Il 2 ottobre 2018 una delle firme saudite più riconoscibili del Washington Post, Jamal Khashoggi, auto-esiliato un anno prima negli Stati Uniti per posizioni contrarie al governo del suo Paese, viene ucciso nel consolato saudita a Istanbul. Il caso Khashoggi ha rappresentato per anni un punto di rottura morale tra Washington e Riyad e l’isolamento internazionale del principe ereditario Mohammed bin Salman sembrava aver segnato il tramonto dell’influenza saudita alla Casa Bianca. Tuttavia, negli ultimi mesi, Donald Trump si è metodicamente impegnato per ricucire cautamente i rapporti con l’Arabia Saudita, riconoscendo nella culla dell’Islam un partner strategico imprescindibile.
Se il caso Khashoggi aveva creato un solco basato sui diritti umani, il tentativo di stabilizzazione di Trump deve oggi fare i conti con una nuova frizione, questa volta di natura dottrinale. Le strategie del tycoon, autoproclamatosi risolutore di ben otto conflitti mondiali, si scontrano con le recenti dichiarazioni di Mike Huckabee, l’ambasciatore americano in Israele. Proprio qualche giorno fa, infatti, Huckabee ha dichiarato pubblicamente che sarebbe una buona idea se Tel Aviv decidesse di espandersi in tutto il Medio Oriente. Da buon pastore battista, si è appellato a un versetto biblico nel quale Dio promette ai discendenti di Abramo il controllo della frangia territoriale che va dal Wadi d’Egitto fino all’Eufrate. “Sarebbe bello se la prendessero tutta”, ha affermato.
Una fiamma che ha incendiato il Medio Oriente, in un momento in cui, già di per sé, il clima non è dei migliori. La Lega Araba e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica hanno condannato questo esordio, definendolo un estremismo privo di fondamento storico. Anche l’Iran, attualmente in rotta di collisione con Washington, ha colto l’opportunità offerta dalle parole di Huckabee per dipingere la diplomazia statunitense come complice del progetto espansionista israeliano, così come del genocidio del popolo palestinese. Con le sue parole, l’ambasciatore ha allontanato anche l’Arabia Saudita, Paese con il quale The Donald sperava, come suddetto, di raggiungere una riconciliazione simile a quella avvenuta con gli Accordi di Abramo siglati nel 2020.
Ed effettivamente, il tycoon era riuscito a concludere il 2025 con una serie di accordi con Riyad, soprattutto sul piano nucleare. A questo proposito, lo scorso novembre Usa e Arabia Saudita hanno firmato un accordo sul nucleare e sulla difesa durante la visita di Mohammed bin Salman alla Casa Bianca. Questo accordo è stato definito la base giuridica per una cooperazione multimiliardaria che durerà alcuni decenni, portata avanti in conformità con rigorose norme di non proliferazione. Nello stesso incontro, Trump avrebbe, inoltre, approvato un accordo di vendita di jet di combattimento americani di tecnologia avanzata. Contestualmente, anche il principe saudita avrebbe mostrato il suo impegno verso Washington di incrementare gli investimenti in America da seicento a mille miliardi di dollari. Tuttavia, la solidità di questi contratti ha dovuto fare i conti con la diversa percezione della sicurezza regionale.
Infatti, il vero punto di divergenza tra il tycoon e il principe non risiede nelle Scritture, bensì nella gestione delle crisi attuali, come dimostrato dalla recente esplosione delle proteste in Iran. Alla dura repressione interna, Trump ha prontamente risposto ventilando un imminente intervento qualora le violenze non fossero rientrate. Ma, sorprendentemente, l’Arabia Saudita, secolare attore ostile a Teheran, ha fin da subito portato avanti un’intensa attività diplomatica per impedire che un eventuale intervento americano sfociasse in una guerra locale. Questa scelta non indica un cambio di fazione, ma l’affermazione di un realismo pragmatico.
Per Riyad, la stabilità è la precondizione fondamentale per il successo del suo programma di riforme, anche conosciuto come Vision 2030, che punta a una maggiore sicurezza delle infrastrutture, a un aumento dell’attrattività per i capitali e a un’autonomia strategica sul piano internazionale senza, però, rompere nessun legame, specialmente quello con Washington. Tutti obbiettivi che verrebbero irrimediabilmente compromessi da una deriva bellica estesa a tutto il Medio Oriente.
In questo scenario, l’asse Washington-Riyad naviga su un delicato gioco di equilibri, dove la convergenza sugli interessi economici deve costantemente misurarsi con visioni divergenti sulla sicurezza regionale. Il futuro dell’area dipenderà, dunque, dalla capacità dei due Paesi di trovare un terreno convergente tra le ambizioni espansionistiche degli Usa e la necessità saudita di una stabilità duratura.
