Le relazioni bilaterali tra Afghanistan e Pakistan hanno subito un significativo deterioramento negli ultimi mesi, determinando l’inefficacia del cessate il fuoco stipulato nell’ottobre 2025. Venerdì 27 febbraio 2026, Islamabad ha annunciato di essere entrata in una fase di “guerra aperta” contro Kabul, colpendo obiettivi militari e sedi della leadership talebana nella capitale e, per la prima volta, anche a Kandahar, città simbolo del movimento tornato al potere nel 2021. L’escalation attuale rappresenta il punto più alto di tensione tra i due Paesi dal ritorno dei talebani, tuttavia, le radici del conflitto restano profonde e strutturali: confini contestati, identità etniche divise, militanza transfrontaliera e reciproca sfiducia.
Al centro rimane la questione della Linea Durand, il confine fra i due stati di circa 2.600 chilometri tracciato in epoca coloniale britannica nel 1893 da Sir Mortimer Durand, diplomatico britannico e segretario agli Esteri dell’India britannica. La sua definizione, infatti, rispecchiava gli interessi britannici nella regione ma ignorava completamente la complessa realtà etnica e culturale del territorio, finendo per dividere artificialmente la popolazione Pashtun tra due diverse entità statali. Oggi, questo confine rappresenta l’esempio lampante di come una decisione presa a tavolino in epoca imperiale possa condizionare, a distanza di centotrent’anni, la stabilità di un’intera regione.
Un ulteriore punto sensibile riguarda il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP). Questa è una organizzazione, ideologicamente affine ai talebani afghani, che mira a rovesciare il governo di Islamabad, intensificando gli attacchi nelle province di confine, in particolare la provincia di Khyber Pakhtunkhwa in Pakistan e Khost, Paktika e Kunar in Afghanistan. Il governo di Islamabad accusa il governo di Kabul di ospitare e supportare i miliziani del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP). Il governo di Kabul nega categoricamente tali accuse. Tuttavia, la presenza di miliziani pakistani in Afghanistan continua a rappresentare un fattore di tensione significativo, ulteriormente complicato dalle rivendicazioni separatiste dell’Esercito di Liberazione del Balochistan (BLA), un gruppo separatista etno-nazionalista operante nella regione del Balochistan. In questo contesto già esplosivo, gli scontri delle ultime ore segnano una pericolosa escalation militare. Il Pakistan non solo si è limitato a colpire presunti covi di militanti, ma ha anche utilizzato aerei da guerra per bombardare direttamente installazioni militari talebane nel territorio afghano, inclusi obiettivi a Kabul e a Kandahar, sede del leader supremo Hibatullah Akhundzada, che, secondo indiscrezioni non confermate, potrebbe essere rimasto vittima di quest’attacco. Questa mossa dimostra la volontà di Islamabad di punire direttamente l’apparato talebano, accusato di complicità con il TTP, portando il conflitto a un livello di scontro diretto tra Stati.
Nonostante le accese dichiarazioni rilasciate dal Ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, sulla piattaforma social X, in cui afferma che “la nostra pazienza ha un limite” e che “ora è guerra aperta tra noi e voi”, un conflitto su larga scala comporterebbe rischi significativi per entrambe le parti coinvolte. Per il Pakistan, destabilizzare ulteriormente l’Afghanistan significherebbe esporsi a nuove ondate di rifugiati, alla frammentazione del potere oltre confine e al rafforzamento di gruppi jihadisti difficilmente controllabili. Per i talebani, subire attacchi massicci metterebbe in discussione una delle poche leve di legittimazione interna: la promessa di sicurezza e controllo del territorio dopo anni di guerra.
Proprio per evitare che questa frattura storica si trasformi in una deflagrazione moderna, giganti come Cina e India mantengono alta la guardia per evitare un’espansione del conflitto. Tuttavia, sebbene altri attori influenti come Russia, Turchia e Qatar abbiano manifestato la disponibilità a mediare, finora ogni sforzo diplomatico ha ottenuto scarsi successi. Si teme concretamente che il conflitto possa estendersi e destabilizzare una regione più ampia rispetto all’attuale, dalle coste del Mare Arabico fino alle vette contese dell’Himalaya, unendo in un unico focolaio di crisi il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. In un contesto di Asia meridionale già caratterizzato da una significativa instabilità, un collasso definitivo della sicurezza lungo la Linea Durand comporterebbe conseguenze di portata globale, trasformando una disputa territoriale in una crisi sistemica di rilevanza internazionale.
