Sono molti gli osservatori che ritengono che l’Unione europea, di fronte al conflitto russo-ucraino, sia stata capace di rispondere in maniera significativa e di far sentire la propria voce attraverso le diverse forme con cui ha sostenuto l’Ucraina. Infatti, l’UE non solo ha ampliato le sanzioni contro il governo di Putin, ma ha anche fornito un sostegno straordinario con aiuti militari ed economici, riuscendo a scrollarsi di dosso l’etichetta di “small power”. Ciononostante, negli ultimi mesi questa posizione è sembrata sempre più in bilico, specialmente a causa dell’esclusione di Bruxelles ai tavoli negoziali tra Kiev e Mosca.
Ad ogni modo, per cogliere appieno la portata del cambiamento indotto dal conflitto, è necessario richiamare il confronto alla fase precedente lo scoppio delle ostilità. In quella fase, le politiche nei confronti della Russia variavano sensibilmente tra gli stati membri spingendo l’UE e la NATO ad adottare formule di compromesso spesso ambigue, nel tentativo di bilanciare preferenze nazionali divergenti con l’esigenza di preservare un’immagine di coesione politica. Nonostante le tensioni legate a Crimea e Donbas, prevalse l’intenzione di mantenere aperti i canali di dialogo con Mosca, con un recupero graduale degli scambi economici e con una maggiore serenità dell’opinione pubblica. Tendenza che con ogni probabilità sarebbe proseguita, se non fosse intervenuta l’invasione su vasta scala del 2022.
L’adozione del piano REPowerEU nel marzo 2022 ha rappresentato il vero punto di svolta strategico della risposta europea alla guerra in Ucraina. Più che una semplice iniziativa energetica, esso ha infatti ridefinito la sicurezza degli approvvigionamenti, ridefinendola come vero interesse strategico. Su questa base si è sviluppata l’escalation sanzionatoria, con l’Unione europea che ha adottato diciannove pacchetti di sanzioni, ampliando progressivamente le liste di individui ed entità colpite. Nonostante l’opposizione di alcuni Paesi tradizionalmente più vicini a Mosca, come l’Ungheria, l’UE è riuscita comunque a mantenere una risposta unitaria nei confronti della Russia. La capacità di approvare pacchetti sanzionatori ampi e progressivi, pur in presenza di veti potenziali e divergenze politiche interne, testimonia come la pressione multilaterale e l’interdipendenza tra Stati membri abbiano finora prevalso sulle resistenze dei governi più riluttanti.
Sul versante delle capacità militari, l’invasione ha accelerato la necessità non solo di rafforzare la cooperazione europea in materia di difesa, ma anche di dotare l’Unione di strumenti finanziari e normativi in grado di sostenere questo sforzo nel medio-lungo periodo. In questa direzione si inserisce il ReArm Europe Plan, presentato dalla Commissione nel marzo 2025, che mira a mobilitare oltre 800 miliardi di euro di spesa per la difesa sfruttando maggiore flessibilità fiscale, nuove risorse e strumenti di finanziamento innovativi. Il piano prevede, tra l’altro, la creazione dello strumento SAFE (Security Action for Europe), un fondo prestiti destinato a sostenere gli Stati membri negli investimenti rapidi e congiunti in capacità militari attraverso procedure comuni di acquisizione. Un elemento centrale di questo nuovo assetto è la cosiddetta National Escape Clause, una clausola di flessibilità fiscale che permette ai singoli Stati membri di deviare temporaneamente dai requisiti del Patto di Stabilità in presenza di circostanze eccezionali, come l’aumento improvviso delle esigenze di sicurezza derivante dalla guerra in Ucraina. Il ricorso alla clausola consente di incrementare la spesa militare senza incorrere nelle sanzioni previste dalle regole di bilancio europee, offrendo spazio aggiuntivo per l’acquisto di nuove capacità, infrastrutture e personale.
Nel complesso, RearmEU, Readiness 2030 e la Escape Clause rappresentano un cambio di paradigma rispetto al passato: non solo offrono maggiore flessibilità fiscale, ma introducono anche meccanismi di finanziamento comuni come SAFE, con l’obiettivo di accelerare il riarmo, coordinare gli investimenti e rafforzare la resilienza dell’industria europea della difesa.
