L’attacco all’Iran scuote il mondo: Washington agisce sola e l’Europa resta a guardare

Dopo settimane di annunci e minacce, nella mattina del 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno dato inizio a un attacco congiunto contro l’Iran che ha portato alla morte del lider supremo Khamenei. Tale scenario si prospetta come ulteriore benzina gettata sul fuoco che brucia nel Medio Oriente ormai da diverso tempo; con il rischio di trascinare nel caos l’intera regione.

Una delle prime reazioni di Teheran è stata la decisione di bombardare i paesi alleati degli USA nel Golfo (Katar, Kuwait, EAU e Arabia Saudita) e bloccare lo stretto di Hormuz. Quest’ultima mossa rischia di causare gravi conseguenze per l’intero sistema di approvvigionamenti energetici a livello globale, considerando infatti che un quinto del petrolio mondiale transita per tale stretto. Si prospetta quindi un effetto a catena che partendo dal settore energetico porterà a una nuova ondata di inflazione, con conseguenti ricadute anche nella vita quotidiana (e i conti pubblici) del Vecchio Continente.

L’attacco contro l’Iran apre, quindi, uno scenario regionale ed internazionale carico di incognite e potenziali destabilizzazioni. Sul piano mediorientale, ad esempio, il vuoto lasciato da Teheran rischia di ripercuotersi direttamente sulle milizie e sui gruppi che da anni godono del sostegno iraniano: Hamas, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e le formazioni sciite in Iraq si troveranno improvvisamente senza un punto di riferimento strategico, con conseguenze difficili da prevedere sulla capacità operativa e sull’equilibrio interno di ciascuna organizzazione.

Sul piano globale, invece, è la Cina – principale destinataria dei flussi petroliferi che attraversano lo Stretto di Hormuz – che potrebbe essere il primo grande attore a subire un contraccolpo consistente. Infatti, la dipendenza di Pechino dal greggio iraniano (circa il 90% delle esportazioni energetiche di Teheran) trasforma l’attacco in una crisi a doppio taglio: l’approvvigionamento cinese verrebbe gravemente compromesso e, al contempo, l’Iran perderebbe l’unico mercato realmente indispensabile per la sua economia. Inoltre, anche la Russia si troverebbe esposta, in particolare per la possibile interruzione delle forniture di droni iraniani impiegati nel conflitto in Ucraina.
L’Unione Europea appare invece meno vulnerabile nell’immediato, grazie alle politiche di diversificazione energetica degli ultimi anni. Anche se restano eccezioni, come l’Italia, ad esempio, che importa dal Qatar circa metà del suo GNL, la dipendenza europea dal Golfo è oggi meno critica rispetto al passato. Ciò non significa, però, che le preoccupazioni siano marginali e le capitali europee guardano alla crisi con apprensione crescente e per ragioni che vanno ben oltre il solo mercato energetico.

Il punto più controverso di questa faccenda riguarda poi la condotta degli Stati Uniti. Washington, infatti, sembra aver agito in totale autonomia, senza un reale coordinamento con i partner NATO. Solo Germania e Regno Unito, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati informati in anticipo, con Londra che avrebbe persino concesso le proprie basi per l’operazione. Un modus operandi che solleva interrogativi profondi non solo sulla coesione dell’Alleanza Atlantica, ma anche sul rispetto del diritto internazionale e del sistema multilaterale che gli stessi Stati Uniti sostengono di difendere.

Così, mentre le ripercussioni geopolitiche dell’attacco iniziano appena a manifestarsi, l’immagine che emerge è quella di un’Europa spettatrice inquieta e di un ordine internazionale sempre più definito da azioni unilaterali, con il rischio di una nuova fase di instabilità globale. La reazione dei governi europei all’attacco contro l’Iran rivela, inoltre un’UE che fatica a parlare con una sola voce quando la sicurezza regionale si intreccia con le proprie vulnerabilità strategiche. Le dichiarazioni ufficiali nascondono infatti divergenze profonde su come interpretare la crisi e su quale ruolo l’Europa debba assumere in un contesto dominato dall’iniziativa militare di Washington e Tel Aviv.

Alla dichiarazione congiunta diffusa da Commissione e Consiglio che definisce gli sviluppi «molto preoccupanti» e riafferma l’impegno europeo alla stabilità del Medio Oriente, è seguito l’intervento del presidente francese Macron che ha parlato di «gravi conseguenze per la pace internazionale» e ha annunciato la richiesta di una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Anche l’Italia ha insistito sulla necessità di una de‑escalation, ribadendo la necessità di evitare un allargamento del conflitto che avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza europea e sulle rotte energetiche. Più netto il giudizio dell’Alto rappresentante Kaja Kallas, che ha definito la situazione pericolosa e ha ricordato che i programmi missilistici e nucleari di Teheran, insieme al sostegno a gruppi armati nella regione, costituiscono una minaccia diretta alla sicurezza globale.

In questo senso Francia, Germania e Regno Unito hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale ricordano come da anni sollecitino Teheran a porre fine al programma nucleare e alle attività destabilizzanti nella regione. Perciò, pur prendendo le distanze dall’operazione militare, i tre governi hanno ribadito il loro impegno per la protezione dei civili e per la stabilità regionale, condannando con fermezza gli attacchi iraniani e chiedendo la ripresa dei negoziati. Per quanto riguarda poi il futuro del Paese, sostengono che al popolo iraniano deve essere consentito di determinare il proprio destino, un’affermazione che, pur non invocando esplicitamente un cambio di regime, apre la porta a una lettura più assertiva del ruolo europeo.

Le critiche più forti arrivano, invece, dai governi di Spagna e Slovenia, che oltre a ribadire la necessità di una de‑escalation, sollecitano un ritorno deciso agli strumenti diplomatici, ricordando che la violenza non può diventare un mezzo ordinario per gestire le crisi internazionali. In concreto, la posizione assunta da Madrid ha comportato il trasferimento in basi estere degli aerei cisterna americani stanziati in Andalusia e impiegati poi nell’attacco in Medio Oriente. La vicenda ha così aggravato ulteriormente i rapporti – già tesi – tra Spagna e Stati Uniti: da tempo, infatti, Washington guarda con sospetto al governo Sánchez, unico leader NATO ad aver rifiutato l’aumento delle spese militari al 5% del PIL. In questo clima, il presidente americano è arrivato a minacciare il congelamento di ogni relazione economica con l’alleato iberico, definendolo un partner inaffidabile.

Nel complesso, la risposta dell’Ue rivela una tensione strutturale: da un lato la volontà di preservare la stabilità regionale e difendere il diritto internazionale; dall’altro la consapevolezza che l’Iran rappresenta una sfida strategica che non può essere affrontata solo con appelli alla moderazione. L’Europa appare così divisa tra un approccio prudente, orientato alla gestione del rischio, e una linea più dura che vede nella crisi un’occasione per ridefinire il rapporto con Teheran. In questo quadro, la vera domanda non è come l’Europa giudichi l’attacco in Medio Oriente, ma se Bruxelles sia in grado di trasformare questa crisi in un’occasione per ridefinire il proprio ruolo strategico anche se per ora una risposta unitaria non si intravede.

 

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