Il 24 febbraio segna il quarto anniversario dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Quattro anni che hanno trasformato non solo il mio Paese, ma l’intera architettura di sicurezza europea. Dopo quattro anni di guerra, ci troviamo in una situazione paradossale: siamo diplomaticamente più vicini ai negoziati, ma non necessariamente più vicini a una pace sostenibile. Oggi esistono più canali di comunicazione rispetto al passato, sia formali che informali, e diversi attori internazionali esercitano pressione per arrivare a un accordo. Tuttavia, la pace non coincide con la semplice riduzione dell’intensità dei combattimenti.
Una pace autentica richiede garanzie di sicurezza vincolanti, meccanismi chiari di ritiro delle forze e una definizione stabile dell’architettura di sicurezza europea a lungo termine. In questa fase non stiamo assistendo alla fine della guerra, ma alla sua trasformazione: da scontro militare su larga scala a negoziato politico sotto pressione militare. Le guerre non finiscono quando si smette di sparare; finiscono quando vengono affrontate e risolte le cause politiche e strutturali che le hanno generate. Nel caso dell’Ucraina, queste cause includono le ambizioni imperiali della Russia, il revisionismo geopolitico e la contestazione della sovranità e dell’ordine di sicurezza europeo, elementi che restano in gran parte irrisolti.
All’interno della società ucraina esiste una stanchezza evidente. Quattro anni di allarmi aerei continui, mobilitazione, sfollamenti, perdite umane, instabilità economica e pressione psicologica hanno lasciato segni profondi. Ma la stanchezza non è resa. Nei primi anni del conflitto, il discorso pubblico era dominato dall’idea di liberazione totale e vittoria militare completa. Oggi il linguaggio è diventato più pragmatico: la vittoria è sempre più intesa come sopravvivenza dello Stato, difesa della sovranità e integrazione duratura nella comunità europea e transatlantica. Quando alcuni ucraini affermano “voglio solo che finisca”, non esprimono accettazione dell’occupazione, ma il desiderio umano di sicurezza e normalità dopo un trauma prolungato. La società ucraina è maturata politicamente attraverso questa guerra e comprende che il modo in cui essa terminerà determinerà non solo il futuro dell’Ucraina, ma anche la stabilità dell’Europa per i prossimi decenni.
Il dibattito su un possibile scambio territoriale, spesso sintetizzato nell’espressione “territori in cambio della pace”, rappresenta uno dei dilemmi più delicati. I territori occupati non sono entità astratte: comprendono milioni di cittadini ucraini, infrastrutture strategiche, risorse economiche e un valore simbolico legato alla sovranità nazionale. Sono territori internazionalmente riconosciuti come parte integrante dell’Ucraina. Una concessione formale sotto pressione militare significherebbe legittimare il principio secondo cui i confini possono essere modificati con la forza. Questo creerebbe un precedente estremamente pericoloso per l’intero continente europeo. Per questo motivo, l’idea di cedere territori in cambio della pace non può essere considerata una soluzione accettabile. Sarebbe una pace fragile, costruita su una violazione del diritto internazionale e destinata a generare nuove instabilità. La pace non può essere ottenuta sacrificando la sovranità e l’integrità territoriale, perché ciò equivarrebbe a trasformare l’aggressione in uno strumento efficace di politica estera.
Resta poi la questione fondamentale della fiducia. L’esperienza del periodo successivo al 2014 dimostra che accordi e cessate il fuoco non sono stati sufficienti a prevenire l’escalation culminata nell’invasione su vasta scala del 2022. Per questo motivo qualsiasi futuro accordo dovrà basarsi non su dichiarazioni politiche, ma su strutture solide: monitoraggio internazionale robusto, disposizioni chiare di demilitarizzazione, meccanismi automatici di ripristino delle sanzioni in caso di violazione e garanzie di sicurezza credibili e applicabili. Gli accordi di pace reggono quando la loro violazione diventa strategicamente troppo costosa. La pace sostenibile non si fonda sulla fiducia personale, ma su un sistema di deterrenza efficace.
In questi quattro anni, la leadership ucraina ha operato in condizioni di pressione estrema. Lo Stato ha mantenuto la propria funzionalità istituzionale, ha consolidato una vasta coalizione internazionale di sostegno e ha garantito assistenza militare e finanziaria continuativa. In una democrazia in guerra il dibattito è naturale: esistono discussioni interne sulla strategia, sulla mobilitazione e sui parametri di eventuali negoziati. Questo non è un segno di debolezza, ma di resilienza democratica. La fiducia nella leadership in tempo di guerra non riguarda la perfezione, ma la direzione strategica. L’obiettivo centrale rimane invariato: preservare la sovranità, evitare la capitolazione e assicurare un’integrazione stabile nelle istituzioni occidentali. Qualsiasi negoziato non può essere presentato come resa, ma come parte di una ridefinizione dell’architettura di sicurezza europea.
Il quarto anniversario dell’invasione non è soltanto un momento di memoria, ma un momento di definizione. È possibile che ci stiamo avvicinando ai negoziati, ma non esiste alcuna garanzia automatica di una pace giusta e duratura. La vera misura del risultato non sarà una firma su un documento, bensì la condizione dell’Ucraina tra cinque o dieci anni: uno Stato sovrano, sicuro, economicamente stabile e pienamente integrato nello spazio europeo e transatlantico. La domanda decisiva non è semplicemente quando la guerra finirà, ma come finirà e a quali condizioni.
Di Mykola Volkivskyi, President, Geneva Center for Diplomacy and Conflict Resolution
