I 4 anni di conflitto in Ucraina visti dalle rive del Potomac

Alla vigilia del quarto anniversario dello scoppio del conflitto russo-ucraino, che segna l’escalation su larga scala di uno scontro le cui radici, in realtà, affondano nella faglia apertasi già nel 2014 in Crimea, emerge con chiarezza un dato strutturale: è la politica interna statunitense ad aver definito i limiti e l’orizzonte di questa crisi. Per Washington, l’Ucraina è stata la lente attraverso cui misurare credibilità, deterrenza e capacità di gestione strategica: la postura statunitense è apparsa come un Giano bifronte, espressione dell’alternanza tra l’internazionalismo liberale di Joe Biden e il neo-isolazionismo di Donald Trump.

L’amministrazione Biden ha inquadrato il sostegno a Kiev come una sfida esistenziale e un investimento sistemico nella difesa dell’ordine internazionale. In questa visione, l’isolamento dell’avversario era fondamentale per la tenuta dell’alleanza atlantica: Biden ha categoricamente rifiutato il dialogo con Vladimir Putin, etichettandolo come una minaccia assoluta, al fine di non legittimarlo politicamente. La strategia si è tradotta in un massiccio afflusso di fondi e armi ai militari ucraini, ma sempre all’interno di un perimetro rigidamente calcolato: fornire equipaggiamenti sufficienti a logorare la Russia ed evitare il collasso dello stato guidato da Zelensky, ma non tali da innescare un’escalation diretta o una vittoria campale decisiva.

Al contrario, Donald Trump e la sua amministrazione hanno letto il conflitto in chiave strettamente transazionale, considerandolo un costo strategico sproporzionato rispetto alla vera priorità americana: il confronto con la Cina. Il “realismo transazionale” trumpiano stravolge infatti il paradigma diplomatico a cui siamo stati abituati noi occidentali: l’isolamento morale lascia il posto alla spregiudicatezza, aprendo tavoli negoziali in cui Putin viene invitato e reinserito nei grandi consessi geopolitici mondiali, come dimostrano le aperture per coinvolgere Mosca nelle ampie architetture di pace guidate dalla mano del Board of Peace.

Tuttavia, se si va oltre la superficie di questa profonda divergenza retorica e stilistica, si scopre che, alla fine dei conti, le due posture si riducono a una convergenza strategica assoluta. In modi diametralmente opposti, sia Biden che Trump affermano lo stesso principio: l’interesse nazionale statunitense viene prima di tutto. Gli Stati Uniti non possono permettersi una sconfitta visibile che comprometterebbe la propria credibilità di fronte agli alleati e ai rivali sistemici. Il conflitto, ben lontano dall’essere risolto, è stato quindi gestito da entrambi come un rischio da arginare, minimizzando l’esposizione diretta.

A questa convergenza strategica si lega a doppio filo la questione degli arsenali e dell’industria bellica. La guerra ha messo a nudo i limiti strutturali del complesso militare e industriale europeo, impreparato a sostenere i ritmi di una logorante guerra d’attrito novecentesca. Per Washington, l’invio continuo di armamenti a Kiev si è trasformato da strumento di pressione a dilemma per la sicurezza nazionale: svuotare i propri magazzini significa infatti indebolire la deterrenza nel quadrante dell’Indo-Pacifico. Anche qui, la differenza tra le amministrazioni sfuma: la necessità di un massiccio riarmo e di una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento militare è ormai un imperativo bipartisan, che costringe gli Stati Uniti a ripensare la propria capacità di proiezione logistica globale.

In questa logica di cinico realismo si inserisce il nodo cruciale del burden sharing (la condivisione degli oneri) e della gestione dei fondi. La richiesta di trasferire una quota maggiore dei costi della sicurezza sull’Europa non nasce oggi: Biden l’aveva di fatto istituzionalizzata, ma è Trump a esasperarla, puntando esplicitamente a scaricare sulle spalle dell’Unione Europea l’intero peso finanziario e militare del sostegno e della futura ricostruzione post bellica. La gestione del conflitto viene così delegata interamente all’UE: gli Stati Uniti assumono il ruolo di arbitro e regista strategico, svincolandosi dal ruolo di finanziatore unico. L’Unione Europea cessa di essere semplicemente un alleato da proteggere per diventare un partner da responsabilizzare, a proprie spese.

L’esplicita richiesta di burden sharing rivolta all’UE porta con sé conseguenze epocali per il vecchio continente. Con la pressione imposta dal disimpegno americano, sia esso mascherato dalle rassicurazioni di facciata o esibito come minaccia transazionale, l’Europa si trova costretta ad una scelta: il dibattito sull’autonomia strategica europea non è più un mero esercizio intellettuale, ma una necessità vitale di fronte alla prospettiva di dover gestire autonomamente non solo la futura ricostruzione ucraina, ma l’intera architettura di sicurezza del proprio vicinato orientale.

Paradossalmente, l’ambiguità derivata dalle differenti visioni alternatesi a Washington ha alimentato l’attesa strategica di Mosca, pronta a scommettere fin dall’inizio sulla stanchezza dei contribuenti occidentali, dimostrando come il vero nodo del conflitto non risieda nell’andamento tattico sul campo, ma nel tentativo degli Stati Uniti di ridefinire il proprio ruolo in un mondo multipolare. Tale ridefinizione, tuttavia, si è scontrata con la mancata emarginazione della Russia nel Sud Globale: l’impalcatura sanzionatoria statunitense, pur devastante nel breve termine, ha agito come acceleratore della frammentazione finanziaria internazionale. L’espansione dei BRICS e la spinta alla de-dollarizzazione degli scambi commerciali da parte di potenze emergenti o in fase di affermazione come la Repubblica Popolare Cinese, l’India e il Brasile evidenziano un netto rifiuto di allinearsi ai dettami americani, rendendo palese a Washington che l’egemonia non può più essere imposta per decreto e costringendola a misurarsi con un nuovo ordine in cui le tradizionali leve economiche risultano ormai spuntate.

Il conflitto riflette le tensioni irrisolte della superpotenza americana, divisa tra il peso della leadership globale e la tentazione del disimpegno: è anche a Washington che si decide la forma dell’ordine internazionale che verrà, da decenni a questa parte. Questo anniversario ci consegna un mondo in cui la geografia ha definitivamente oscurato la globalizzazione economica, confermando che l’egemonia non è più un dato di fatto acquisito, ma una contesa quotidiana e brutale per le risorse e l’influenza, oramai da quattro lunghi anni.

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