Nonostante tali progressi, la guerra ha anche rafforzato la consapevolezza dei limiti dell’autonomia europea e dell’importanza degli Stati Uniti e dell’alleanza transatlantica. L’UE ha dimostrato di non essere pronta ad attuare da sola una risposta militare robusta a minacce esterne, rendendo evidente la sua dipendenza dalla NATO e dalle capacità dei singoli stati membri per la propria difesa e sicurezza. Permangono inoltre questioni aperte sulla capacità di reclutamento e sul dilemma tra rapidità e costruzione di capacità: l’enfasi sull’acquisto di sistemi di origine europea indirizza la spesa verso miglioramenti di lungo termine, ma la guerra ha accresciuto il ricorso a fornitori non UE, percepiti come più rapidi e prevedibili. Infatti, tra febbraio 2022 e giugno 2023, oltre tre quarti delle acquisizioni degli Stati membri sono avvenute fuori dall’UE e le forniture statunitensi hanno rappresentato il 63% degli acquisti. Paesi come Polonia, Repubblica Ceca e Baltici hanno richiesto poi strumenti finanziari europei per privilegiare capacità militari pronte e più rapide rispetto allo sviluppo produttivo continentale di lungo periodo. Allo stesso tempo c’è chi esprime il timore che una svolta “produttivista” europea possa danneggiare i rapporti con Washington o indebolire la coesione transatlantica. Gli Stati Uniti hanno infatti segnalato diverse preoccupazioni per un protezionismo europeo e per questo hanno sottolineato la necessità che gli sforzi UE siano complementari e interoperabili con la NATO.
Da qui emerge la contraddizione più evidente, ossia quella di un’Europa che si proclama attore strategico ma che, nei fatti, resta esclusa dai principali corridoi negoziali. Nei colloqui internazionali, dove si intrecciano obiettivi militari, interessi economici e logiche di potenza, Bruxelles raramente dispone di una sedia credibile al tavolo delle decisioni. Pur essendo tra i principali finanziatori di Kiev, l’UE resta ai margini delle trattative e non ha una presenza né formale né informale, limitandosi soltanto a documenti pubblici per definire la propria posizione e linee rosse. In tal senso, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha recentemente illustrato il documento contenente le condizioni che l’Unione ritiene imprescindibili per il raggiungimento di una pace giusta in Ucraina -dal ritiro delle truppe russe da Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Georgia e Armenia, al rifiuto di qualsiasi smilitarizzazione di Kiev, fino alla prospettiva di un’adesione ucraina entro il 2027. Eppure, nonostante tali dichiarazioni ufficiali di peso, sono gli Stati Uniti a calibrare le mosse in base agli equilibri globali e ai propri interessi, come dimostra l’accordo siglato con Kiev sullo sfruttamento delle terre rare. Inoltre, l’assenza dell’UE dai colloqui di pace non rappresenta soltanto uno smacco politico e di immagine, ma un potenziale rischio per la sicurezza del continente, soprattutto considerando che è la stessa Casa Bianca a indicare che spetterà agli europei vigilare sulle clausole dell’intesa e garantire la sicurezza di Kiev. Lo squilibrio emerge con particolare nettezza sul dossier dell’adesione ucraina, ormai trasformato in uno strumento di garanzia di sicurezza più che in un normale processo di allargamento. L’accelerazione dei negoziati e l’ipotesi di un ingresso già nel 2027 snaturano infatti un percorso pensato come tecnico e meritocratico, piegandolo invece a esigenze politiche. È comprensibile che Kiev chieda segnali tangibili dopo costi umani ed economici enormi affrontati per combattere la Russia; tuttavia, subordinare l’allargamento a logiche geopolitiche rischia di indebolire la credibilità del modello europeo e di alimentare frustrazioni tra i Paesi dei Balcani occidentali, in attesa da decenni.
Perciò, se non vuole restare un grande erogatore di fondi senza reale peso politico, l’Unione europea deve assumersi fino in fondo la propria responsabilità, reclamando a gran voce – una sola – il posto che le spetta nelle trattative di pace. Inoltre, finché la politica estera e di sicurezza resterà ostaggio dell’unanimità e dei veti nazionali, ogni ambizione strategica sarà inevitabilmente fragile. Superare l’impianto intergovernativo non è un tecnicismo, ma una scelta politica che gli Stati membri continuano a rinviare, pur sapendo che senza quel salto l’Europa non potrà incidere sugli equilibri che ne determinano il futuro.
