrenza che aveva retto i rapporti tra Washington e Teheran negli ultimi decenni. La scelta di Donald Trump di eliminare il vertice teocratico senza però impegnare truppe via terra viene definita una strategia di pressione dall’alto. Un possibile tentativo di provocare il collasso del sistema, affidando il cambiamento politico alla resilienza della società civile o alla figura di garanzia di Reza Pahlavi.
Tuttavia, la capacità del regime di riorganizzarsi attorno al figlio di Khamenei e di attuare le cosiddette tattiche d’attrito, suggerisce che la transizione sarà tutt’altro che lineare. Il rischio è che il vuoto di potere conduca a una profonda frammentazione interna, lasciando l’Iran sospeso tra l’aspirazione a un cambiamento risolutivo e il pericolo di un’instabilità cronica.
