Frontiere porose, santuari periferici e la sicurezza dello spazio esteso europeo
Nel 2026 il sistema internazionale è attraversato da una competizione multipolare sempre più intensa. Le grandi potenze concentrano risorse su deterrenza convenzionale, sicurezza energetica e competizione tecnologica, mentre alcune periferie strategiche ricevono un’attenzione discontinua. È in questi interstizi che il jihadismo globale non riemerge come proto-Stato, ma si consolida come rete adattiva radicata in santuari periferici.
Il jihadismo globale non sta ricostruendo un califfato territoriale centralizzato. Sta facendo qualcosa di più sofisticato e più insidioso: si sta consolidando orizzontalmente lungo frontiere fragili, zone di transizione politica e corridoi logistici scarsamente governati.
Il Sahel, la Siria e la Somalia non sono teatri separati. Sono manifestazioni regionali di una trasformazione strutturale: l’emergere di ecosistemi insurrezionali radicati, sostenuti da santuari geografici, vuoti istituzionali ed economie illecite transfrontaliere. Non assistiamo al ritorno di uno Stato jihadista. Assistiamo alla stabilizzazione di spazi favorevoli all’insorgenza.
In Siria, la dinamica non è primariamente geografica, ma politico-istituzionale. L’attacco a Raqqa contro le forze del governo di Ahmad al-Sharaa, rivendicato da Islamic State, è avvenuto nel giorno della chiusura del campo di detenzione di Al Hol, precedentemente sotto il controllo delle Syrian Democratic Forces. La coincidenza è strategica. Le transizioni di controllo territoriale e i trasferimenti di detenuti generano spazi temporanei di permeabilità. In quei momenti di riallineamento istituzionale si aprono interstizi nei quali cellule dormienti possono riattivarsi. Non nasce un santuario montano, nasce, invece, un santuario politico.
Quando l’autorità si ristruttura e la responsabilità della sicurezza cambia mano, l’ordine non si dissolve immediatamente, ma si assottiglia. Ed è in quello spessore ridotto che l’insorgenza trova spazio. La lezione è chiara: non è solo la geografia a produrre rifugi ma anche le transizioni politiche.
Nel Sahel la dinamica è più evidente, più fisica, più strutturale.
L’aumento dell’86% degli eventi violenti e del 262% delle vittime nel triangolo Benin–Niger–Nigeria non rappresenta un picco contingente, ma il segnale di una degradazione sistemica della governance delle frontiere. Il vero moltiplicatore strategico è il santuario del Tigharghar.
Le montagne del Tigharghar, nel nord-est del Mali, si estendono verso l’Algeria (Hoggar) e il Niger (Air Mountains), creando una continuità geografica transfrontaliera di circa 22.000 km². Il terreno frastagliato, inciso da wadi e costellato di grotte naturali e tunnel artificiali, produce un effetto “ombra” che limita l’efficacia dei sistemi ISR e degli UAV, riducendo il vantaggio tecnologico degli attori statali.
Qui hanno trovato rifugio gruppi come Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin e cellule collegate all’Islamic State Sahel Province.
Il Tigharghar non è solo un rifugio. È retrovia logistica, hub di traffici illeciti, base per guerriglia difensiva, piattaforma di rilancio operativo. La sua collocazione lungo le rotte tra Mali e Algeria favorisce la saldatura tra economia criminale e insorgenza.
Il santuario geografico diventa santuario finanziario.
Il jihadismo saheliano non sopravvive soltanto grazie al terreno. Sopravvive grazie alla convergenza tra geografia, marginalizzazione politica ed economia informale. È questa convergenza che ne garantisce la resilienza.
Nel nord della Somalia, le Al Madow Mountains rappresentano l’equivalente tropicale del Tigharghar, ma con un elemento aggiuntivo.
Terreno accidentato, foreste fitte, rete stradale limitata: condizioni che degradano l’osservazione aerea e favoriscono la mobilità leggera. Qui hanno trovato rifugio elementi di Al-Shabaab e una componente locale dello Stato Islamico.
La differenza rispetto al Mali è strategica: la dimensione marittima.
La prossimità al Golfo di Aden e al porto di Bosaso integra il santuario montano in una rete logistica costiera, collegata a traffici provenienti dallo Yemen. Il rifugio non è solo terrestre. È anfibio.
Le tensioni tra Puntland e Somaliland e le fratture claniche riducono ulteriormente la capacità statale di concentrare risorse contro l’insorgenza.
Le Al Madow combinano profondità fisica, accesso marittimo, frattura politica e reclutamento locale.
È un santuario ibrido: montano e costiero. Ed è questa ibridazione che ne rafforza la capacità di sopravvivenza. I casi siriano, maliano e somalo dimostrano che il jihadismo contemporaneo non vive nel deserto ideologico, ma in spazi strutturalmente favorevoli.
Un santuario efficace combina: profondità geografica, continuità transfrontaliera, economia informale, debolezza istituzionale e conoscenza locale del terreno
Non è l’altitudine a determinare il vantaggio. È la combinazione tra geografia e vuoto politico.
Per questo il jihadismo attuale non ha bisogno di controllare capitali o grandi città. Gli basta controllare spazi periferici resilienti e funzionalmente connessi alle economie informali.
L’Europa non deve temere il ritorno spettacolare di un califfato territoriale. Deve confrontarsi con qualcosa di più strutturale: la progressiva stabilizzazione di santuari insurrezionali lungo il proprio spazio esteso.
Nella prospettiva della Geopolitica della Sicurezza degli Spazi, la sicurezza non coincide con la difesa dei confini formali dello Stato o dell’Unione. Essa riguarda la protezione funzionale degli spazi attraverso cui scorrono flussi energetici, catene logistiche, reti finanziarie, corridoi migratori e infrastrutture marittime e terrestri.
Il Tigharghar si colloca lungo la direttrice che connette Sahel, Algeria, Libia e Mediterraneo centrale. Le Al Madow insistono sull’asse Mar Rosso–Golfo di Aden, crocevia critico per il traffico energetico e commerciale verso l’Europa. La Siria rappresenta il nodo levantino, dove transizioni politiche e permeabilità istituzionale incidono su dinamiche migratorie e sicurezza regionale.
Questi santuari non minacciano l’Europa con una conquista convenzionale. Agiscono come spazi di attrito permanente, capaci di destabilizzare i margini dell’ordine regionale e di produrre effetti cumulativi lungo le linee di comunicazione strategiche.
La vulnerabilità non nasce solo dall’attacco. Nasce dalla perdita di controllo funzionale sui flussi.
Quando una montagna saheliana diventa hub logistico criminale, quando una catena somala si integra con reti marittime di contrabbando, quando una transizione siriana genera interstizi di sovranità, non si produce un evento isolato. Si altera l’equilibrio spaziale.
Il jihadismo orizzontale prospera nei vuoti di governance. La sua forza non risiede nell’ideologia, ma nella capacità di occupare spazi trascurati.
Per l’Europa, la questione non è prevenire l’ennesima offensiva spettacolare. È impedire la cristallizzazione di spazi di instabilità lungo l’arco che collega Africa, Levante e Mar Rosso al Mediterraneo. Il problema strategico non è l’esplosione improvvisa ma l’erosione progressiva dello spazio esteso europeo.
La differenza tra gestione della crisi e visione geopolitica non è nella reazione all’evento, ma nella capacità di governare gli spazi prima che diventino santuari.
La sicurezza europea non dipenderà dalla forza della reazione, ma dalla capacità di mantenere continuità e controllo nello spazio esteso.
Pasquale Preziosa
