La Corte Suprema degli Stati Uniti ha inflitto un duro colpo alla strategia commerciale di Donald Trump. Con una decisione 6 a 3, i giudici hanno stabilito che molti dei dazi imposti durante la sua amministrazione eccedono i poteri presidenziali. Una sentenza che non riguarda solo il diritto commerciale americano: può cambiare gli equilibri tra Washington e Pechino.
C’è una foto che è rimasta impressa nella memoria collettiva: Donald Trump che solleva una tabella fitta di numeri, l’elenco dei dazi destinati a ridisegnare i rapporti commerciali internazionali. Scattata all’inizio di aprile 2025, oggi proprio quei numeri sono finiti sotto accusa: non tanto per l’ammontare delle tariffe, quanto per la legittimità del meccanismo con cui sono state introdotte. Il 20 febbraio 2026, con un voto di 6 a 3, la Corte Suprema americana ha stabilito che le tariffe eccedono i poteri conferiti al presidente dal Congresso ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che consente all’esecutivo di regolamentare il commercio durante emergenze nazionali causate da minacce straniere. La sentenza si basa su un principio chiave: la Costituzione assegna al Congresso il potere di introdurre tributi e dazi, limitando l’iniziativa unilaterale del Presidente.
La conseguenza è chiara: molti dazi introdotti unilateralmente sono stati dichiarati illegittimi e numerosi gruppi economici si preparano a chiedere il rimborso dei costi sostenuti a causa delle tariffe. Per Trump, però, quelle tariffe non erano semplici misure economiche: erano lo strumento centrale di una strategia più ampia, una leva da azionare per influenzare interlocutori e spostare equilibri, anche al di là del terreno commerciale. È nel confronto con la Cina che questa strategia ha assunto contorni più netti: Pechino era diventata uno dei principali bersagli della politica tariffaria.
Nel frattempo, Pechino osserva gli sviluppi anche in preparazione della visita in Cina di Trump dal 31 marzo al 2 aprile 2026. La rimozione delle minacce tariffarie, che lo scorso anno avevano raggiunto il 145%, renderà infatti più difficile per il presidente americano esercitare pressione su Xi Jinping per maggiori acquisti di soia, aerei Boeing ed energia. Donald Trump è in questo modo privato di uno strumento chiave per reagire qualora i negoziatori cinesi avanzassero nuove richieste in cambio del permesso di flussi costanti di terre rare, materiali vitali per l’industria manifatturiera statunitense. Secondo Wu Xinbo, direttore del Center for American Studies dell’Università di Fudan, se i dazi dovessero essere considerati illegali la Cina apparirebbe in una posizione negoziale più forte e la ‘carta della soia’, ovvero l’impegno cinese ad acquistare circa 25 milioni di tonnellate di soia, frutto dei precedenti negoziati tariffari, tornerebbe nelle mani di Pechino.
Ma la situazione resta complessa. Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a tenere d’occhio la Cina attraverso un’indagine condotta ai sensi della Sezione 301. Questa sezione autorizza gli Stati Uniti a prendere provvedimenti contro pratiche commerciali sleali straniere che danneggiano il loro commercio. L’indagine è stata avviata perché Pechino non ha rispettato gli impegni presi nell’accordo commerciale di Fase Uno, firmato durante la prima presidenza Trump. Questa indagine rimane una leva legale: se la Cina non adempie, Washington può riattivare tariffe o altre misure economiche. Zhiwei Zhang, capo economista di Pinpoint Asset Management, ha affermato che l’amministrazione statunitense cercherà probabilmente soluzioni alternative per mantenere elevati i dazi sulle importazioni dalla Cina. Tuttavia, sviluppare e implementare tali misure richiederà tempo. Nei prossimi mesi, le aziende potrebbero anticipare le esportazioni verso gli Stati Uniti per approfittare dei dazi più bassi, sebbene temporanei. In questo modo, anche dopo la sentenza della Corte Suprema, il commercio tra Stati Uniti e Cina resta instabile.
In questo contesto, le imprese colpite continuano a muoversi su un terreno incerto, segnato da tensioni politiche e cambiamenti normativi che rendono difficile pianificare a lungo termine. La decisione della Corte Suprema ha colpito uno degli strumenti simbolo della strategia di Trump, ma non ha disinnescato il confronto tra Stati Uniti e Cina. I dazi possono cadere, essere sospesi o reinventati ma la rivalità tra Washington e Pechino, invece, resta.
